Contributo al dibattito interno a Radicali italiani

di Simona Viola (direzione di Radicali italiani)

La piccola collettività politica rappresentata da Radicali Italiani, poche centinaia di persone, alcune decine delle quali più attive politicamente di altre nei rispettivi luoghi, è ormai da tempo attraversata da profonde tensioni, da dissapori e da dissidi.

Si tratta di dissapori molto diversi da quelli che hanno determinato la drammatica separazione dal PRTTN, lascito senile dell’ultima deteriorata fase della vita di Marco Pannella, alimentata solo da rancori, invidie, personalismi e narcisismi e drammaticamente priva di contenuti politici.

L’attuale “discorso interno” ai radicali italiani, e le contrapposizioni che proietta, a me sembra invece rappresentativo di un’importante, e auspicabilmente ricucibile, ma forse irriducibile, faglia, di una linea di demarcazione, tutta politica, nell’analisi del presente.

I Radicali Italiani condividono, infatti, senza se e senza ma, e senza sostanziali distinguo, il progetto politico di rendere l’Italia una società democratica, laica e liberale, con una economia fondata sulla libertà di mercato e la concorrenza, che rispetti la libertà di autodeterminazione delle persone, nella quale lo Stato rispetti la legge e il diritto, riconosca i diritti umani, e promuova l’ampliamento della sfera dei diritti individuali, un paese che ripudi il proibizionismo, inverta il processo di consumo e di distruzione delle risorse naturali e indirizzi scienza e tecnologia al servizio delle persone e della democrazia.

Il progetto è comune, i riferimenti ideali sono gli stessi.

Quel che ci divide non è il progetto ma la lettura del presente.

E’ infatti diffusa, anzi è probabilmente maggioritaria, la convinzione che la “peste italiana” che affliggeva il Paese nel secolo scorso – soffocandolo nel potere corrotto di tutti, indistintamente tutti, i partiti, egualmente colpevoli e corresponsabili della condizione di sfascio delle istituzioni, di disinformazione e di illegalità generalizzata – sia la stessa peste odierna.

E’ probabilmente maggioritaria la visione di una sostanziale continuità della storia politica del Paese che meriti, conseguentemente, una sostanziale continuità di prassi politica – come dimostra, per esempio, la ricorrente proposta di avviare una nuova stagione referendaria.

La tesi secondo cui l’Italia è sempre afflitta dallo stesso deficit di democrazia e di informazione, rispetto al quale i Radicali continuano a rappresentare una forza politica “ontologicamente” diversa da tutte le altre, li conduce a ritenere di non poter conseguentemente che continuare a dispiegare in solitudine la propria iniziativa politica, e così conservare e preservare la propria assoluta e irriducibile specificità, generando tuttalpiù momentanee alleanze su singole battaglie, come quella, per esempio, che ha consentito la approvazione della legge sul fine vita (che è peraltro l’unica significativa iniziativa politica radicale di successo dell’ultimo decennio).
Non è un caso che il PRTTN – che ha portato con coerenza alle estreme conseguenze il pensiero dell’”indifferenza” – abbia infatti propugnato l’astensione elettorale non ravvedendo significative differenze nel voto per alcuno dei partiti politici presenti nelle competizioni di marzo 2018 e maggio 2019.

La linea di demarcazione che divide questa visione da un’altra lettura, viene da lontano: vi è infatti un orientamento di pensiero (che chiamerei “pessimista”) secondo cui l’autentica “peste italiana” (la “lebbra” come l’ha chiamata Macron) non era quella denunciata allora ma è piuttosto quella odierna.

La visione pessimista è costretta, anche alla luce degli accadimenti del tempo presente, a derubricare lo sfascio delle istituzioni, la disinformazione e l’illegalità diffusa che i radicali hanno sempre denunciato con quel sentimento di scandalo che solo loro sapevano esprimere, a “morbillo italiano”.

Non per questa derubricazione la malattia della democrazia diventa meno inaccettabile e scandalosa di quanto abbiamo sempre pensato.

Solo che adesso la peste è davvero arrivata.

Ed è possibile che la peste sia (anche) una degenerazione del morbillo, ma mentre il morbillo è curabile, di peste invece si muore.

Meriterebbe un supplemento di riflessione il fatto che il messaggio del “sono tutti uguali” accomuni pericolosamente l’analisi radicale di stampo iper-critico, a quella qualunquistica e populista che ha portato al successo il M5S.

