Qualche considerazione sull’analisi del voto alla lista +Europa e sul suo “valore aggiunto”

di Gianfranco Spadaccia

Dobbiamo ringraziare Roberto Cicciomessere e la squadra di compagne e compagni che con lui si sono impegnati nell’analisi del voto alle elezioni politiche del 4 marzoEssi ci hanno fornito una massa di dati che, anche indipendentemente dalle conclusioni politiche che hanno ritenuto di trarne, sono essenziali per tutti noi, innanzitutto per meglio comprendere i mutamenti politici del paese ma anche e soprattutto ai fini delle scelte che devono essere compiute per il futuro.

Non sono un sociologo e neppure un demoscopo, o un analista di dati elettorali. Sono, oltre che un anziano militante, un modesto cronista politico ed anche, in qualche misura, un analista dei mutamenti politici. In questa veste darò un mio contributo alla riflessione su questi dati, 1) rimarcando alcune differenze di valutazione riguardanti soprattutto il contesto generale che ha caratterizzato e determinato i risultati del 4 marzo, sia nella valutazione del rapporto con precedenti elezioni, sia per quanto riguarda il risultato ottenuto dalla lista +Europa, che gli autori dell’analisi mi sembrano ritenere modesto e insoddisfacente pur se non fallimentare; 2) esprimendo le mie valutazioni sul significato che io ho attribuito e attribuisco all’espressione “valore aggiunto” (non so se e quanto io sia “autorevole” ma sono sicuramente uno dei (pochi) compagni che ha usato con convinzione questa espressione a proposito delle scelta compiuta da RI di promuovere e concorrere alla formazione di questa lista).

1. Il risultato di +Europa nel generale sommovimento elettorale e politico delle elezioni del 4 marzo.

Il lavoro di analisi mi sembra non valutare adeguatamente o addirittura sottovalutare il generale sommovimento politico che tutti gli analisti ritengono di proporzioni paragonabili a quello che caratterizzò nel 1994 il passaggio dalla prima alla cosiddetta seconda Repubblica ed ha portato ad una maggioranza e ad un governo costituito da due partiti, di cui uno (il Mov. 5 Stelle) non ha mai fatto parte del governo, e un altro (la Lega) ne ha fatto parte a lungo in governi di centro destra solo in posizione secondaria e subalterna.

Questa non adeguata valutazione porta da una parte ad ignorare pressoché completamente il voto del mezzogiorno, dove il Mov. 5 Stelle ha conseguito il 46% dei voti. L’ondata di voti meridionali è qualcosa di simile a ciò che si è verificato negli anni 80 e 90 con i voti alla Lega Nord, che rivelarono alla classe politica una misconosciuta e sotterranea “Questione settentrionale”. Ciò che si è verificato al sud è un fenomeno generale che non è spiegabile se non in parte e indirettamente con la povertà o la disoccupazione e neppure con la promessa della istituzione di un reddito di cittadinanza. Tanto meno è ipotizzabile che su di esso abbia avuto alcuna influenza la malavita organizzata. È stato per le sue caratteristiche massicce, un voto – come ha sostenuto Saviano – insieme di protesta e di identificazione. Gli elettori si sono serviti del napoletano Di Maio e del Movimento 5 Stelle per ricordare che il mezzogiorno e il suo sottosviluppo economico e civile sono spariti dall’agenda della classe politica e delle istituzioni e dalle priorità dell’intero paese. Ho messo al primo posto questo voto meridionale perché è la sua dimensione (in molti posti con percentuali superiori al 50%) che ha consentito ad un partito, che si attestava ovunque su un quarto dell’elettorato, di divenire il primo partito e totalizzare quasi un terzo dei voti validi (percentuale raggiunta solo nella storia del dopoguerra dalla DC e dal PCI e una sola volta dal PD di Veltroni). È grazie a questo risultato che le due liste populiste, sommate insieme, hanno raggiunto e superato la maggioranza dei voti e degli eletti nei due rami del Parlamento.

