Autonomi, non indipendenti. Il rapporto tra Radicali italiani e +Europa. Una proposta per il Congresso

di Carmelo Palma

Il prossimo congresso di Radicali italiani rappresenta una vera sfida esistenziale per un movimento politico che negli ultimi due decenni ha provato con alterne fortune a organizzare l’attività e l’iniziativa dei radicali in Italia.
Le vicende seguite alla morte di Marco Pannella sono state segnate da divisioni e ostilità nella galassia radicale tanto profonde all’interno, quanto incomprensibili all’esterno.
Nel 2018, per la prima volta dopo più di un decennio – cioè dai tempi della Rosa nel Pugno, 2006 – alcuni radicali sono stati eletti in Parlamento grazie a una lista che Radicali italiani ha concorso a formare e animare e che ha ottenuto novecentomila voti, proprio mentre Radicali italiani mostrava evidenti difficoltà di aggregazione e ancora più gravi problemi di coesione interna.
Al nuovo protagonismo politico-elettorale dei radicali, con l’iniziativa di +Europa e la leadership di Emma Bonino, non ha corrisposto un rilancio di RI, che ha proseguito in un processo di logoramento in atto da parecchi anni, in primo luogo per i dissidi maturati all’interno dell’area radicale.
Dal 2013 a oggi gli iscritti a RI non hanno mai superato le 1000 unità. Dal 2008 esponenti radicali non venivano eletti in Parlamento (in quel caso ospitati nelle liste del PD).
Basterebbe questo a smentire la lettura secondo cui la crisi di Radicali italiani sarebbe un effetto dell’esistenza di +Europa, una sorta di conseguenza del contestuale indebolimento della identità radicale compromessa dalla partecipazione a un partito “convenzionale” e del travaso del consenso in un nuovo soggetto politico-elettorale.
Questa crisi ha cause tutte interne alla storia dei radicali, che riguardano sia il ricambio delle classi dirigenti in un delicatissimo passaggio intergenerazionale, sia la stessa analisi radicale sulla trasformazione e degradazione del regime italiano. Il nostro Paese è un vero caso di scuola del contagio della peste anti-liberale, che ha colpito tutte le democrazie occidentali, ma che ha letteralmente aggredito quella italiana con un populismo double face, tanto di destra, quanto di sinistra.
L’aggiornamento dell’analisi radicale e la ricostruzione di una classe dirigente unita attorno ad essa non può essere compiuto contro +Europa, che è l’esperienza di maggiore successo della storia radicale recente, e che individua correttamente, proprio sulla scorta dell’analisi radicale, nell’attacco all’Europa e ai suoi principi di organizzazione politica il fronte più avanzato e pericoloso dell’offensiva contro la democrazia liberale e lo stato di diritto.
Si tratta dunque di ricostruire una ragione d’essere per Radicali italiani, che come movimento “liberale, liberista e libertario” è una naturale piattaforma di opposizione politico-culturale in un Paese sempre più ostaggio di un pensiero che nega, in radice, il primato delle libertà politiche, economiche e civili individuali. Si tratta anche di incanalare questo sforzo su nuove battaglie di diritto, emblematiche e rappresentative, con nuove modalità di iniziativa e di coinvolgimento (come ad esempio quella che propone Olivier Dupuis), e di coordinarle con quelle di +Europa, che non è, né nel suo elettorato, né nella sua classe dirigente, un soggetto solo radicale, ma che pure è un soggetto anche pienamente radicale, se per “radicale” non si intendono elementi di stile, lessico e iconografia politica, ma più concretamente le battaglie politiche, economiche e civili dei radicali in Italia a partire dal 2000.
Al prossimo congresso di Radicali italiani questa prospettiva di integrazione di RI in +Europa si confronterà presumibilmente con una linea alternativa di ricostruzione di un soggetto politico-elettorale radicale e di rottura o formale allontanamento dall’esperienza di +Europa, accusata di essere un partito liberaldemocratico troppo “tradizionale” e “elettorale”. In una parola, troppo poco radicale.
