Hong Kong, gli uiguri e la repressione cinese

Il governo italiano dica parole chiare contro le violazioni dei diritti umani, a sostegno delle istanze democratiche dei cittadini di Hong Kong e per la fine del genocidio contro gli uiguri

di Igor Boni

Le vicende di Hong Kong di questi ultimi mesi mostrano, in modo lampante, quale sia la vera faccia del regime cinese e quale quella di un’Europa che non ha una politica estera e diplomatica comune. La repressione delle proteste e l’aggravarsi delle violenze ad Hong Kong vanno in parallelo alla storica repressione violenta e feroce contro gli Uiguri e alla quasi settantennale occupazione e distruzione del Tibet e della sua cultura.

Nella regione dello Xinjiang si contano quasi 1000 “campi di rieducazione” che “ospitano” decine di migliaia di persone. Si valuta che il numero delle persone passate per i campi sarebbe il 10% dell’intera popolazione uigura. Per inciso sul blog di Beppe Grillo si parla di questa vicenda definendola “disinformazione” e dipingendo la situazione degli Uiguri come paragonabile a quella dell’Alto Adige. Affermazioni, queste, letteralmente vergognose, che danno il segno di quanto si sia lontani dal creare un fronte capace di contrastare l’espansionismo del regime cinese, interno ed esterno ai propri confini.

Eppure in questa assenza di una Europa Federale, che sappia parlare con una voce forte e unitaria, vi sono alcuni leader europei che hanno il coraggio di sollevare la questione, pur con estrema prudenza, e altri che alzano le spalle e dicono che non sono fatti nostri. Ecco un brevissimo estratto di virgolettati delle scorse settimane mentre imperversavano proteste e le violenze ad Hong Kong, prima delle elezioni:
• 5 novembre – Angela Merkel “Il rispetto diritti umani è imprescindibile”.
• 6 novembre – Emanuel Macron ha sollevato la questione dei diritti umani ad Hong Kong durante l’incontro con il presidente cinese Xi Jinping.
• 6 novembre – Luigi Di Maio “L’Italia non vuole intromettersi nelle vicende interne di altri Paesi».
• Il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte è silente.

In occasione dell’incontro con il Presidente Xi in Cina, il nostro Ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha offerto in dono una maglia della nostra nazionale di calcio con stampato il nome per esteso del Presidente Cinese sopra il numero 10. Chi conosce il calcio sa cosa significhi il numero 10 e francamente un gesto del genere mette i brividi. Lo stesso Presidente cinese che il proprio nome lo ha fatto scrivere nella Costituzione della Cina come “presidente per sempre”: al congresso del partito comunista dell’ottobre 2017, infatti, è stato riconfermato per un secondo mandato di cinque anni mentre si inserivano i “pensieri” politici di Xi nella costituzione cinese. Una simile follia totalitaria e antidemocratica era stata riservata soltanto a Mao.

Il rispetto dei diritti umani, il rispetto delle minoranze etniche, religiose, politiche, le garanzie democratiche di base, sono ancora un sogno nella Cina di oggi che da tempo è divenuta una impressionante locomotiva economica globale ma che, con altrettanta forza, continua l’azione repressiva interna, antidemocratica e violenta.

Nessuno può voltarsi dall’altra parte senza essere complice di quanto accade. Per questo la nostra richiesta al Governo italiano e alla nuova Commissione europea è di non perdere occasione per ricordare al Presidente cinese che le strage di diritto nei confronti di chi vive in Cina o in Tibet è una violazione contro i diritti di tutti. L’errore più grande che le nostre democrazie stanno facendo è quello di immaginare di non intervenire per paura di ripercussioni economiche. La storia ci insegna che ipotetiche convenienze nell’immediato, sulla pelle di chi subisce violazioni di diritti, presto o tardi si ripercuotono anche su chi ha chiuso gli occhi. Il conto da pagare è sempre salatissimo.

Le elezioni di Hong Kong hanno dimostrato che esiste non semplicemente una maggioranza ma un amplissima maggioranza degli elettori che chiede democrazia e che chiede libertà, di parola, di pensiero, di espressione. Chiede la libertà che è negata nella Cina di oggi dove la pena di morte e i processi sommari sono la regola e dove gli oppositori spariscono nelle carceri.

Per quanto ci riguarda, da Radicali, da nonviolenti, da parte di chi delle lotte per la libertà, la democrazia e lo stato di diritto, ha fatto una ragione di vita e di esistenza politica, occorre al contrario rivendicare il valore universale dei diritti umani e il dovere di ingerenza. Per quanto ci riguarda riteniamo che il sostegno a chi manifesta pacificamente sia l’unico modo per evitare che ad Hong Kong tutto degeneri come accaduto in una guerriglia tra opposte fazioni, violenta e sanguinosa; perché la violenza genera violenza, da sempre. Per quanto ci riguarda riteniamo inaccettabile derubricare la vicenda Cina-Hong Kong come un fatto interno ad un altro Paese, dicendo che non sono fatti nostri.

Sono fatti nostri e continueremo a levare la nostra voce, flebile o forte che sia, in difesa di chi lotta per la libertà contro gli oppressori di ogni colore.

17 dicembre 2019

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