Naturalmente questo risultato dei 5 Stelle corona e completa, non sminuisce minimamente il risultato generale che ridimensiona fortemente il PD e FI, cioè i due partiti cardine del precario (come è stato definito) “bipolarismo italiano” di centro-destra e centro-sinistra. I voti di FI e del PdL sono andati alla Lega. Quelli del PD, a cui si accompagna la sconfitta di Liberi ed Eguali e di Potere al Popolo e cioè dell’intera sinistra (in dimensioni addirittura superiori a quella del PD se paragonati ai migliori risultati di Rifondazione e di SEL), sono andati prevalentemente ai 5 Stelle, ma nelle regioni rosse in misura consistente direttamente alla Lega.

Senza tener conto di questo contesto, il paragone con la sequenza dei voti radicali dal 76 in poi e in particolare quello con la Lista Bonino-Pannella delle elezioni europee del 2009 rischia di essere fuorviante. La conclusione che se ne ricava (la lista + Europa ha avuto un risultato che non supera la media dei risultati elettorali ottenuti dalle liste radicali, comunque si siano chiamate e quindi si tratta di un risultato quasi perfettamente sovrapponibile a quelli) non tiene conto di 3 circostanze: a) che nelle elezioni europee, e quindi anche in quelle del 2009, la presenza radicale è favorita perché in esse i voti di opinione vengono premiati rispetto ai voti di appartenenza; b) che quelle elezioni, al contrario di queste, avvenivano in periodo di relativa stabilità del quadro politico ed elettorale; c) che i radicali si presentavano allora uniti sotto la doppia leadership di Marco e di Emma mentre da un paio d’anni sono profondamente divisi e lacerati tra loro, non solo tra PR e RI ma sempre più evidentemente all’interno di questi due gruppi  (con Radio Radicale schierata a favore dello sciopero del voto). Ignorando queste tre circostanze, le conclusioni che se ne traggono rischiano di voler spiegare troppo e di apparire di conseguenza come tesi sostenute a prescindere dalla considerazione dei fatti e dei mutamenti politici.

È una impressione e una valutazione superficiale che solo apparentemente sembra venir rafforzata se si passa a fare il raffronto analitico tra i voti ottenuti dalla lista + Europa e quelli ottenuti nel tempo dalle diverse liste radicali. Solo apparentemente però perché questo e quelli sono voti prevalentemente urbani, con andamento decrescente dal centro alle periferie e dalle città più grandi ai centri minori, prevalentemente ottenuti nelle regioni del centro nord e con risultati nettamente inferiori al sud e nelle isole. Ma sarebbe strano che non fosse così, che non fosse così – intendo – non solo per i radicali e per + Europa ma per tutte le liste che vanno controcorrente rispetto all’andamento del pensiero dominante ed alle percezioni indotte o imposte dalla propaganda politica e dall’influenza mediatica. Ed è sempre così fino a quando chi interpreta una politica controcorrente non conquista una soglia minima di visibilità e di possibile protagonismo politico.

Per i raffronti ci si è tuttavia fermati al 2009. Quando si è osservato che questa pretesa sovrapposizione del voto di + Europa con il voto radicale non vale per i risultati più recenti, per esempio quelli delle comunali di Roma e di Milano, dove ci siamo presentati con liste radicali e dove abbiamo totalizzato poco più dell’1% dei voti, si è dovuto ricorrere a una svalutazione di quelle liste in quanto “improvvisate” mentre con tutta evidenza non lo erano affatto ed erano invece la conseguenza di una presenza politica continuativa, efficace e rappresentativa del consigliere comunale Riccardo Magi al consiglio comunale di Roma e di Marco Cappato in quello di Milano: due realtà dove si trovano le più consistenti associazioni radicali d’Italia. E non si vede perché di questo per quelle elezioni non si debba tenere conto visto che gli autori dell’analisi per rafforzare le loro tesi si sono serviti della correlazione fra la rada organizzazione e presenza territoriale di RI e i risultati elettorali di + Europa. A maggior ragione si è completamente rimosso il fallimento delle liste, anch’esse radicali, di Amnistia Giustizia e Libertà.

