Redistribuire potere e informazione prima del reddito

di Gionny D’Anna, membro della Direzione di Radicali Italiani

“Oggi la società appare segmentata fra chi ha l’opportunità di accedere a conoscenze, competenze e informazioni cruciali per saper leggere come funzionano i sistemi complessi in cui viviamo, lavoriamo abitiamo, ci muoviamo e chi no”

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Ho letto con interesse le poche ma dense righe con cui Marco Cappato intende candidarsi a segretario di +Europa, seppur condividendole quasi completamente credo sia necessario arricchirle con alcune riflessioni.

A mio avviso l’Europa è diventato il miglior luogo in cui vivere nell’intera storia dell’umanità perché i governi nazionali hanno messo in piedi il più imponente modello sociale ed istituzionale in grado di conciliare il mercato e la democrazia, cioè il Welfare State. Attenzione il Welfare State non è solo elargizioni monetarie, il Welfare State è, prima di tutto uno strumento che arricchisce il mercato di nuovi competitors. I sistemi di Welfare State abbattendo i rischi di marginalità sociale includono più persone nella parte attiva della società quella cioè che produce la ricchezza ed elabora le idee.

Oggi per una miriade di motivi, il Welfare State non è più efficace come prima, dall’altro lato la rappresentanza democratica è erosa da variabili globali non più governabili dai sistemi democratici nazionali indeboliti al loro interno del collasso dei partiti.

Quindi le persone, comprensibilmente, non sanno cosa farsene di partiti e di istituzioni inefficaci. Tuttavia non sarebbero sufficienti mere operazioni di restyling per ricostruire i canali della rappresentanza democratica, che dovrebbero coinvolgere oggi altri ambiti della società. La società non è più segmentata fra salariati e capitalisti e neanche fra i produttori e chi vive di rendita, oggi la società appare segmentata fra chi ha l’opportunità di accedere a conoscenze, competenze e informazioni cruciali per saper leggere come funzionano i sistemi complessi in cui viviamo, lavoriamo abitiamo, ci muoviamo e chi no.

Serve, ad esempio, più conoscenza per saper elaborare le migliaia di informazioni con cui la tecnologia ci bombarda ogni minuto, servono informazioni per saper pianificare al meglio il proprio percorso di vita, servono competenze in grado di non subire l’obsolescenza della propria professione.

Certo servono anche strumenti economici universali per proteggere le persone dalla povertà assoluta ma serve in primo luogo dare alle persone gli strumenti cognitivi e di partecipazione, o meglio di empowerment per non vivere rassegnati in mondo incomprensibile, ma acquisire coscienza di sé e delle proprie capacità di cambiare in meglio la propria esistenza ed il mondo che ci circonda.

E non parlo di mere corsi motivazionali, parlo invece di strumenti partecipativi e formativi, partecipazione e conoscenza, democrazia e informazion. Estendendo gradualmente percorsi di partecipazione democratica rappresentativa a più ambiti della vita sociale e lavorativa, per conoscere le complessità e imparare darvi soluzioni. Non credo siano sufficienti, ad esempio in campo aziendale, formule novecentesche come la partecipazione “alla tedesca” dei lavoratori alla vita imprenditoriale attraverso appositi organismi di vigilanza del management, credo che per evitare maxi consociativismi interni alle grandi corporate (vedi diesel gate) sia più utile parlare di rafforzamento del potere degli stakeholder e cioè dei lavoratori, dei consumatori, degli investitori, dei risparmiatori e degli attori istituzionali e sociali locali. Occorrono checks and balances democratici anche nel capitalismo insomma.

Un dibattito di questo tipo è per altro già scaturito negli ultimi anni al parlamento europeo, e profondi interventi nel diritto societario europeo sono stati dibattuti anche in seno alla Commissione Europea. Personaggi autorevoli come l’ex ministro Fabrizio Barca e la sua Alleanza contro le diseguaglianza stanno affrontando il tempo. Anche alcuni democratici di primo piano negli Usa, da tempo oltre ad alcuni interventi sociali, iniziano dibattere di colmare le diseguaglianza prevedendo un riequilibro di poteri interno al modello capitalista che nel corso del ‘900 si è sempre modificato.

Dunque il diritto alla conoscenza può concretizzarsi come graduale accesso ai luoghi decisionali, anziché una fruizione diretta ma passiva di informazioni o nozioni “astratte”. Nei moderni sistemi di formazione professionale infatti si parla sempre più di formazione on the job e congiunta fra dipendenti e management, più efficaci delle tradizionali ore d’aula, si impara e si conosce facendo insomma, e talvolta anche rischiando, esemplare il modello delle cooperative sorte grazie alla legge sul Working BuyOut. Anzi imparare a rischiare dunque a farsi carico di responsabilità che riguardano anche altri, è un modo per valorizzare percorsi di democrazia rappresentativa.

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