Per un ritorno alla politica

di Antonio Romano

1.

I passi attraverso cui i populismi hanno creato il loro nemico (l’establishment, i negri) sono stati indotti, paradossalmente, dai nemici interni che si creano in ogni regime – anche democratico – che non ha un nemico esterno. Es. quando si afferma la fine della storia e il predominio della democrazia liberale occidentale, si determina automaticamente l’esistenza dei critici del regime.

Sono i nemici esterni che salvano dai nemici interni, poiché all’interno arriva sempre uno più puro che ti epura (com’è il caso del Partito Radicale, scissosi da RI accusati di essere “troppo poco radicali”/“traditori dell’eredità di Pannella”). È vero pure che senza l’oggetto reale, di Pannella che dichiara Bonino non più radicale, la scissione sarebbe stata molto più complicata.

Lotta alla partitocrazia, alla corruzione, all’inefficienza del sistema giudiziario sono forme di critica interna che aspettano solo un evento reale per concretizzarsi in una categoria del pensiero, che è già formata e in attesa solo di un nome (una cifra) attraverso cui trasmettersi integralmente. Il caso è stato offerto dall’eccellente titolo del libro di Stella e Rizzo, che ha intercettato un malcontento strisciante e gli ha dato forma.

Per trasmettersi era pure necessario che esistesse un mezzo. Internet, con la sua orizzontalità, e i social, con le loro bolle, hanno funto da circuito per veicolare e selezionare gli umori di chi non si sentiva (o non era oggettivamente o non sembrava) Casta. Si è formato un pubblico, in cui erano latenti certi refrain, coeso e omogeneo, che non cercava altro che una voce: Grillo, che fece “non vincere” Bersani più di un lustro dopo.

Le mosse di Grillo/Casaleggio sono state quelle di ogni setta. Veniva detto “Inutile informarsi perché l’informazione è in mano all’establishment, basta pensare con la propria testa per arrivare alla verità, uno vale uno”. In questa narrazione, di chiaro stampo “metafisico”, il sapere non fa che nascondere la “vera” Verità. Come quando si dice di diffidare della medicina ufficiale che raccomanda i vaccini in quanto al servizio di Big Pharma. Il meccanismo conformistico e coesivo della bolla social ha fatto il resto, consolidando queste credenze per mezzo dell’effetto eco e della risonanza coi frame latenti. Potremmo definire questa risonanza come il coincidere di una nuova informazione con una che sappiamo senza sapere di saperla: che i politici siano corrotti è un luogo comune, come tale lo sappiamo quasi involontariamente, ma che siano una “casta” contro cui scagliarsi è stato portato a coscienza come sapere solo in seguito. Tutti sapevano, ma ancora non sapevano di saperlo. Aspettavano che glielo si dicesse, che li si autorizzasse a saperlo.

 

2.

Teniamo presente il lavoro di Schmitt sul concetto di “politico” (in Le categorie del politico, il Mulino). Esso risale al 1932 e lo riprendiamo forti del sapere che abbiamo accumulato da quella data fatidica, raccomandandone una rilettura integrale. Dice Schmitt:

Si può raggiungere una definizione concettuale del “politico” solo mediante la scoperta e la fissazione delle categorie specificamente politiche. […] La specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici è la distinzione di amico (Freund) e nemico (Feind). Essa offre una definizione concettuale, cioè un criterio, non una definizione esaustiva o una spiegazione del contenuto. Nella misura in cui non è derivabile da altri criteri essa corrisponde, per la politica, ai criteri relativamente autonomi delle altre contrapposizioni: buono e cattivo per la morale, bello e brutto per l’estetica e così via. In ogni caso essa è autonoma non nel senso che costituisce un nuovo settore concreto particolare, ma nel senso che non è fondata né su una né su alcune delle altre antitesi né è riconducibile ad esse. […] Non v’è bisogno che il nemico politico sia moralmente cattivo, o esteticamente brutto; egli non deve necessariamente presentarsi come concorrente economico e forse può anche apparire vantaggioso concludere affari con lui. Egli è semplicemente l’altro, lo straniero e basta alla sua essenza che egli sia esistenzialmente, in un senso particolarmente intensivo, qualcosa d’altro e di straniero, per modo che, nel caso estremo, siano possibili con lui conflitti che non possono venir decisi né attraverso un sistema di norme prestabilite né mediante l’intervento di un terzo “disimpegnato” e perciò “imparziale”. […] Nemico non è il concorrente o l’avversario in generale. Nemico non è neppure l’avversario privato che ci odia in base a sentimenti di antipatia. Nemico è solo un insieme di uomini che combatte almeno virtualmente, cioè in base ad una possibilità reale, e che si contrappone ad un altro raggruppamento umano dello stesso genere. Nemico è solo il nemico pubblico, poiché tutto ciò che si riferisce ad un simile raggruppamento, e in particolare ad un intero popolo, diventa per ciò stesso pubblico. Il nemico è l’hostis, non l’inimicus in senso ampio; il polémios, non l’ekthròs. […] Non è necessario odiare personalmente il nemico in senso politico, e solo nella sfera privata ha senso amare il proprio “nemico”, cioè il proprio avversario. […] Ancora oggi il caso di guerra è il “caso critico”. Si può dire che qui, come anche in altri casi, proprio il caso d’eccezione ha un importanza particolarmente decisiva, in grado di rilevare il nocciolo delle cose. Infatti solo nella lotta reale si manifesta la conseguenza estrema del raggruppamento politico di amico e nemico. È da questa possibilità estrema che la vita dell’uomo acquista la sua tensione specificamente politica.

