Radicali Italiani, ricostruire ricordando il passato da attualizzare per orientarne il futuro

di Alessandro Massari

 

“Pochi uomini hanno abbastanza fantasia per potersi rappresentare la vita in una società moderna non democratica. George Orwell possedeva la fantasia necessaria. Il suo libro 1984 è forse un po’ esagerato, ma non nella sostanza. Ed è certo che lo Stato nazionalsocialista era ancora più disumano di quanto lo descrivesse Orwell; solo che era tecnologicamente meno sviluppato.”  Così Karl Popper, quello de” La società aperta e i suoi nemici”

Le differenze, compagni, arricchiscono, anche tra noi.

 

Per riuscire nell’impresa detta nel titolo, dobbiamo partire da un confronto sulle analisi presenti, da comparare con quelle passate, per comprendere se possono avere futuro

La nostra storia è fatta di successi e sconfitte, ma anche di una serie di eventi singolari, rappresentati da visioni politiche anticipatrici, inizialmente avversate, che si sono poi dimostrate corrette e divenute patrimonio comune.

È naturale, quindi, proseguire nell’azione politica radicale che tenga conto delle condizioni profondamente mutate della lotta politica, in Italia e nel mondo, ed è altrettanto naturale proseguire nella opera di analisi dei comportamenti degli attori istituzionali perché, mentre sembra che nel Paese tutto cambi, in realtà una cosa non pare cambiare. L’attitudine anche degli attori attuali, più uguali degli altri, nel conculcare sistematicamente, diritti e libertà dei cittadini in ogni ambito, sia esso istituzionale, politico, economico o giudiziario.

A queste cause, personalmente, ne aggiungo una: la crescita costante del debito pubblico.

Gli investimenti pubblici, le tutele sociali, la riduzione delle imposte, sono rimasti in gran parte proclami perché non si è sciolto il nodo gordiano che produce debito, nodo da sciogliere almeno fermandone la crescita, per tendere verso un’equità intergenerazionale e una effettiva attenzione al sistema Terra.

Le ricette sono note, a partire dalla razionalizzazione della spesa pubblica e dall’aumento della produttività, sia privata, che pubblica. Infatti la prima dipende dalla seconda. Così diminuirebbe il valore assoluto del numeratore, aumenterebbe il valore assoluto del denominatore e avremmo due leve per fare in modo che il rapporto deficit/pil non sia più il tallone di Achille del paese.

Per fare ciò è necessario crescere, sfruttando i progressi della ricerca scientifica, “usando” Popper. Anche perché i diritti costano, anche quelli civili, anche se non in termini economici, ma sono meglio garantiti quando il benessere è diffuso, quando la gente non ritiene la tutela mio diritto, alternativa alla tutela del suo, divenendo un pericolo. Per questo la crescita economica crea sicurezza ed è fondamentale anche per garantire diritti civili e di libertà.

Si possono offrire alternative politiche alle impostazioni dei verdi domestici, anti mercatisti e proibizionisti, per realizzare forme liberali di sviluppo sostenibile. Possiamo essere novelli Ricardo, per falsificare le derive nichiliste di stampo Malthusiano che non riescono mai a immaginare, a considerare il ruolo fondamentale svolto dalla creatività umana. Oggi possiamo indicare forme di governo dei fenomeni contando nel progresso tecnologico, che rappresenta innanzitutto una soluzione e una opportunità, non un problema o il problema.

Certamente ogni rivoluzione produttiva crea la necessità di riallocare risorse, e deve considerare i bisogni dei lavoratori inevitabilmente esclusi perché impossibilitati a convertire le proprie capacità.

È necessario regolare l’innovazione nel mondo della produzione dei beni e servizi, per il sempre maggiore impatto che avrà su settori strategici come i servizi alle persone, la medicina, la domotica, la difesa.

