+Europa: riflessioni di metodo e merito

di Francesco Galtieri, membro di direzione di Radicali Italiani e tesoriere dell’Associazione Movimenta

In merito al dibattito in corso sul futuro di +Europa, condivido qualche riflessione in merito alle questioni principali, al netto del fatto che gli eventi delle ultime e delle prossime ore potrebbero spingerci a considerazioni più “contingenti”. Ne riconosco la lunghezza, ma credo che la complessità del creare un novo progetto politico la giustifichi.

Innanzitutto, penso che l’identità di +Europa vada costituita attorno a una proposta politica chiara e comprensiva che oltre a far riferimento a un quadro valoriale e di obiettivi generale (secondo il linguaggio usato nell’attuale proposta di preambolo in discussione per il nuovo Statuto) dia anche un senso più concreto della visione dell’Italia e dell’Europa che vorremmo. Questo, partendo dal nostro programma e selezionando pochi temi “per volta” (in forma di gradualità a cui siamo stati invitati) che facciano l’oggetto di iniziative politiche, che siano nazionali o paneuropee. Senza questa “agenda politica” più dettagliata (che richiede che il programma frettolosamente messo assieme durante la campagna sia anche discusso e ridefinito in modo più aperto), selezionare iniziative sulla base di obiettivi troppo generali ridurrebbe +Europa a un’organizzazione promotrice di “singole campagne” (o un contenitore politico di campagne legate all’Europa – ossia quasi un gruppo civico di lobbying politico) e non un progetto politico che gradualmente allarga il suo campo di azione a una serie di iniziative “coerenti” che rappresentino un percorso verso una visione condivisa e multi-settoriale (di Paese e di Europa) e una crescita anche di adesione, mobilitazione e consenso (per potersi misurare elettoralmente).

Per arrivare a questo va definito un percorso di consultazione interna (non a ciascuno dei soggetti costituenti federati ma a tutta la comunità, una volta definite le forme di adesione) – affinché la creazione di questa visione e la scelta delle iniziative sia condivisa e non definita da 4-5 persone – perché questo sia il vero momento fondativo di +Europa come nuovo progetto politico.

Questo aspetto, tuttavia, richiederebbe anche un ulteriore passaggio di cui ad oggi nessuno ha ancora parlato – perché capisco sia un punto difficile da chiarire ma essenziale. Se è vero che la crescita di +Europa non fa scomparire la ragion d’essere delle organizzazioni che vi aderiscono (quelle presenti adesso e quelle future previste dall’attuale proposta di Statuto), restano delle domande:

  • Qual è la differenza del loro campo d’azione ed iniziativa politica?
  • Come si gestisce un’eventuale divergenza di vedute tra l’agenda condivisa di +Europa e la posizione interna a uno dei soggetti su un tema specifico?
  • I singoli soggetti possono prendere iniziative a nome di +E non discusse in seno alla futura dirigenza di +Europa?

Ad oggi c’è grande confusione, perché i soggetti costituenti federati non sono “monotematici” (come magari l’Associazione Coscioni, Certi diritti, ecc.) ma “generalisti” e tutti con agende su vari fronti (economico, sociale, dei diritti, ecc.). Ad esempio, se Riccardo Magi parla in TV con il sottopancia “Deputato di +Europa” quello che dice è associato a +Europa e non necessariamente a Radicali Italiani (di cui è il Segretario) e siccome le due organizzazioni sono entrambe politiche (così come Centro Democratico, Forza Europa ed altri futuri membri collettivi di +Europa) è facile che si crei “cacofonia” se non si definisce la differenza del campo d’azione di ciascuna organizzazione. Ad oggi, è +Europa che – nel fare di necessità virtù – ha preso pezzi delle iniziative di ciascun soggetto (in particolare Radicali Italiani) e delle idee di pochi individui e ne ha fatto programma. In futuro, credo che sia il programma di +Europa (quindi deciso in modo collettivo tramite mozioni congressuali) a dover dettare la linea sui temi comuni anche ai membri collettivi federati. Sennò c’è un rischio di creare confusione ed incoerenza d’azione perché altrimenti le organizzazioni federate potrebbero diventare il veicolo per condurre iniziative politiche su temi attorno ai quali c’è disaccordo all’interno di +Europa (generando potenziale confusione ed incoerenza di programma). Chiaramente, resterebbe piena libertà su temi che non fanno parte del programma comune ed allo stesso tempo ciascun soggetto che tenesse a portare il peso di +Europa su un nuovo tema dovrebbe promuoverne la discussione in congresso. Questa riflessione deriva dal fatto che in una federazione il valore aggiunto tra i soggetti federati deve essere dato dall’unire le forze in modo coerente e dalla complementarietà (piuttosto che dalla sovrapposizione) delle azioni. Per questo ci si potrebbe spingere fino a concepire – una volta stabilite visione ed agenda politica di +Europa negli organi statutari preposti – una sorta di divisione delle responsabilità di coordinamento (a nome di tutti) delle iniziative politiche, ad esempio per temi, per forme di mobilitazione e ingaggio civico o per “livelli” di azione (locale, nazionale ed europeo) per rendere chiari i ruoli di ciascuno ed anche massimizzare le esperienze e competenze di ciascuna organizzazione. Questa potrebbe essere una via per definire la complementarietà, valorizzare le esperienze e le competenze passate e presenti, e dare chiarezza anche all’esterno del ruolo di ciascun soggetto collettivo federato, al quale si rivolgerebbero i singoli militanti (iscritti a uno dei soggetti collettivi o direttamente a +Europa secondo le modalità da definire) qualora interessati ad attivarsi su una o più iniziative specifiche.