La traduzione di hostis è “forestiero, nemico, avversario in guerra, rivale in amore”. Quando si parla di “invasione” degli immigrati, che ci rubano il lavoro e le donne, e ci si avvale della loro palese estraneità rispetto alla nostra popolazione, si crea di per sé un nemico contro cui muovere guerra. L’invasione, così come lo stupro (es. La ciociara), sono tecniche di guerra. Per di più l’africano è un hostis perfetto: è riconoscibilmente di etnia diversa, di cultura diversa, proveniente da un altro continente.

Così, Salvini (che può effettivamente non essere personalmente razzista) ha un nemico perfetto davanti e può trattarlo come “emergenza” (nome moderno dell’eccezione, la condizione al di fuori della legge), ed è curioso notare che quel volume di Schmitt è stato curato in Italia da Gianfranco Miglio. Come è utile notare che il libro più importante di Hans Jonas (citato dal pentastellato Giuseppe Conte al suo insediamento), Organismo e libertà, sia stato curato dal fu ideologo pentastellato Paolo Becchi. Poi dicono che i libri non contano!

Continua Schmitt:

La guerra, in quanto mezzo politico estremo, rende manifesta la possibilità, esistente alla base di ogni concezione politica, di questa distinzione di amico e nemico e mantiene perciò un significato solo finché tale distinzione sussiste realmente tra gli uomini o quanto meno è realmente possibile. Invece sarebbe del tutto insensata una guerra condotta per motivi “puramente” religiosi, “puramente” morali, “puramente” giuridici o “puramente” economici. Da queste contrapposizioni specifiche di questi settori della vita umana non è possibile far discendere il raggruppamento amico-nemico e perciò neppure la guerra. […]  In ogni caso è sempre politico il raggruppamento orientato al caso critico. Esso è perciò sempre il raggruppamento umano decisivo, e di conseguenza l’unità politica tutte le volte che esiste è l’unità decisiva e “sovrana” nel senso che la decisione sul caso decisivo [d’eccezione] per necessità logica deve spettare sempre ad essa.

Se ne deduce che, senza nemico, è impossibile avere una rappresentanza “politica” presso un qualsiasi gruppo. E che solo il gruppo “politico”, cioè dotato di nemico, può muovere guerra. Notiamo che Salvini ha una preponderanza su Di Maio per il fatto di avere un ben preciso e identificabile nemico, anziché un’evanescente Kasta (che va dai giornalisti, ai medici, ai banchieri e fra un po’ agli uscieri).

Nel medesimo saggio, Schmitt parla anche della fragilità del pensiero liberale, a sua detta mutilo di un nemico. Un confronto con la situazione di RI può essere proficua.

 

3.

La fallacia liberale basilare consiste nel trovare nella liberà il valore ultimo e il fine assoluto, mentre non si tratta che di uno stato di negazione della costrizione, negazione propedeutica necessariamente ad altro: a che serve la libertà se non si sa che farne? Si trasforma in mero vuoto.

Occorre una specificazione: qualunque cosa, se non si sa che farne, è inutile, ma la libertà, per il solo fatto di averla, è già in uso. Va capito come “riempirla” e indirizzarla, non come funziona. Sennò rimane potenza non attualizzata. Diventa così interscambiabile con qualcos’altro, per esempio la sicurezza o il nazionalismo.

È l’errore analogo degli amanti della democrazia, che non è altro se non un metodo di governo come altri. È meglio una teocrazia illuminata o una democrazia corrotta? Trasformare la democrazia nel bene stesso è un fideismo che allontana dal nocciolo distintivo fra regimi auspicabili e no: i comportamenti, ossia l’etica. L’etica è l’affermazione soggettiva verso un bene che si ritiene imprescindibile, al punto da combattere per esso.