Mi sembra che sia profondamente sbagliata la conclusione, che sembra derivare dall’analisi, che un sommovimento così profondo che ha prodotto conseguenze così importanti per tutti, vincitori e sconfitti, fino a mutare profondamente gli equilibri politici e le forze politiche di governo (FI ha perso quasi la metà dei suoi voti, il PD oltre un terzo), non abbia avuto invece nessuna influenza sul voto radicale tradizionale, lasciandolo del tutto immune da ogni influenza e da ogni cambiamento. Noi sappiamo che non è così. Basta scorrere FB (e non sempre è piacevole) per rendersi conto che una parte di nostri simpatizzanti, sostenitori ed elettori (e purtroppo anche militanti e dirigenti, perfino alcuni che si sono occupati e si occupano di carcere) è attratta da quel movimento e dalle sue liste e che molti considerano Grillo, Di Maio e Di Battista i naturali eredi e continuatori di Pannella, nonostante il loro giustizialismo forcaiolo.

2. Se 900mila voti vi paiono pochi: in cosa è consistito il “valore aggiunto” della lista + Europa.

Sulla base di questa convinzione (la quasi completa sovrapponibilità dell’elettorato radicale tradizionale e di quello di + Europa), gli autori di questa analisi, dovendo ricercare la eventuale esistenza e consistenza di questo valore aggiunto lo ricercano nel difficilmente valutabile apporto elettorale che può essere stato assicurato (e non negano pregiudizialmente che sia stato assicurato) dai gruppi del Centro Democratico e di Forza Europa che con RI hanno concorso alla formazione e presentazione di +Europa.

Io ritengo invece che il “valore aggiunto“ della lista sia stato assicurato, da una parte, dalla scelta di una proposta e di un progetto politico che indicavano con chiarezza immediata il terreno dello scontro che ritenevamo e sceglievamo come prevalente con populisti e nazionalisti d’Italia e d’Europa, chiedendo, con + Europa, più federalismo, più democrazia e più stato di diritto e, dall’altra, dall’abbinamento del nome di Emma a questa denominazione e a questo progetto per la credibilità da lei conquistata su questo terreno nelle istituzioni italiane ed europee.

Il contributo di Forza Europa e del Centro Democratico? Non so e non mi interessa se ci sia stato in termini numerici. Se c’è stato è stato indubbiamente minore e meno organizzato di quello radicale, che pure sarebbe stato largamente insufficiente a raggiungere il risultato conseguito. Il merito di Forza Europa è stato politico, avendo scelto di muoversi con un anno di anticipo in questa direzione e avendo ricercato con perseveranza su di esso la convergenza politica con RI. Il merito del Centro Democratico è stato quello di aver, a differenza di Pisapia, compreso l’importanza della nostra proposta e di quella definizione e di aver accettato, superando ogni pregiudizio nei confronti dei radicali (avversari storici della DC da cui proviene il CD), la convergenza intorno ad essa e alle priorità comuni che essa indicava.

Ed è grazie a questa proposta politica che siamo riusciti a sottrarci e a contrapporci all’urto che avrebbe travolto anche noi, proveniente dall’ondata elettorale populista e nazionalista. Come sempre ogni elezione è diversa dall’altra, anche l’elettorato radicale cambia. Per conquistare voti un forza controcorrente deve rivolgersi alle fasce più larghe dell’elettorato e la parte di elettorato che ci vota (anche quello che lo ha fatto in precedenza) lo fa non perché ci chiamiamo radicali ma per ciò che rappresentiamo e soprattutto per ciò che ci proponiamo di fare. È ciò che questa volta siamo riusciti a trasmettere con grande chiarezza.

C’è un aspetto che inoltre non va sottovalutato. Il voto radicale per eccellenza, ma in generale qualsiasi voto “contro corrente”, è sempre un voto di opinione, un “secondo voto”, una seconda opzione che l’elettore si riserva all’interno di uno schieramento più largo, quando ritiene di dover dare maggior forza ad alcune posizioni e ad alcuni obiettivi di riforma rispetto ad altri. L’ampiezza del voto populista ha questa volta fortemente ridotto l’area elettorale all’interno della quale si presenta l’opportunità del “secondo voto”, ed una cosa è misurare la percentuale dei voti ottenuti all’interno di un’area di riferimento del 40%/50% e una cosa all’interno di un’area del 20%/30/%.