Anche quando Pannella – oggi semplificato e frainteso – mostrava di contrapporre la politica radicale a quella di tutti gli altri partiti (chi si ricorda il manifesto “Fermali con una firma”?), neanche allora erano veramente tutti uguali, e c’erano persone degne in tutti o quasi i partiti, che Pannella si prendeva come compagni di strada.

Quella analisi – come del resto Roberto Cicciomessere e Lorenzo Strik Lievers hanno spesso e motivatamente argomentato – era sbagliata ieri ed è completamente improponibile oggi, quando all’evidenza non sono tutti uguali.

Ferma restando la meritata disistima dei dirigenti del PD, non si può confondere la chiusura di tutti i partiti rispetto ai nostri temi (dall’antiproibizionismo, al fine vita) con la loro, invece diseguale, relazione con le istituzioni repubblicane e con i principi liberal democratici.

Pannella (e Gandhi prima di lui ) richiamava i partiti – o meglio i singoli politici, rompendo la coesione interna dei loro partiti quando era malsana – alla legalità che loro stessi si erano data, che certamente era spesso violata ma ci si vergognava e pubblicamente si riaffermavano i principi liberal democratici. Ma a quale legalità è possibile richiamare oggi Lega, M5S e FDI?

Sia Gandhi (prima guerra mondiale e vari scritti) che Pannella (guerra di Bosnia e purtroppo pochi o nessuno scritto) sono sempre stati molto chiari sul fatto che nonviolenza non vuol dire essere imbelli, e che in casi estremi occorre schierarsi.

Il pensiero radicale pessimista, probabilmente minoritario, ritiene che la saldatura Lega-M5S costituisca un rischio letale per l’assetto democratico del Paese che pure esiste (ancorché caratterizzato da insufficienze, inadeguatezze e lesioni gravi o gravissime) che l’Italia si trovi in un caso estremo o che ci siano tutti i sintomi per temere che presto lo diventerà.

Nessuno meglio dei radicali conosce la distinzione tra “democrazia reale” e “democrazia formale” e tuttavia quella distinzione, segna una distanza (tra la realtà e il modello) che può essere ridotta o ampliata, rispettivamente migliorando o peggiorando la qualità della democrazia.

Ma nei regimi autoritari quella distinzione non c’è più e quei margini di miglioramento (che hanno rappresentato lo spazio politico di tutta l’iniziativa politica radicale) scompaiono, perché la democrazia non è più né formale né reale.

Questa maggioranza di governo è espressione di due partiti completamente privi di alcuna traccia di cultura democratica, impregnati, al contrario, di autoritarismo, che intercettano, alimentano, coltivano e amplificano – anche con mezzi illegali – i peggiori sentimenti collettivi (la paura, l’invidia, la rabbia, l’odio, la vendetta).

In nessuno dei due partiti emergono segnali di contraddizioni democratiche, né di dibattito interno. La linea politica del Governo è decisa al di fuori delle sedi di partito, al di fuori delle sedi istituzionali (il Parlamento non lavora più e il Governo si riunisce per rapide attività di ratifica) con modalità sostanzialmente segrete tra pochissime persone che, nel caso del M5S, ricoprono ruoli rilevantissimi senza neppure essere state oggetto di una trasparente selezione interna.

I nostri amici ungheresi sanno cosa significhi avere un premier che dichiara “il rapporto tra individuo e comunità nazionale è stato ridefinito in Ungheria, la nazione sovrana è più importante della libertà individuale”.
Il nostro Paese oggi è governato da due giovani e abili aspiranti dittatori senza nessuno scrupolo di natura ideale: i soli “valori” di riferimento si trovano nella Lega e sono, per noi, dei “contro-valori” (Dio Patria e Famiglia, prima gli italiani, libertà di evasione fiscale), il M5S non ha nessuna bussola ideale di riferimento e può sostenere con la massima indifferenza qualsiasi tesi politica.

I due partiti di governo alimentano il loro consenso con notizie false, e potentissimi apparati informatici di manipolazione del consenso.

