Breve nota sulla nascita del Governo Conte II

di Giulia Crivellini e Gionny D’Anna

In questa nuova compagine di Governo ciascuno di noi può vedere quello che vuole: ci si può vedere un incompetente al Ministero degli Esteri; così come ci si può vedere un incompetente politicamente e mediaticamente silenziato.

Ci si può vedere, ancora, la fine dello scellerato teatrino leghista composto dal senatore Pillon e dai Ministri Fontana e Locatelli, impegnati in una strenua difesa della famiglia “naturale”, contro la legge 194 sull’aborto, contro i diritti delle donne e contro ogni libertà di scelta in materia fine vita. Oppure ci si può vedere una poco nota professoressa di area renziana.

E poi ci si può vedere Bonafede alla Giustizia. Ed è difficile vedere altro.
Ma ci si può vedere anche il nuovo assetto che oggi compone il Viminale, la Difesa e i Trasporti – ossia i tre dicasteri che giocano come attori protagonisti nella gestione dell’immigrazione -, il quale, per storia e per provenienza, si pone all’opposto rispetto alla visione e alla gestione barbara e scellerata cui abbiamo assistito in questi mesi.

Significativo inoltre che oggi il Consiglio di Ministri appena insediato abbia deliberato di impugnare la Legge regionale del Friuli Venezia Giulia n. 9/2019 perché talune disposizioni in materia di immigrazione sarebbero discriminatorie sui migranti. Anche in questo caso, allora, è difficile vedere altro.

Certo non si può non vedere una forte discontinuità nei rapporti con l’Unione europea, con un convinto ed espertissimo europeista al Tesoro e un altro agli Affari europei, da anni peraltro sostenitore di un nuovo modello di gestione dell’immigrazione in Europa.

Non si può non vedere nella nomina di Gentiloni stesso a commissario europeo con una delega di altissimo profilo un’enorme chanche, non solo per far uscire l’Italia dall’isolamento in cui il precedente esecutivo l’aveva gettata, ma per farla tornare protagonista almeno credibile del processo di integrazione europea in una fase che, su tanti dossier, economici, ambientali, sociali e forse finanche istituzionali, potrebbe apparire di svolta.

E così via. Si può, insomma, sostenere che la discontinuità c’è o non c’è, a seconda, appunto, di cosa ciascuno vuole vedere o sottolineare.

Ma essere classe dirigente politica, fare Politica, non significa fermarsi a vedere ciò che si vuole vedere. Significa invece riuscire a vedere in funzione di ciò che si vuole fare, in funzione di ciò che si vuole che accada. Per questo, se fossimo in Parlamento voteremmo con convinzione una “fiducia senza sconti”. Per rafforzare e rendere concreti quelli che oggi ci sembrano dei presupposti per una “legislatura di svolta” sia piano nazionale, dove in alcun modo vengono meno le forti preoccupazioni che da anni denunciamo – specialmente per la condizione in cui versa il sistema giustizia e il rispetto dei principi dello Stato di Diritto – ma anche sul piano europeo, dove siamo perfettamente consapevoli che non sono sufficienti alcuni brillanti curriculum per fare la differenza.

Ma per questo, quello che quindi sarebbe oggi più che mai necessario è proprio una forza che “facendo fiducia” dentro e fuori dal Parlamento riporti (o porti) duramente al centro della scena politica gli obiettivi quando qualcuno, da una parte, dovesse dimenticarsene o tentennare, e, dall’altra, dovesse perdersi per talune pericolose strade stellate.

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