Gli autori dell’analisi del voto sembrano ritenere che il “valore aggiunto” sia stato apportato soprattutto dalla maggiore presenza televisiva e dai maggiori finanziamenti ottenuti rispetto ad altre, precedenti, presentazioni elettorali radicali. Nessuno si è chiesto se in queste elezioni sia le prime e sia i secondi avrebbero potuto essere assicurati nella stessa misura da altra e diversa proposta politica ed elettorale o siano stati invece una conseguenza resa possibile proprio dalla chiarezza e dalla forza della nostra scelta.

Anche la nostra è stata, come sempre accade in Italia, una difficile convergenza di tre gruppi tra loro diversi, perfino a volte distanti. Poteva accadere qualcosa di simile a ciò che è accaduto a socialisti, verdi e amici di Prodi, che hanno sostenuto una lista comune mettendo accanto le une alle altre le rispettive denominazioni e identità in una lista in maniera anodina definita “Insieme”. Noi non abbiamo raggiunto il quorum del 3% ma “Insieme”, privo di un credibile progetto politico comune, ha avuto meno della metà dei nostri voti. E lo stesso è accaduto alle altre formazioni minori delle coalizioni.

Ciò di cui molti compagni non sono convinti (parlo di questa caratteristica del “valore aggiunto” della lista + Europa) è stato invece compreso perfettamente dai nostri avversari. Lo dimostra l’attacco concentrico, lanciato contemporaneamente dal Fatto quotidiano e da altri quotidiani di destra nell’ultima settimana dal voto, a cui siamo stati sottoposti e a cui è seguita  una campagna mediatica che si è riversata sul web (e alla quale si sono associati anche Grasso e i dirigenti di LEU) e che ci dipingeva come gli odiati amici di Soros e delle sue ONG (una riedizione del complotto pluto-giudaico-massonico), come gli odiati sostenitori del liberismo economico, come i fautori di un’Europa che insidiava l’interesse della Nazione. Una campagna a cui siamo stati impreparati a rispondere e che dimostrava tuttavia come la nostra presenza fosse avvertita dai nostri principali avversari come una possibile minaccia, come un pericolo per i loro disegni. Per questo noi, che non abbiamo mai condiviso alcun potere, e non potevamo per questo essere di nulla accusati, siamo stati paragonati ai poteri occulti, al demonizzato comitato Bilderberg, al peggio dell’establishment italiano, europeo e mondiale: una propaganda a cui non è stato insensibile qualche radicale troppo affascinato dal possibile “nuovo” rappresentato dai 5 Stelle. È grave, io penso, che nessuno si sia preoccupato di ricercare o almeno tentare di valutare l’influenza che essa può avere avuto sul voto finale e quanti potenziali elettori essa possa aver dissuaso nel momento decisivo della scelta. Per mio conto io sono rimasto invece molto sorpreso dei non casuali attacchi che ci sono venuti da un gruppo insospettabile come “Potere al Popolo”, a dimostrazione di come, per le nostre caratteristiche e per il nostro impegno concreto a favore dei più deboli, degli ultimi, noi ci rivolgiamo ad un ampio elettorato trasversale, che ci fa apparire per certi versi contigui e per altri concorrenziali rispetto a forze politiche assai diverse e spesso opposte fa loro.

Forse, se invece di lacerarci e interrogarci, sull’esistenza o meno di questo “valore aggiunto” o invece di farci assorbire da rivalità e concorrenza interne, ci fossimo in questi quattro mesi adoperati a verificare sul terreno, attraverso una campagna di adesioni e di costituzione di club + Europa, la sua consistenza, non avremmo perso inutilmente del tempo prezioso. Ma ciò ci avrebbe obbligato a discutere di politica, del che fare, di cosa contrapporre ai progetti di coloro che oggi controllano il potere. Ci avrebbe obbligato a riflettere sulle risposte da dare a 5 Stelle e sulle iniziative da prendere rispetto alle loro contraddizioni (che esistono e non vanno sottovalutate), e su come interloquire con la crisi del PD e della sinistra, con la chiarezza e anche l’intransigenza che vengono della nostra storia ma anche senza pregiudiziali e stupidi settarismi.

12 luglio 2018

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