Sui nodi organizzativi e di rappresentanza, dobbiamo fare attenzione a non creare cittadini di serie “A” e di serie “B” o a stabilire forme di rappresentanza per “censo” – né per quanto riguarda i membri individuali, né per quanto riguarda nuovi membri collettivi. Mi riferisco alle attuali ipotesi di potenziale ponderazione sulla base del valore della quota di iscrizione a ciascun soggetto federato.

Credo che l’unica forma di ponderazione – se davvero si vuole attribuire un peso “variabile” ai soci collettivi federati – sia quella di accordarsi su armonizzare il concetto di “status di iscritto” e contare i numeri. A partire da quel momento, ciascuna organizzazione prenderà questo fattore in considerazione quando stabilisce le proprie quote associative. Un tale approccio sarebbe anche facilmente adattabile a futuri soci collettivi (federati) i cui requisiti di ingresso dovrebbero prevedere che abbiano una forma di membership simile a quella prevista dallo Statuto di +Europa. Con questa logica sarebbe facile considerare gli iscritti individuali come un “membro collettivo” che nomina dei rappresentanti secondo lo stesso principio di proporzionalità. Chiaramente, questo potrebbe richiedere in questa fase un allineamento tra i tre soggetti costituenti nel determinare lo status di socio nei rispettivi statuti.

Sulla questione dei comitati/antenne territoriali, credo che sia importante capire come si possano attivare per iniziative politiche anche locali, altrimenti un soggetto politico non cresce perché non sviluppa rilevanza nel quotidiano dei cittadini – ma questa opportunità sarebbe smorzata dall’esclusione esplicita “a priori” di partecipare ad elezioni locali. Forse bisognerebbe stabilire semplicemente il non “automatismo” (così come non c’è automatismo di presentazione a nessuna elezione) ma attenzione a creare un centralismo estremo in questa presa di decisioni soprattutto in un soggetto che si ispira a principi liberali. Bisognerebbe che lo Statuto rimandi a una regolamento interno o una mozione la definizione dei criteri minimi per potersi presentare ad elezioni locali – anche col principio di promuovere liste civiche, ma che siano evocative dell’identità di +Europa altrimenti ogni volta ci sarebbe uno sforzo di creazione di identità che non contribuirebbe al senso di appartenenza e comunità nazionale.

Infine, credo che il nuovo Statuto si debba aprire subito – in questo momento fondativo – ad altri soggetti federati (magari stabilendo un periodo transitorio che non richieda l’attesa fino al primo congresso) con lo scopo di allargare sin da subito la comunità di partenza di questo nuovo progetto.

Spero che queste riflessioni apportino qualche elemento utile ai lavori del comitato per lo Statuto, consapevoli che la sfida che dovremo affrontare va oltre una “riorganizzazione” delle nostre singole esperienze perché il momento storico è di ridefinizione di tutte le principali famiglie politiche, quindi se non si parte con una visione di lungo periodo si resterà ancorati a dinamiche del passato che lasceranno i demagoghi e populisti in “vantaggio di novità”.

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