Lockdown. Aumentano le violenze domestiche

In una situazione di pandemia, molte donne di tutto il mondo devono affrontare due nemici, e spesso, si trovano a dover scegliere a quale dei due arrendersi: al coronavirus o al partner violento?

di Vittoria Costanza Loffi

L’invito #iorestoacasa non è rassicurante, o almeno, non per tutti. I momenti in cui si registra un maggior numero di episodi di violenza sono infatti proprio le vacanze estive e le festività, i periodi, cioè, in cui la convivenza si fa più stretta. L’isolamento poi, azzera i contatti con l’ambiente esterno alla famiglia che spesso spinge le donne a denunciare.

Pensate di avere 12 anni. O meglio, pensate di avere 12 anni, un padre violento e fuori, la fine del mondo. È quello che racconta Xiao Li a Sixth Tone, magazine di Shanghai dopo aver ricevuto la telefonata di un ragazzino disperato in cerca di aiuto per lui, sua sorella di sette anni e la madre Wang – lontana parente di Xiao Li – buttati in strada dal padre subito dopo aver abusato fisicamente di lei. In strada nonostante il lockdown, imposto anche ad Henan, la loro provincia.

Da qualche tempo la coppia era divorziata, ma l’ex marito era comunque riuscito ad ottenere che Ms. Wang ed i figli trascorressero il Capodanno Lunare con la famiglia di lui. È quasi impossibile in lockdown totale ottenere un permesso di guida, ma Xiao Li è riuscita a convincere la polizia per incontrare la parente ed i figli ai confini della città – dopo 5 ore di camminata disperata, così da salvarli.

In Cina, in questi mesi, si è sperimentato un raddoppiamento del numero di casi di violenza domestica rispetto al 2016 e all’emanazione della legge nazionale contro la violenza domestica, come riportato dagli attivisti cinesi per i diritti delle donne. La legge punisce sia la violenza fisica che psicologica contro mogli, figli e gli anziani oltre che i partner non legati dal matrimonio.

Wan Fei, fondatore di una organizzazione no-profit contro la violenza domestica, parla di statistiche: il 90% dei casi di violenza riportati sono legati all’epidemia di covid-19. Già alla fine di febbraio, la stazione di polizia di Jianli, aveva registrato 162 denunce per violenza domestica, tre volte tanto rispetto alle 47 riportate nello stesso mese dell’anno precedente. Per Wan Fei, la paura, l’ansia, le difficoltà economiche sono come una bomba ormai esplosa dal primo giorno di lockdown, indebolendo e abbattendo i sistemi di tutela.

C’è infatti chi, di tutela non ne riceve più, come Ms. Li di Lingshi che è arrivata a suicidarsi dopo essere stata ripetutamente abusata dal marito. Si è uccisa lunedì, forse senza più speranza dopo aver passato così tanti giorni costretta alla reclusione più violenta mai sperimentata. Come Li tante donne si ritrovano abbandonate, sole con i fantasmi di una vita di abusi e minacce.

Cambiamo continente. Il numero nazionale per riportare i casi di violenza domestica, negli Stati Uniti suona in continuazione: “mio marito non mi lascia uscire di casa, ha i sintomi e motiva il suo tenermi segregata qui con il non voler infettare altri o addirittura portare covid-19 in casa. Ma io lo so che vuole solo isolarmi.” La donna racconta di essere stata minacciata più volte, “se tossisci ti butto in strada”.

Dalla California una donna chiama, in auto-isolamento perché l’asma la rende più vulnerabile. Lo riporta l’attivista del numero anti-violenza che ha preso in carico la telefonata. Il compagno l’ha strangolata, lasciandola per un tempo quasi illimitato priva di sensi; ma all’ospedale non vuole andare per paura del contagio.

In Italia destano preoccupazione le parole della magistrata della procura di Milano, Maria Letizia Mannela, che ha raccontato come dall’inizio dell’emergenza coronavirus c’è una diminuzione delle denunce per maltrattamenti. Un dato evidenziato da tutte le associazioni responsabili di sportelli antiviolenza. La condizione di forte riduzione dei contatti esterni e la condivisione prolungata degli spazi con il partner violento, può rappresentare un grande disincentivo a chiedere aiuto.

La violenza domestica è un problema transnazionale e come il virus non ha confini. L’obbligo di restare a casa non può che creare un aggravamento dei casi e gli stati devono attrezzarsi per far fronte anche a questa ulteriore emergenza.

In Italia dove numeri relativi ai casi di violenza domestica sono sommersi da un velo di paura e ingiustificata vergogna e dove e nell’ultimo anno l’81,2 per cento dei femminicidi è avvenuto all’interno della famiglia, il numero antiviolenza c’è ed è attivo: non sei sola, chiama il 1522.

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