Io penso, al contrario, che per preservare l’autonomia di RI non si debba allontanarla da un’esperienza politica che ha contribuito a costituire in modo determinante e che +Europa debba essere aiutata a diventare un partito ancora più radicalmente e intransigentemente liberale su tutti i principali temi dell’agenda di governo, da quelli economici e della finanza pubblica a quelli della giustizia e delle libertà civili e delle riforme politico-istituzionali.
Ricorrendo a un classico motivo retorico e politico “pannelliano”, si potrebbe dire che Radicali italiani non deve illudersi che l’indipendenza garantisca più sovranità di un’autonomia interdipendente con il soggetto politico-elettorale che ha riportato i radicali in Parlamento.
Praticamente nessuno degli attuali dirigenti radicali ha Radicali italiani come sola e esclusiva appartenenza politica. Tutti, anche i più critici e ostili, sono, o sono stati, dirigenti o anche eletti di +Europa. È un fatto oggettivo che significa molto della oggettiva inscindibilità – a meno di non fare un’operazione astratta e posticcia – della vicenda radicale (di Radicali italiani) e di quella di +Europa.
Ovviamente, fino a che +Europa avrà la leadership di Emma Bonino e negli organi dirigenti numerosi esponenti della storia radicale passata e recente (da Gianfranco Spadaccia a Lorenzo Strik Lievers, da Olivier Dupuis a Silvja Manzi, da Valerio Federico e Yuri Guaiana a Alessandro Massari e Igor Boni) rimarrà anche, a tutti gli effetti, un soggetto radicale, al di là dell’adesione o dal distacco formale di Radicali italiani. Ma il problema del rapporto di Radicali italiani con +Europa rimane a mio parere centrale per entrambi, al di là delle modalità approssimative e “feudali”, più che federali, con cui fin dall’inizio si è articolato il rapporto tra +Europa e i suoi soggetti costituenti (tra cui Radicali italiani).
Radicali italiani non è solo una sigla, ma un soggetto politico con una storia tutt’altro che breve o irrilevante se confrontata alla generalità delle attuali organizzazioni politiche italiane, elettorali e no. Non sovrapporsi e fondersi, ma coordinarsi e integrarsi con +Europa mi sembra per Radicali italiani come soggetto di iniziativa politica il modo più pagante per coltivare la propria distinzione e per mettere a frutto il proprio capitale politico. Farne un soggetto elettoralmente concorrente, anche con +Europa, dopo 18 anni di vita e al punto più basso della propria consistenza organizzativa mi appare una scelta velleitaria. L’ultima lista solo radicale a superare il 2% in un’elezione nazionale è stata quella Pannella-Bonino alle elezioni europee del 2004. Sono passati 15 anni da allora. Nulla fa pensare che un partito politico solo radicale potrebbe oggi ottenere risultati anche solo paragonabili a quelli di 15 anni fa.
Il passaggio dal Governo Conte I al Governo Conte II dimostra che nell’Italia populista, come avveniva nell’Italia partitocratica, l’alternanza non è una garanzia di alternativa. In questo caso, l’alternanza di Conte con lo stesso Conte ha reso la successione a Palazzo Chigi ancora più smaccatamente trasformista. Ma i problemi che questo Governo pone sono, per l’essenziale, gli stessi del precedente: un mix di populismo fiscale, penale e istituzionale tossico per l’Italia e per gli italiani, anche se plebiscitato da ampie maggioranze. D’altra parte anche il debito pubblico, cioè il macigno che più pesa sulla vita e sulla libertà degli italiani, è stato il prodotto di un perverso “patto sociale” contro le nuove generazioni che in Italia ha avuto e continua ad avere una solida, anche se suicida, legittimazione democratica.
Come è successo più volte nella storia radicale, anche in questo frangente occorre la forza di essere impopolari, per non essere antipopolari, e una capacità di innovazione che tenga l’analisi e la proposta al riparo da qualunque conformismo “progressista” e “conservatore”. Questo vale per Radicali italiani al proprio interno, come nei rapporti con la nuova maggioranza di governo, che ambisce a ricostruire un centrosinistra organicamente ibridato con il campione dell’antipolitica populista, il M5S.
Su questa base e con questa proposta parteciperò al prossimo congresso di Radicali italiani e invito ad iscriversi e a partecipare i simpatizzanti di RI e di +Europa che condividono questa esigenza di chiarezza e questa prospettiva di impegno futuro.

