Rientrare nella legalità per difendere la salute

Le più importanti leggi che hanno riformato e definito l’attuale assetto del sistema sanitario italiano sono la Legge n. 833 del 1978 “Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale”, i Decreti legislativi n. 502/1992 e n. 517/1993 che ne hanno riformato profondamente i meccanismi di funzionamento, il Decreto legislativo n. 229 del 1999 che ha puntualizzato alcune parti dei precedenti decreti, altre successive normative che hanno regolato particolari settori.
Il modello risultante è il Servizio Sanitario Nazionale (universale, gratuito, finanziato dalla fiscalità generale) mutuato da quello adottato dal Regno Unito, adattato al nostro assetto istituzionale (ruolo delle Regioni) e rivisto nei meccanismi di gestione con la riforma degli anni ’90.

Sinteticamente questo assetto prevede che la gestione, l’erogazione e l’organizzazione specifica dei servizi sanitari siano affidate alle Regioni, mentre regole generali, controllo, coordinamento e verifiche complessive, oltre alla fissazione del finanziamento complessivo, spetti al livello centrale (Governo e Parlamento).

Tutta la gestione fisica della sanità è dunque a livello regionale (i bilanci delle Regioni sono costituiti per oltre l’80% da sanità), tanto che è corretto affermare che ogni Regione dispone di un proprio Servizio Sanitario Regionale.

Tuttavia è possibile e giusto parlare ancora di Servizio Sanitario Nazionale perché ogni cittadino ha diritto a farsi curare dove vuole (indipendentemente dalla regione di residenza) e perché il livello centrale (in particolare il Ministero della Salute) ha il diritto/dovere di indirizzamento e controllo su tutto il sistema.

L’opera centrale di coordinamento, indirizzo e controllo si può svolgere con diversi strumenti, a partire da leggi nazionali e dall’azione cui è tenuto il Ministero della Salute.
Fra gli strumenti obbligatori previsti dalla normativa sanitaria in capo al Ministro e al Ministero della Salute i più importanti sono la predisposizione del Piano Sanitario Nazionale (PSN) e della Relazione sullo Stato Sanitario del Paese (RSSP).

Il metodo della programmazione pluriennale costituisce un principio fondamentale in materia di “tutela della salute” ed uno degli elementi qualificanti del Servizio sanitario nazionale.

A livello statale, il principale strumento di pianificazione è rappresentato dal Piano sanitario nazionale. La Relazione costituisce una componente essenziale per la pianificazione e programmazione del Servizio sanitario nazionale. In particolare è bene soffermarsi sul ruolo che al PSN viene affidato su qualsiasi scelta di politica sanitaria; è sostanzialmente un ruolo “costituente”.

È bene ricordare che numerosi sono i contenuti che la legge affida al PSN: fissare l’allocazione delle risorse (percentuali relative al territorio, alla prevenzione, alle cure ospedaliere), gli obiettivi e gli indici di controllo, le indicazioni e linee guida su ricerca sanitaria e formazione, le modalità di verifica dei servizi e prestazioni, ecc.

Senza PSN, che ha portata pluriennale, la politica sanitaria diviene necessariamente rapsodica e estranea alle reali esigenze di salute che sono invece intrinsecamente proiettate su tempi lunghi; certo ai responsabili, liberati dal dovere di programmare la tutela salute, resta comunque il piacere di mediare giorno per giorno i molteplici interessi della sanità.

Il PSN inoltre fissa lo scenario di sviluppo del SSN e delle sue parti, indicando politiche e strumenti per la diminuzione delle disuguaglianze e per la crescita armonica del sistema, con particolare riferimento al superamento di carenze localizzate.

A fronte del ruolo dichiaratamente fondamentale del Piano Sanitario Nazionale e della Relazione sullo Stato Sanitario del Paese la loro effettiva predisposizione è stata carente nel tempo e addirittura assente da molti anni.
Nell’intero periodo 1994-2021 il PSN è stato regolarmente in vigore solo 9 anni su 29 (31% del tempo), la RSSP 15 anni su 29 (51% del tempo); il PSN è scaduto da 13 anni (ultimo anno 2008), la RSSP è scaduta da 8 anni (ultimo anno 2013).

In altre parole due fra i più importanti documenti di politica sanitaria del paese, il cui scopo è fornire obiettivi pluriennali e conoscenze per le regioni, per gli enti e le aziende sanitarie, per gli operatori, per ogni attore pubblico e privato dei vari settori (farmaceutico, ospedaliero, di produzione di strumentazione o servizi), con riflessi evidenti su tutti i cittadini e i fruitori di prestazioni sanitarie, sono nei fatti considerati una seccatura da cui tenersi lontano per non disturbare le dinamiche della politica e della amministrazione statale.

La gravissima responsabilità di privare il sistema sanitario dei principali documenti di programmazione e di governo è prima di tutto politica e in capo al Ministro della Salute.
Egli è il massimo responsabile della politica sanitaria e di tutela della salute e a lui spetta il compito di controllare, proporre, agire, coordinare e predisporre quanto il settore e le leggi nazionali richiedono e prevedono.

Anche se meno appariscenti, le responsabilità amministrative all’interno del Ministero della Salute sono altrettanto chiare.
I diretti responsabili della predisposizione del PSN e della RSSP sono rispettivamente il Direttore Generale della Programmazione sanitaria e il Direttore Generale della Digitalizzazione, del Sistema Informativo sanitario e della Statistica.

Ovviamente non si tratta “solo” di rispettare l’architettura istituzionale della riforma e lo assetto del SSN; l’assenza del ruolo nazionale e unificante proprio del PSN non può non tradursi, quasi automaticamente, in termini di salute con riflessi negativi e preoccupanti.
Uno dei principali problemi della sanità italiana oggi è infatti l’aumentato livello di disomogeneità fra regioni sia in termini di servizi sanitari che di salute, certificato da tutti gli indicatori e modelli di valutazione (nazionali e internazionali).

Basti solo ricordare l’entità della mobilità sanitaria (consumo di servizi diagnostici e di cura in regioni diverse dalla propria): 800 mila migranti sanitari italiani ogni anno per un valore economico superiore ai 4 miliardi di euro. In questo caso non si usano barconi, ma le motivazioni sono altrettanto tragiche e selettive.

La irresponsabilità politica e amministrativa sta consentendo ai tanti interessi interni alla sanità (cordate partitiche regionali attirate dal controllo di appalti, risorse e nomine nelle singole strutture; aziende fornitrici di beni e servizi; operatori farmaceutici; sindacati/corporazioni di settore;.) un lungo periodo privo di riferimenti e obiettivi nazionali verificabili.

È dunque necessario proclamare la grave illegalità continuata, ripristinare il rispetto delle regole e salvaguardare il Servizio Sanitario Nazionale con strumenti decisi e incisivi nei confronti di chi consapevolmente o meno concorre a mantenere tale situazione.

1 febbraio 2021

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