Ma lo è anche perché la quarta rivoluzione industriale è un’occasione per far ripartire il paese, immobile da trentennio. Perdere anche questo treno, a causa di rendite di posizione difese da free rider famelici sarebbe delittuoso.

La quarta rivoluzione industriale ha già cambiato i modelli di organizzazione del lavoro e dovremmo chiedere una regolamentazione comune, per favorire una transizione socialmente sostenibile, che definisca un preciso quadro giuridico sulla materia. Sostenere, anche nell’ Alde, la necessità che il Parlamento UE istituisca un’agenzia europea per la robotica e l’intelligenza artificiale.

 

In un momento storico in cui si oppone all’apertura e al dialogo il revanchismo statalista, la difesa dei diritti individuali, dei diritti umani, potrebbe passare anche per vie nuove. Promuovendo, ad esempio, una definizione giuridica di popolo. Esso, per gli internazionalisti, è considerato solo in collegamento con l’istituzione statale, con la secessione, l’autodeterminazione. Per questa via si potrebbe proporre la sua definizione, anche di quello senza stato, per garantire i diritti di tutte le persone che lo formano, ad esempio quello curdo. Un popolo oppresso perché è gruppo sociale non organizzato, privo di strutture unitarie. Non è certo creando lo Stato curdo che si tutelano meglio i curdi, divisi tra Iran, Iraq, Turchia e Siria, ma garantendo diritti senza conflitti.

Temi connessi alle guerre, e ai mezzi per finanziarle, i cui proventi vengono anche dal commercio di sostanze stupefacenti. Il proibizionismo facilita tutto ciò.

 

Si è ricostituito l’intergruppo parlamentare dedicato per ottenere l’esame delle tante proposte di iniziativa di legge, popolare o parlamentare, che hanno avuto i radicali protagonisti perché capaci di aggregare, di dialogare con istituzioni, associazioni, singoli cittadini. Siamo liberali, liberisti e libertari, perché non facciamo distinzione tra la legalizzazione della cannabis ludica, terapeutica, o industriale venduta nei canapa shop. Non si punisce chi non lede un bene giuridico altrui, e si deve garantire effettivamente il diritto costituzionale alla salute e la libertà di impresa. Note le ripercussioni su bilancio pubblico, civiltà giuridica, situazione carceraria.

Il parlamento tace su ciò ma si è affannato a approvare una riforma costituzionale volgarmente definita “tagliapoltrone”. In questa occasione è opportuno ricostituire una coalizione di personalità che ripropongano l’adozione di un sistema elettorale maggioritario.

 

In tema di attuazione della Costituzione, sembra giunto il momento dell’attuazione della riforma del 2001 sul federalismo, stando bene attenti a preservare l’unità della Repubblica, composta di Stato, Regioni e enti locali.

Salutammo le nuove funzioni attribuite alle regioni, garantite da Statuti aventi natura di Costituzione regionale, come un successo.

Ora che la riforma sta per essere portata a compimento, male, dovremmo reinserirci nel dibattito portando proposte che coniughino autonomia e responsabilità, forme virtuose di autonomia impositiva. Sono necessarie delle accortezze, come la preventiva definizione dei LEP, la determinazione dei costi standard e l’Istituzione del fondo nazionale perequativo.

Se le norme attuative fossero realizzate preventivamente, la riforma potrebbe essere un’occasione di riqualificazione della spesa pubblica, soprattutto quella corrente, per garantire più efficienza, efficacia, economicità al sistema, senza però perdere in coesione sociale. Mettere al centro della democrazia il Municipio, garantendo forme di valutazione dei servizi a chi li finanzia, rappresenta una vera e propria rivoluzione. Una forma alternativa di espressione per il godimento e il rafforzamento dei propri diritti, dopo aver adempiuto i propri doveri.

L’uso inefficiente dei denari pubblici è stato dimostrato plasticamente dai casi di Atac e Ama, portati all’attenzione nazionale, per riproporre un modello alternativo e nazionale di erogazione dei servizi pubblici.