5 risposte a “Autonomi, non indipendenti. Il rapporto tra Radicali italiani e +Europa. Una proposta per il Congresso”

  1. Faro’ il possibile per partecipare.
    Certo è che, agli occhi di chi come me si avvicina alla grande tradizione radicale con rispetto e umiltà, arrivando da un’altra storia politica, i contrasti che vi animano sono di assai difficile comprensione.
    Mai come ora si sente bisogno di una proposta di riformismo radicale per affrontare alla radice i mali dell’Italia.
    E’ il vostro tempo e voi litigate!

    Sopratutto, spero che dal congresso possa emergere un’analisi della crisi italiana ed europea che non si riduca a slogan ideologici ma, piuttosto, parta dai vecchi conflitti tra capitale fisico e lavoro e dai nuovi conflitti tra intermediari e intermediati del web per arrivare alle radici del blocco sociale e politico che impedisce al Paese di innovare e crescere.

  2. Caro Carmelo…queste tue osservazioni fanno “pendant” alle mie di qualche giorno fa alla direzione in una riunione a Milano.
    L’errore di PiùEuropa, voluto o no ormai poco mi interessa, è la NON ammissione che l’unico successo elettorale perseguito ed ottenuto (4 deputati +2 consiglieri regionali) è da attribuirsi ai voti dei cosiddetti ‘nativi’, persone che come me non appartenevano al mondo liberale radicale né a quello di FE né sicuramente a quello ‘finto liberale’ di FI. Persone che han creduto di trovare in PiùEuropa qualcosa di nuovo e soprattutto quella spinta europeista, quasi federalista, una novità assoluta, e genuinamente liberale che in Italia praticamente non è mai esistita se non nelle vesti del riformismo di sx, con tutti i suoi limiti, anche se apprezzabile se si pensa alla strada che ha compiuto (il revisionismo, nonostante Berlusconi abbia inquinato la loro azione chiamandoli sempre ‘comunisti’ e, per inciso, ho avuto amici che hanno vissuto il comunismo quello vero e che mi han sempre preso in giro, a ragione, quando dicevo loro che votavo PCI).
    Ci han votato elettori che oggi seguono Renzi, tornano al PD o si rifugiano in Calenda, elettori che PiùEuropa ha sempre considerato con sufficienza quando non con disprezzo.
    Allora la farò breve: questo tuo intervento è giustamente un ‘richiamo alle armi’ perché la situazione si fa perniciosa per il nostro partito, +E, perché se in RI prevalesse una corrente che cancella l’articolo statutario che ora non permette a RI di presentarsi alle elezioni, per +E diventa un problema grosso. Infatti, non avendo +E coltivato il suo elettorato, si ritroverebbe a competere anche con la sua anima quasi gemella quella appunto dei RI.
    In tutto questo appare molto chiaro che NOI nativi non siam degni di nessuna attenzione. Ma alle prossime elezioni +E o RI, da soli, saran irrilevanti, questo è certo e su questo punto ti do ragione nel tuo avvertimento agli amici Radicali.

  3. Carmelo Palma scrive: ” integrazione di RI in +Europa si confronterà presumibilmente con una linea alternativa di ricostruzione di un soggetto politico-elettorale radicale e di rottura o formale allontanamento dall’esperienza di +Europa”. Caro Carmelo ridurre il congresso di radicali italiani ad un dibattito sul rapporto con più Europa, rivela le tue intenzioni, ma non aiuta Radicali Italiani. E neppure la analisi sul governo che fa più Europa legittimamente e che mi pare tu auspichi collimi con quella di Radicali Italiani, aiuta radicali italiani. Non mi pare sia questo il senso radicale delle nobili doppie tessere. Buon congresso a tutti noi.

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