La Lega è il braccio operativo in Italia della Russia, potenza straniera ostile alle democrazie occidentali, e al servizio di un progetto internazionale eversivo e di un disegno di destabilizzazione dell’Unione Europea.
I ministri hanno dismesso qualunque linguaggio istituzionale, insultano avversari politici e cittadini dissenzienti, aizzano i loro elettori all’odio, alla violenza e al disprezzo, usano e abusano di istituzioni che incarnano in base alle loro incompetenze.

La Lega vorrebbe trasformare irreversibilmente il Paese e assegnare autonomia perfetta alle Regioni dove tradizionalmente governa, regalando loro le infrastrutture pagate da tutti gli italiani e separandole, con un’operazione secessionista, dal resto dell’Italia, bad company da lasciare a se stessa.
L’attacco al diritto di informazione è stato portato, dal M5S, al massimo livello mai visto con la riduzione dei contributi all’editoria e, infine, il tentativo di chiudere Radio Radicale.

Lo stato di diritto è un ricordo.

Come nel 1933 i nazionalsocialisti tedeschi hanno spregiudicatamente cavalcato un preesistente diffuso sentimento antisemita, attizzato dall’arrivo delle masse di ebrei che scappavano dai pogrom orientali, così oggi i nuovi nazisti nostrani, usano lo stesso osceno e violento linguaggio, la stessa politica di repulsione, espulsione e pulizia etnica.

La maggioranza di governo si tiene sul comune convincimento che l’”interesse generale” (volta a volta individuato dai due partiti con totale disinvoltura in obiettivi spesso confliggenti fra loro) meriti certamente l’accantonamento delle libertà individuali (basti solo pensare al rapporto dei gruppi parlamentari del M5S con i loro parlamentari).

Dunque, per tornare ai radicali italiani, ve ne sono di particolarmente “pessimisti”, che vedono in questo inedito scenario non più una degenerazione partitocratica, non più uno sfascio delle istituzioni e un’illegalità diffusa che offendono e indeboliscono un sistema democratico fragile, che andrebbe invece migliorato e rafforzato, ma un vero e proprio tentativo eversivo, un disegno apertamente ostile al modello democratico rappresentativo, frutto della convergenza di intenti tra la nostalgia per il ventennio e la cecità di una rabbia sociale ignorante e vendicativa.
La riduzione del numero dei parlamentari, il loro totale e giuridico asservimento alla linea politica del Capo e l’introduzione del plebiscitarismo referendario sono la metafora perfetta della disconferma della massima istituzione del parlamentarismo.

La nostra vecchia scalcagnata e imperfetta democrazia, la democrazia rappresentativa, la liberal democrazia giorno dopo giorno viene sostituita da questo “direttorio” permanente per l’attuazione di un terribile “contratto di governo”, mai sottoposto alla volontà popolare, che parla “in nome del popolo” il cui tuttora crescente consenso deriva dalla quotidiana somministrazione di un sapiente mix di odio e di bugie.

Non credo che sia un caso se i radicali pessimisti, che pensano che questa sia la vera peste, paragonata al morbillo che la precedeva, sono tendenzialmente anagraficamente più vecchi degli altri radicali.
Ed è curioso osservare che chi c’era – ed era già politicamente impegnato – negli anni dello stragismo e della deviazione dei servizi segreti, negli anni del terrorismo e delle leggi speciali, avverta oggi un pericolo più intenso e più grave rispetto a momenti pure drammatici della storia del Paese.

Insomma la domanda che dovrebbe impegnarci è la seguente:
i radicali italiani continuano a credere (né più né meno di come i radicali del PRTTN) che occorra ancora transitare verso un regime democratico che l’Italia non ha mai conosciuto, e che per farlo occorra iniettare germi di modernità, di laicismo, di liberalismo, di libertarismo nella società, e costringere tutte le altre forze politiche a un’agenda di diritti e libertà; oppure i radicali italiani pensano che occorra arginare l’insorgenza di un regime autoritario, alimentato da fondi stranieri, e appoggiato da un vasto consenso popolare strappato con l’inganno e che dunque, trovandoci in una situazione estrema, occorra schierarsi?

Credo che il confronto, fra queste due letture del presente – ce ne saranno anche altre, che certamente colpevolmente non vedo – debba porsi al centro della nostra riflessione.

Perché, ed è superfluo a questo punto sottolinearlo, solo chi giustifichi e condivida la scelta di schierarsi può accettare la disponibilità ad allearsi con forze politiche diverse, che altrimenti resta indigesta e inaccettabile.

31 luglio 2019

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