Tempo di innovare la democrazia

L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo in queste ore non ha riflessi solo sugli stili di vita delle persone e sull’economia, ma anche sulla qualità della nostra democrazia.

Abbiamo già assistito alla sospensione del voto del referendum sul taglio dei parlamentari, cui forse seguirà quello per le prossime elezioni amministrative. Riunioni pubbliche e manifestazioni sono sospese, così come l’attività istituzionale di molti organi e assemblee deliberative.

Costituzionalisti e partiti discutono sulla possibilità per il Parlamento di riunirsi e votare da remoto e nel frattempo la Camera dei Deputati è stata convocata in formato ridotto, sollevando non pochi dubbi sull’opportunità di alterare così pesantemente la rappresentanza. L’ultimo decreto del governo dà una spinta per realizzare online le riunioni di molti enti ed istituzioni che non si erano già adeguate o non si sono mai poste questo problema.

Si tratta di una soluzione temporanea e circoscritta alle riunioni, che affronta l’emergenza ma non interviene su quelli che sono ritardi strutturali nel portare innovazioni attese da anni nelle nostre procedure democratiche, che spesso faticano ad adeguarsi persino alle norme esistenti come il Codice dell’Amministrazione digitale, che risale a 15 anni fa, o la normative sulla trasparenza del 2016.

Alcuni esempi: è ancora diffusa la notifica di convocazione di assemblee, consigli e documenti in formato cartaceo, spesso con l’invio di un messo. I documenti informatici discussi sono spesso in formato non aperto e vengono considerati validi solo in presenza di timbri, firme olografe, annotazioni di protocollo. Le teleconferenze che consentono agli organi di aziende e multinazionali di riunirsi e deliberare non sono state fino ad oggi considerate legittime nella PA.

Ma se guardiamo alla procedura elettorale o all’iniziativa popolare vediamo che tutto quanto è legato alla materialità della carta è oggi un diritto sospeso. Ovunque, per presentare candidati o avviare proposte di legge e di deliberazione, sono richiesti moduli timbrati da un pubblico ufficiale, non sono riconosciute le firme digitali ed è necessaria la presenza fisica di un autenticatore per la validazione di ogni sottoscrizione. È necessario infine produrre di una gran quantità di certificati cartacei a corredo della documentazione.

Tutto questo costituiva già in passato un importante costo economico e organizzativo per chi volesse promuovere politica nel nostro paese, oltre che per tutti coloro i quali, perché disabili o impossibilitati a muoversi, non riuscivano materialmente ad esercitare i propri diritti. Oggi questa condizione è generalizzata a causa della quarantena e delle limitazioni agli spostamenti. Ma la sospensione della democrazia non è un’inevitabile conseguenza della pandemia, ma della nostra disorganizzazione.

È arrivato il momento di mettere in cantiere una riforma organica e complessiva per l’innovazione democratica e la partecipazione sfruttando le contingenze di questi giorni.

È necessario puntare sul digitale per preservare la democrazia mettendo a punto provvedimenti che garantiscano l’esercizio dei diritti di tutti garantendo qualità, sicurezza e rispetto dei principi costituzionali.

Non si tratta di minare le basi della democrazia rappresentativa, ma al contrario rinvigorirla tutelandoci da quelli che possono essere sviluppi impropri e regolamentando strumenti partecipativi innovativi. Serve partire da un servizio pubblico di identità digitale da fornire a tutti i cittadini, e da una sovranità digitale che garantisca indipendenza, trasparenza e sicurezza di tutti i dati e le informazioni che accompagnano il processo decisionale. Le cariche istituzionali devono comunicare su canali istituzionali così come devono essere pubbliche le piattaforme digitali per l’organizzazione del consenso e delle iniziative popolari tra utenti certificati.

Il digitale è la risposta giusta, se utilizzato con le dovute garanzie di apertura e controllo diffuso, non è meno sicuro delle procedure cartacee che in passato non hanno evitato firme false e frodi elettorali.

A livello locale si sono già fatte molte esperienze in questa direzione. A Milano siamo pronti ad andare online con una piattaforma partecipativa che a partire da SPID, il sistema pubblico di identità digitale, gestisca le interazioni coi cittadini e le procedure amministrative di partecipazione cittadina.

Lì discuteremo proprio del necessario aggiornamento delle regole della partecipazione e potremo lavorare alla scrittura e all’emendamento di testi e provvedimenti. Un’iniziativa open source già utilizzata in diverse città europee e pronta al riuso, ma da corroborare con una legge quadro.

Il problema della mancanza di competenze e strumenti digitali per molti cittadini è una realtà e le procedure tradizionali e cartacee non dovranno essere annullate o sostituite, ma questa fase eccezionale può fornire intanto la spinta per immaginare un futuro per la nostra democrazia che ci consenta di non doverla sospendere o dimezzare, ma rinforzare e rilanciare.

18 marzo 2020

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