Nell’intervento di Emma Bonino alla II giornata del Comitato Nazionale di Radicali Italiani (23 giugno 2018) emergono alcuni aspetti utili da sottolineare, in quanto manifestano delle difficoltà insite nell’agire politico di RI/+E e sottendono la rimozione di un elemento necessario: il nemico.

Uno di questi è la caoticità degli interventi e delle riunioni, contraddittorie e variabili (dall’autoflagellazione all’autoesaltazione e ritorno), dove interviene e scrive il primo che passa, inverando il timore del partito anarchico (a cui il partito settario è l’ovvia risposta autoconservativa).

Ricordiamo per inciso che, nel corso dello stesso Comitato, anche Cicciomessere ha lamentato l’assenza di politica in RI/+E. E non è stato il solo.

Cogliere questi punti ci introduce con cognizione di causa all’analisi di Schmitt – di solito non molto amato dai liberali – sul liberalismo, il cui problema di comunicazione è forse di sapere di cosa parla ma non a chi sta parlando, ma non si può sapere tutto.

La questione è se si possa ricavare un’idea specificatamente politica dal concetto puro e conseguente del liberalismo individualistico. [Esso porta] a una prassi politica della sfiducia nei confronti di tutte le forze politiche e le forme di Stato pensabili, ma mai a una propria teoria positiva dello Stato e della politica. […] Come contrapposizione polemica a limitazioni della libertà individuale da parte dello Stato, della Chiesa o di altre entità […] ma non vi è una politica liberale in sé, bensì solo sempre una critica liberale della politica. La teoria sistematica del liberalismo riguarda quasi soltanto la lotta politica interna contro il potere dello Stato e produce una serie di metodi, per ostacolare e controllare questo potere dello Stato in difesa della libertà individuale e della proprietà privata, per ridurre lo Stato ad un “compromesso” e le istituzioni statali ad una “valvola di sicurezza” […]. Il pensiero liberale sorvola o ignora, in modo sistematico, lo Stato e la politica e si muove invece entro una polarità tipica e sempre rinnovantesi di due sfere eterogenee, quella cioè di etica ed economia, spirito e commercio, cultura e proprietà. […] Il singolo deve rimanere terminus a quo e terminus ad quem.

In casi determinati l’unità politica deve pretendere il sacrificio della vita: questa pretesa non può in alcun modo essere fondata e sostenuta per l’individualismo del pensiero liberale. […] Per il singolo in quanto tale non vi è nessun nemico col quale si debba combattere per la vita e per la morte, se egli personalmente non lo vuole: costringerlo alla lotta contro il suo volere è in ogni caso, dal punto di vista dell’individuo privato, mancanza di libertà e violenza. […] Ciò che questo liberalismo salva dello Stato e della politica si riduce all’assicurazione delle condizioni della libertà e all’eliminazione dei disturbi alla libertà. [Nel processo di annichilimento del politico per mezzo della polarità etica-economia] il concetto di Stato “di diritto”, cioè “di diritto privato”, funge da leva ed il concetto di proprietà privata costituisce il centro del globo i cui poli – etica ed economia – sono solo le irradiazioni opposte di questo punto mediano. […] Così il concetto politico di lotta diventa nel pensiero liberale, sul piano economico, concorrenza e sul piano “spirituale” [etico] discussione; al posto di una distinzione chiara delle due situazioni diverse di “guerra” e di “pace” si instaura la dinamica di concorrenza eterna e di discussione eterna. Lo Stato diventa società, e precisamente, sul piano etico-spirituale, si trasforma in una concezione ideologico-umanitaria dell’umanità, e, sull’altro piano, nell’unità tecnico-economica di un sistema unitario di produzione e di scambio. La volontà di difendersi dal nemico […] diventa un ideale o un programma sociale costruito in termini razionali, una tendenza o un calcolo economico. Il popolo politicamente unito si trasforma, sul piano spirituale, in un pubblico culturalmente interessato e sul piano economico in parte in un personale di fabbrica e di lavoro e in parte in una massa di consumatori. Dominio e potere diventano nel polo spirituale programma e suggestione di massa, nel polo economico controlli. […] Fu quindi decisiva la fusione della fede nel progresso, di tipo ancora morale-umanitario ed intellettuale e quindi “spirituale”, del Settecento, con lo sviluppo tecnico-industriale-economico del XIX secolo. [Da qui la pax economica] poiché guerra e conquista violenta non sono in grado di procurare i vantaggi e la tranquillità che ci danno invece il commercio e l’industria, allora le guerre non hanno più nessuna utilità e la guerra vittoriosa è un cattivo affare anche per chi la vince. […] Lo strumento economico è lo scambio, che è reciprocità di prestazione e controprestazione, perciò reciprocità, uguaglianza, giustizia e pace […]. Se gli sfruttati e gli oppressi in una situazione del genere ricorrono alla difesa, non possono ovviamente fare ciò con strumenti economici. È quindi facilmente comprensibile che i titolari del potere economico bollino come violenza e violazione e cerchino di impedire ogni tentativo di un mutamento “extraeconomico” della loro posizione di potere. Solo in tal modo crolla ogni costruzione ideale di una società fondata sullo scambio e su contratti reciproci e quindi eo ipsa pacifica e giusta. […] Un imperialismo fondato su basi economiche cercherà naturalmente di creare una situazione mondiale nella quale esso possa impiegare apertamente, nella misura che gli è necessaria, i suoi strumenti economici di potere, come restrizione dei crediti, blocco della materie prime, svalutazione della valuta straniera e così via. Esso considererà come “violenza extraeconomica” il tentativo di un popolo o di un altro gruppo umano di sottrarsi all’effetto di questi metodi “pacifici”. […] L’avversario non si chiama più nemico, ma perciò egli è posto, come violatore e disturbatore della pace, hors-la-loi e hors l’humanité, e una guerra condotta per il mantenimento o l’allargamento di posizioni economicistiche di potere deve essere trasformata, con il ricorso alla propaganda, nella “crociata” e nell’“ultima guerra dell’umanità”. [Questo sistema] apparentemente antipolitico serve o ai raggruppamenti amico-nemico già esistenti o conduce a nuovi raggruppamenti di questo tipo e non può sfuggire alla consequenzialità del “politico”.