Per questo continuiamo a chiedere iniziative per la dismissione delle società partecipate inutili. Sappiamo che rimangono pubbliche per volontà delle amministrazioni locali, perché le partecipate generano perdite economiche a danno di tutti, ma anche rendite di potere per pochi.

È sicuramente un tema che interessa le finanze, ma anche la democrazia. Quando il voto dipende da un posto di lavoro, è un voto libero?

 

Lavoratori che sono maggioranza, e la maggioranza non è più silenziosa. Ora scende in piazza. La diseguale distribuzione della ricchezza nei Paesi occidentali è un fatto, come lo è il contemporaneo miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini dei Paesi che tempo si dicevano in via di sviluppo. Le differenze, compagni, arricchiscono, anche tra noi. La disuguaglianza di redditi e di patrimonioesistenti nei Paesi occidentali trovano, però, in Italia, una causa specifica, interna. Il nostro sistema produttivo, troppo piccolo, bancocentrico, per nulla incline al rischio, incapace di scegliere la guida aziendale in base alle competenze e non ai vincoli di parentela, ci è stato di ostacolo. Tutto ciò avviene mentre la dimensione sovranazionale dei mutamenti economici deve trovare nostri spazi dedicati di riflessione, e ben possiamo farlo, avendo proposto con largo anticipo un approccio transnazionale per la soluzione di problemi complessi come l’emergenza ambientale e quella umanitaria.

Abbiamo indicato la necessità e la convenienza di far quadrare i conti pubblici quando l’Europa non ancora lo chiedeva. Non abbiamo avuto bisogno di un trattato internazionale, ci è stato sufficiente verificare il rispetto dell’articolo 81 della Costituzione, il quale non ha mai previsto il ricorso sistematico al debito pubblico per reperire le risorse necessarie alle coperture di spesa delle troppe leggi emanate. Non consumare oggi ciò che sarà prodotto domani è l’antidoto necessario e doveroso per garantire la parità di condizioni tra le diverse generazioni, comprendendo in ciò anche la necessità di attuare politiche ambientali perchè la terra venga lasciata, a chi verrà, in condizioni vivibili.

Abbiamo sostenuto e proposto la necessità di un approccio transnazionale per il governo di fenomeni complessi, che ora sono ben visibili a tutti. La globalizzazione è percepita quasi solo come un pericolo e non come opportunità.

Se, come già detto, gran parte della popolazione mondiale gode di migliori condizioni di vita rispetto al passato, l’insufficiente regolamentazione ne ha svelato anche aspetti iniqui. I Paesi più poveri hanno goduto di benefici, ma la riallocazione delle risorse ha causato tra gli stati occidentali, una distribuzione della ricchezza diversa, più concentratala in mano a piccoli gruppi che detengono grandi ricchezze. Enti regolatori globali, poco efficaci, hanno aperto spazi anche a casi di prevalenza della forza sul diritto. La dittatura capitalista cinese, entrata nel WTO senza alcuna garanzia per i diritti dei lavoratori, e dei cittadini tutti, ne è l’emblema.  Su questo tema i radicali devono continuare a dibattere per giungere a soluzioni fondate sulle ragioni del diritto e delle regole capaci di garantire forme di concorrenza virtuosa tra i vari attori in campo.

 

Calandoci nella recente attualità, le politiche anticoncorrenziali dei dazi che stanno connotando i rapporti tra Usa, Cina, UE e Russia, sono un esempio di gioco a somma negativa i cui effetti nefasti ricadranno su tutti.

L’ONU non è in grado di garantire una guida efficace nemmeno nel mutato contesto geopolitico. Gli organismi tecnici di regolazione sono percepiti come distanti ed ingiusti solo perché composti di tecnici, di persone competenti ma non elette. A ciò si aggiunga il fatto che l’Unione Europea, arrestando il processo di integrazione politica rimessosi in moto dopo la caduta del Muro di Berlino e la riunificazione della Germania, a causa di reiterate crisi economiche, ha finito per far prevalere gli interessi dei singoli stati su quelli comuni.

