La giustizia per Mironov e Rocchelli passa dall’assoluzione per Markiv

di Silvja Manzi, membro di direzione, già segretario di Radicali Italiani


Avevamo deciso di occuparci del processo a Vitaly Markiv – condannato in primo grado a 24 anni di reclusione per l’uccisione del fotoreporter Andrea Rocchelli e per il ferimento del fotografo francese William Roguelon, e assolto in appello per non aver commesso il fatto – per più motivi.
Il primo. Con Rocchelli rimase ucciso Andrej Mironov, in Italia indicato superficialmente come interprete, era invece un noto dissidente russo e attivista per i diritti umani che molti di noi hanno conosciuto, essendo stato un compagno radicale in molte battaglie dalla fine degli anni ’90.
Ma soprattutto il processo di primo grado ha rappresentato perfettamente l’insana commistione tra disinformazione, propaganda russa, fake news, malagiustizia. Al punto da farne un tema della nostra ultima Mozione congressuale.
Questo è stato un processo sbagliato che, con i presupposti con cui era stato costruito, non poteva trovare una verità giudiziaria ma solo un colpevole “perfetto”. Il giudizio d’appello ha smontato un teorema e ripristinato la giustizia. Non si sarebbe fatto onore alle vittime Mironov e Rocchelli condannando Markiv solo perché era la soluzione più facile.


Mironov, Rocchelli e Roguelon il 24 maggio 2014 si trovavano, come molti altri giornalisti di svariate nazionalità, nel cuore del conflitto del Donbass, quella parte dell’Ucraina dilaniata dalla guerra con i separatisti filorussi.

Anche Vitaly Markiv si trovava lì, a difendere un’antenna televisiva su una collina, circondata dai separatisti. Non era solo, evidentemente. Con lui, membro della Guardia nazionale (il corrispettivo dei nostri Carabinieri), erano 140 i militari, per lo più dell’esercito, a presidiare l’unico punto ancora in mano ucraina.

I tre giornalisti si erano recati nella zona sotto la collina, a circa 1,8 km di distanza, per fare fotografie. Era una delle linee del fronte. Con loro c’era il tassista che li aveva accompagnati e un quinto uomo comparso all’improvviso che li avvisa della presenza di cecchini. Sentendo i primi colpi si erano nascosti in un fossato lì vicino e sono le immagini scattate da Rocchelli e il video fatto da Roguelon a raccontarci gli ultimi drammatici momenti di vita di Andrej e Andrea, che rimangono uccisi da colpi di mortaio. Il tassista riesce a fuggire. Il quinto uomo scompare. Roguelon rimane ferito ma riesce a uscire dal fossato e allontanarsi, urlando “giornalista” e facendo così cessare i colpi. Spuntano degli uomini armati e un’auto con cui riesce ad andar via, seguita dagli ultimi colpi di Kalashnikov. Questa è la ricostruzione del fotografo francese. In due versioni: tra la prima (a pochi mesi dai fatti) e la seconda (a pochi anni dai fatti) nasce la “sensazione” che i colpi siano arrivati da parte ucraina. Solo da parte ucraina.

Il giorno successivo la morte dei due giornalisti, sul sito del “Corriere della Sera” compare un articolo che riporta un’intervista a un non meglio identificato capitano che racconterebbe l’accaduto.

Tre anni dopo, Vitaly Markiv, cittadino italo-ucraino, viene arrestato al suo arrivo in Italia perché ritenuto, in un primo momento, l’autore materiale dell’uccisione di Rocchelli e del ferimento di Roguelon. L’accusa poi cambierà in concorso in omicidio.

Markiv è il “capitano” intervistato. Grazie alla sua conoscenza della lingua è il contatto dei giornalisti italiani che si trovavano in quella zona. Peccato che non sia un capitano e che non abbia rilasciato un’intervista. La giornalista ha ascoltato una telefonata in vivavoce. Non esiste una registrazione. Il virgolettato è suo. La sua ricostruzione differisce da quella dell’altro giornalista che aveva fatto quella telefonata e che ha continuato ad avere rapporti amichevoli con Markiv, non ritenendolo, si può supporre, l’assassino del suo collega.

Eppure, il processo nasce e l’accusa si basa proprio su questi due elementi: l’articolo non-intervista e la ricostruzione di Roguelon.

Arriva anche il movente. Gli ucraini “volevano” colpire i giornalisti, come categoria, e Markiv, con l’incarico di vedetta, li aveva avvistati, riconosciuti come tali, dato l’ordine di colpirli, coordinato l’operazione fino all’uccisone degli obiettivi. Per questo si costituisce parte civile la Federazione Nazionale della Stampa Italiana e l’Associazione Lombarda dei Giornalisti.