Attraverso queste righe, Schmitt ci pone un’enorme interrogazione in quanto radicali (cioè liberal-socialisti forse, sicuramente liberali): chi è il nostro nemico, se ne abbiamo uno?

Certo non può essere un nemico (o ancora un avversario?) cangiante in base alle violazioni di libertà, perché non si può sapere quali libertà saranno violate di volta in volta né come lo saranno, e ciò inficia anche l’amicalità, che diventerà cangiante a sua volta (Bonino al Comitato: “da giovani si è radicali, quando poi si diventa ambiziosi ci si siede altrove”).

Alla politica liberale manca un nemico per affermarsi. Inoltre sono a essa sottesi una serie di meccanismi che mantengono il nemico chiamandolo altrimenti, e ciò li porta a scagliarsi contro di lui con ogni mezzo, disumanizzandolo e annientandolo in nome della pace (forse a questo allude Bonino in quell’intervento quando dice, sul finale, di “non usare vocaboli che non ci fanno e non vi fanno onore”). O a non capire bene le ragioni (e forse pure i ragionamenti) di chi è escluso dal potere economico. O, ancora, a non avere dei margini (Bonino al Comitato: “…se pensiamo che anche Kurz fa parte dei liberali”), ma possiamo pensare anche alla smarginatura pannelliana: già col “transnazionale” il mondo non bastava, ci voleva la “galassia”!

In ogni caso, per il fatto che esiste un potere economico siffatto, le politiche liberali, anche indirizzate agli “ultimi”, saranno nel peggiore dei casi ridotte al silenzio, nel migliore rese folkloristiche dall’informazione. Di fatto, perché prive di un oggetto da conseguire per mezzo della libertà, dunque letteralmente a vuoto. E prive, di conseguenza, di alleati stabili (altri partiti, associazioni, militanti, elettori ecc.) per ottenerlo.

L’unico sistema per rispondere alle manipolazioni settarie dei populismi, non è rispondere con spiegazioni e motivazioni (neutralizzate all’origine dalle credenze di chi vuole essere ingannato per continuare a credere di potersi salvare), bensì metterle in crisi.

 

Un paio di esempi conclusivi

  1. A) Dice il populista: l’Italia è in crisi, i politici hanno amministrato l’Italia, l’Italia è in crisi per colpa dei politici e dobbiamo tagliargli stipendio e pensioni.

Per smentirlo non serve argomentare, ma mettere in crisi il sofisma con un altro sofisma: a Roma sono aumentati gli incidenti d’auto, il traffico è gestito dai vigili urbani, gli incidenti aumentano per colpa dei vigili urbani… quindi? Avete capito.

  1. B) Dice Bonino alla fine del suddetto intervento: “Dire che il nostro razzismo è causato dagli immigrati è come dire che l’antisemitismo è colpa degli ebrei”. Lo strumento viene usato bene, ma siamo sicuri che regge?

Possiamo dire, per es., che l’antipolitica non è colpa dei politici? Sarebbe discutibile e, di certo, elettoralmente fallimentare (certo sono casi diversi, ma se si vuole la sottigliezza meglio scordarsi i massmedia).

Liquidare le oscure (non concettuali) ragioni dell’anti-qualcosa significa non comprenderle e quindi non saperle controbattere.

3 luglio 2018

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