La globalizzazione è una formula che non distingue gli interessi economici, siano essi di Russia o Cina, dei fondi di investimento, delle grandi imprese, o quelli di milioni di piccoli risparmiatori diffusi nel mondo che investono in azioni, obbligazioni o titoli del debito pubblico, spesso lavoratori che risparmiano oggi per consumare domani, quando saranno più poveri e anziani. Lo spread ha molte cause, ma le responsabilità appartengono prima a chi ha contratto il debito, poi a chi non lo ha ridotto.

Esercitare un’opera di discernimento tra gli effetti della globalizzazione è necessario per cogliere l’essenza dei fenomeni in atto e poterli regolare.

I Partiti non sempre sono stati in grado di guidare la società, ed è ciò che è avvenuto anche in Italia, scegliendo di seguire le masse e le sue contorte dinamiche pur di non perdere consenso. Invece, nell’illusione di rimanere sulla cresta dell’onda, si consumano leader in un semestre, partiti in un lustro. Le differenze, compagni, arricchiscono, anche tra noi.

 

Infine, in questo anno, che è stato di celebrazione del trentennale della cauta del muro di Berlino e di piazza Tienanmen, un 1989 che tante aspettative aveva sollevato per l’affermazione della democrazia liberale, lo Stato costituzionale di diritto, i diritti civili e quelli di libertà, dobbiamo prendere atto che non tutto è andato come sperato.

Qualcosa avevamo previsto se, alla fine del millennio, si proponeva l’organizzazione mondiale della e delle democrazie, convinti che fosse necessaria la sua promozione perché questa forma di governo potesse espandersi assicurando, pace, ricchezza, diritti e libertà.

Poco dopo il fallimento dei negoziati per la Costituzione europea, a causa di un miope e divisivo riconoscimento delle comuni radici giudaico-cristiane dell’Europa, si interruppe il cammino dell’integrazione. Si interruppe il percorso spedito verso una comune patria europea, e si denunciò il ritorno dell’Europa delle patrie, alla visione che condanna oggi l’Unione ad essere una mera aggregazione funzionale e internazionale dei diversi Stati e non un ordinamento autonomo sovranazionale. La mancanza di laicità è stata fatale alla costruzione di uno stato federale europeo. Per ciò il   movimento dovrebbe continuare a essere presidio di difesa della laicità. Eppure mai come in questi mesi la religione è stata usata politicamente per bandire il diverso.

Le diversità religiose sono usate per generare ulteriori contrasti.  In questo nuovo millennio sembrano riemergere inquietanti echi del pensiero di Carl Schmitt. Il bene che i sovranisti dicono di tutelare è la sicurezza, dei cittadini e degli stati, ma anche la pretesa superiorità culturale e religiosa nazionale, da difendere dallo straniero.

La contrapposizione si estende al rapporto che lega religione, qualunque essa sia, e laicità. Lo scambio interculturale, razionale e accogliente, appare superato come il pluralismo etico e la libertà religiosa che sempre abbiamo sperato.

Dovremmo auspicare l’aumento delle religioni professate per evitare che si utilizzino i rosari come armi, per evitare parodie da novelli crociati.  Dovremmo proporre a esponenti illuminati di più religioni, non solo a cristiani e musulmani, dialoghi e approfondimenti per favorire l’integrazione delle culture perché ogni persona possa, nella sua complessità, all’interno delle comunità, vedere le proprie ragioni sostenute dal diritto, anche alla propria cultura e religione. La tutela dell’identità religiosa potrebbe essere la via migliore per garantire una società fondata sulla pacifica e ordinata convivenza multiculturale.

Troppe cose da fare insieme per rinunciarvi. Perché le differenze arricchiscono, anche tra noi.

 

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