Basta merda in mare

In Italia un terzo degli scarichi urbani e industriali va a finire direttamente nei fiumi o nel mare senza alcuna depurazione. Si calcola che il 30% dei comuni su tutto il territorio nazionale sia privo di un sistema di depurazione degno di questo nome con serie conseguenze sia sull’ambiente che sulla salute dei cittadini soggetti a infezioni e malattie anche molto gravi. Dal 2004 la Commissione europea ha avviato contro il nostro Paese ben quattro procedure di infrazione. L’ultimo aggiornamento, risalente a maggio 2020, parla di 939 agglomerati considerati non conformi distribuiti in tutte le Regioni tranne l’Emilia-Romagna, il Piemonte e le province autonome di Trento e Bolzano, che coinvolgono 29,8 milioni di abitanti. Le regioni più colpite sono: Sicilia 251, Calabria 188, Lombardia 130 e Campania 117.

Il 31 maggio del 2018 una di queste procedure di infrazione è arrivata a doppia condanna: la Corte di giustizia europea ha sanzionato l’Italia a pagare una multa forfettaria di 25 milioni di euro e una penalità di mora di 30 milioni per ciascun semestre di ritardo (pari a circa 5 euro per abitante equivalente). Ad oggi le irregolarità sono costate agli ignari cittadini italiani già 124 milioni di euro pagati alla Commissione europea e in futuro per le procedure ancora pendenti si rischiano nuove condanne e altrettante sanzioni pecuniarie.

Per sollecitare una soluzione è stata lanciata lo scorso 4 gennaio la campagna Basta merda in mare, chiedendo tramite un appello urgente al ministro dell’ambiente Sergio Costa che tutta l’Italia sia dotata di un sistema di raccolta, trattamento e scarico delle acque reflue in linea con la Direttiva europea 91/271/CEE.
La campagna, che cita il nome e il lavoro meritorio della storica associazione ambientalista riminese, ha tra gli obiettivi quello di informare i cittadini su quanto sta accadendo e di avanzare proposte per superare una problematica ambientale grave soprattutto per un Paese a vocazione turistica come il nostro. Fornire informazioni aggiornate e approfondite non è stato semplice perché su questo argomento c’è una mancanza di trasparenza totale.

Si è cercato di fare chiarezza attraverso il reperimento e il riordino di dati ufficiali che non sono disponibili neanche sul portale Commissario unico depurazioni.

Per quanto riguarda invece la progettazione e la realizzazione dei lavori di collettamento, fognatura e depurazione interessati anche dalle procedure comunitarie aperte nei confronti dell’Italia per la violazione della Direttiva Ue sulle acque reflue, al ministro Costa è stato proposto un pacchetto completo di azioni: utilizzare parte del Recovery Fund per portare a compimento i lavori, rafforzare la rete dei controlli ambientali con l’approvazione dei decreti attuativi previsti dalla legge 132 del 2016; ridurre la presenza di piccoli impianti poco efficienti, diminuire la frammentazione del servizio di depurazione a favore di impianti più grandi (escluse zone montane o casi particolari); ristrutturare e ammodernare l’infrastruttura fognaria e depurativa nella prospettiva di una politica ambientale sostenibile; incentivare il riutilizzo delle acque reflue depurate nell’ottica dell’economia circolare; incentivare impianti che possano recuperare i fanghi di depurazione poiché la linea fanghi è il punto nevralgico della depurazione.

01 febbraio 2021

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