Eccolo il teorema. Gli ucraini non sopportavano i giornalisti, si erano “stufati” di loro, Markiv, proprio lui e solo lui, vede dei giornalisti e fa partire l’attacco. Univoco. Senza che la parte filorussa ne sia coinvolta.

È così che si costruisce il processo.

Poco importa che nel video di Roguelon – quello che riprende gli ultimi terribili istanti, con i colpi che si sentono e fanno rabbrividire – Andrej Mironov dica “siamo nel mezzo di un fuoco incrociato”. Non è questa testimonianza che, in primo grado, viene presa in considerazione, ma quella del francese che, anni dopo, ricorda la “sensazione” che i colpi arrivassero solo da parte ucraina. E poco importa che il testimone sopravvissuto sia passato in mezzo ai separatisti che, lo dice lui, smettono di sparare quando esce dal fossato con le mani alzate. In sentenza i filorussi non hanno un ruolo attivo, perché sono gli ucraini gli unici ad avere l’intenzione e la responsabilità dell’attacco. E Markiv è il colpevole perfetto, oltre a essere l’unico processabile in Italia.

Il Pubblico Ministero non ritiene necessario recarsi sul posto, verificare di persona, vedere i luoghi, rendersi conto delle distanze. Dice che è pericoloso (ma la guerra non c’è più, tant’è che la difesa – coordinata dall’avvocato Raffaele Della Valle, un monumento del Diritto! – ci va più volte), gli bastano le mappe scaricate da Internet. E il PM è talmente convinto che i colpi siano arrivati solo della parte ucraina che nella sua arringa finale arriva a dire che avrebbe accettato un’assoluzione dell’imputato, purché la Corte avesse indicato la responsabilità dell’Ucraina.

La sentenza di condanna è implacabile. Markiv, proprio lui su 140 soldati, era su quella collina in quel momento (anche se l’accusa non può dimostrarlo con assoluta certezza, anzi, sta alla difesa dimostrare che non c’era, invertendo l’onere della prova), ha riconosciuto i civili come giornalisti (anche se con il mirino in dotazione non era possibile distinguere con certezza le persone a quella distanza), ha dato l’avvio all’operazione (anche se non aveva un ruolo tale da giustificare addirittura la direzione dell’operazione).

È un processo sbagliato. Con indagini a senso unico. Perché escludere, infatti, completamente le responsabilità dei filorussi? Chi comandava in quel momento quella fazione era Igor Girkin, anche noto come Strelkov, ex colonnello dei servizi segreti russi. Per capire, colui che è accusato, in un processo internazionale, di aver fatto abbattere il volo MH17 Malaysia Airline, uno dei più gravi attentati terroristici in Europa, avvenuto proprio lì dove sono morti Mironov e Rocchelli, appena due mesi dopo.

Per l’accusa sono gli ucraini che torturano; durante l’appello viene mostrata in udienza una foto di una persona apparentemente uccisa. Peccato che quella persona, viva e vegeta, scriva direttamente alla Corte per dire che in quella foto dormiva sul sedile della sua auto.

E proprio i servizi segreti russi “attenzionavano” Andrej Mironov, da anni. Era pedinato, sorvegliato, ascoltato. Era già scampato a un’aggressione che l’aveva quasi ucciso. Stiamo dicendo che è stato vittima di un’imboscata? Non possiamo dirlo, non abbiamo le prove. Diciamo però che indagini anche in quel senso non sarebbero state inappropriate. Mironov era la persona giusta, nel posto giusto, al momento giusto per essere eliminato in una perfetta operazione di stile putiniano.

Ma la concentrazione, si diceva, è tutta nel campo ucraino. Perché sono gli ucraini che colpiscono i giornalisti; a corroborare questa tesi in sentenza viene citato un rapporto dell’OSCE, peccato che dica il contrario. Gli aggressori sono scambiati per gli aggrediti; pare impossibile ma è così. Per l’accusa sono gli ucraini che torturano; durante l’appello viene mostrata in udienza una foto di una persona apparentemente uccisa. Peccato che quella persona, viva e vegeta, scriva direttamente alla Corte per dire che in quella foto dormiva sul sedile della sua auto.

Ma Markiv, si diceva, è il colpevole perfetto. In un’intercettazione ambientale in carcere sembra abbia detto “abbiamo fottuto un reporter”, la Procura chiede l’acquisizione e la ritraduzione della parte. Viene fuori che in realtà aveva detto “hanno fottuto un reporter e mi vogliono cucire addosso tutto”; per la Procura, però, si può sorvolare, perché comunque ha usato la parola “fottuto”…

La sentenza di primo grado riporta una serie di castronerie da far vergognare il popolo italiano, in nome del quale le sentenze vengono emesse. Riferimenti storici fallaci, banali calcoli numerici errati, siti di propaganda russa riportati come fonti di (dis)informazione…

Nel frattempo, fuori dall’aula del tribunale, la costruzione del colpevole perfetto prende forma. E l’ideologia aiuta, soffia sul fuoco. Perché per una certa sinistra, assolutamente benpensante, gli ucraini sono nazifascisti, tutti. L’Ucraina è retta da un regime nazifascista. Markiv è un nazifascista. Quindi colpevole. Non fa una piega. Nulla di diverso da chi dipinge gli italiani come tutti mafiosi, in quanto italiani.

La poca stampa che segue il caso così lo dipinge e così dipinge i suoi connazionali che seguono le udienze. Sono pericolosi nazionalisti, che difendono un criminale. Anche se il processo non lo ha ancora stabilito. Markiv è criminale perché nazifascista, perché ucraino. Alla faccia dell’imparzialità dell’FNSI e delle associazioni di giornalisti che dovrebbero seguire il caso con obiettività, proprio e a maggior ragione perché riguarda un loro collega.

E chi solleva dubbi sul processo è, di tutta evidenza, fiancheggiatore dei nazifascisti ucraini. Anche noi. I nostri social (e non solo) vengono sommersi di insulti, improperi, diffamazioni, mancano solo le minacce. Persino la Presidente della Corte d’Appello, dopo l’assoluzione, verrà presa di mira sui social network con accuse pesanti e infamanti.

Gli inviti a lasciar perdere il caso però arrivano, pressanti. Noi ovviamente non molliamo e in ogni occasione tentiamo di dare luce e voce alla verità. Dagli incontri in Senato e alla Camera fino alle iniziative nelle nostre sedi politiche, dal Congresso nazionale di Torino esattamente un anno fa ai convegni in giro per l’Italia, fino alla partecipazione ai presidi e alle manifestazioni di fronte al Tribunale di Milano insieme a tante donne e uomini ucraini.

L’Ucraina è retta da un regime nazifascista. Markiv è un nazifascista. Quindi colpevole. Non fa una piega. Nulla di diverso da chi dipinge gli italiani come tutti mafiosi, in quanto italiani.

Per fortuna dopo un po’ non siamo più soli. Altri cominciano a nutrire dubbi su quella sentenza di primo grado. E altri, ciascuno con i propri mezzi, cercano di aiutare ad arrivare a una verità alternativa. Certo più problematica.

Così un gruppo di coraggiosi giornalisti comincia a lavorare su un complesso documentario che analizza gli aspetti tecnici più controversi (distanze, balistica, visuale, topografia ecc.) e lo fa con esperti e indagini sul campo. Riescono persino a trovare il “quinto uomo”, preziosissimo testimone diretto che l’accusa non si era affannata a cercare. Eppure, il loro lavoro viene denigrato proprio da quelle associazioni che dovrebbero tutelare il lavoro dei giornalisti, in favore della verità.

Memorial, l’ONG di Mironov, mette in piedi un gruppo di lavoro internazionale con avvocati che studiano il caso. La stessa famiglia di Mironov comincia a nutrire dubbi sulla verità troppo facile emessa dalla Corte di primo grado, e lo fa con una lettera alla Corte d’Appello.

Markiv, sostiene l’accusa, ha coordinato l’operazione aggiustando il tiro dei mortai. Ma è l’accusa che man mano che il processo va avanti aggiusta il tiro. Alla fine, secondo la Procura, Markiv aveva avvistato dei civili, non necessariamente identificandoli come giornalisti (ma come, non era quello il presupposto su cui si era basato il processo?). Oppure, secondo le parti civili, quella era una zona problematica, ma non c’era una guerra (ma come, il PM non si era rifiutato di andarci, quando il conflitto era ormai terminato, per paura?).

Il processo d’Appello ha rispristinato la giustizia. Non ha fatto un torto alle vittime. Il torto sarebbe stato accettare una condanna ingiusta, sapendo che si basava su prove inesistenti. Voleva dire rifiutare l’unica testimonianza vera, autentica, drammaticamente genuina, quella del nostro amico Andrej Mironov che, poco prima di morire, diceva ai suoi compagni “siamo finiti in mezzo al fuoco incrociato”.

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