Salviamo il soldato Markiv

di Olivier Dupuis

Tra pochi giorni si apriranno nella stupenda città di Torino i lavori del Congresso dei Radicali italiani. Molti militanti e dirigenti radicali si stanno ovviamente interrogando su cosa fare del e nel Congresso e come qualificare per il futuro l’iniziativa radicale. Io avanzo una proposta che è molto concreta, anzi è una vera e propria “campagna”, ma riflette in modo coerente – credo – una caratteristica politica costitutiva della storia e della cultura radicale.

Lo stato di diritto come diritto di tutti

Dalla rilettura molto bella e suggestiva della storia dell’Italia dall’indipendenza ai giorni nostri fatta da Lorenzo Strik Lievers in occasione del recente seminario interno di RI, emerge dal mio punto di vista un elemento essenziale: le conquiste in termini di diritto sono state vissute dagli italiani per lo più come delle conquiste di diritti per “loro” e non per “tutti”.

Questo vale anche – ci spiega Lorenzo – per le grandi conquiste dovute all’iniziativa radicale (divorzio, aborto, obiezione di coscienza …).

Non c’è ovviamente un’unica ragione culturale che spieghi questo incompiuto passaggio verso “i diritti per tutti”, cioè verso lo stato di diritto. Ce ne sono diverse. La (poca) pregnanza della Riforma e la forza della Controriforma, un municipalismo frammentato e ripiegato su se stesso, una unità nazionale tardiva e una cultura dello Stato legata alle esperienze preunitarie più che a quelle dei grandi stati nazionali moderni, la presenza della Santa Sede e l’influenza politica diretta delle gerarchie ecclesiastiche, il fascismo come regime che contesta la stessa idea liberale del diritto e nel dopoguerra l’esperienza partitocratica che ha trasformato le istituzioni in un “sistema di scambio” politico-sociale di stampo sostanzialmente privatistico.

La peste marxista-leninista

A queste ragioni, ne aggiungerei un’altra. La precoce emarginazione del movimento riformatore operaio, soppiantato, prima culturalmente poi anche numericamente, dal dilagare dell’eresia giudaico-cristiana per antonomasia, il marxismo-leninismo. L’uguaglianza in dignità e quindi in diritto che a partire dal messaggio del Nazzareno si radica poco a poco in Europa e sfocia nella nascita dello stato di diritto e della democrazia moderna, viene sostituita dall’uguaglianza “tout court” dove il diritto e i diritti, non sono più le fondamenta della garanzia della dignità di tutti i cittadini, ma meri strumenti al servizio del nuovo codice divino, l’Uguaglianza. Il cambiamento è totale. Non siamo più di fronte a una semplice deviazione dalla cultura liberale e democratica del diritto o dei diritti, ma a un approccio radicalmente alternativo dove i diritti sono interpretati e vissuti dal singolo come meri mezzi di rivendicazione individuale e dallo stato come concessioni da elargire o da negare. Il rispetto della dignità di ciascuno e la centralità della responsabilità individuale che la accompagna sono così sostituite dall’invidia, dal rancore, dal risentimento, dal senso di superiorità morale o materiale.

Questa lettura non è una lettura che riguarda solo il passato. Riguarda purtroppo anche il nostro presente. Se crediamo, come ci hanno insegnato lo storico François Furet e il sociologo Marcel Gauchet, che il marxismo-leninismo è la matrice di tutte le ideologie totalitarie del ventesimo secolo (fascismo, nazismo, stalinismo, maoismo, polpotismo…), non c’è ragione perché non lo sia anche delle nuove illusioni politiche antiliberali e antidemocratiche che si vanno diffondendo ovunque nel mondo e che in Italia, col fascio-populismo di Salvini e con il neo-leninismo di Grillo-Casaleggio, sono riuscite a raccogliere il consenso della maggioranza degli elettori. La peste marxista-leninista continua a mietere vittime.

Le battaglie per il diritto e il ‘caso Italia’

Questa premessa, di cui chiedo scusa per la lunghezza, mi sembra fondamentale per due ragioni.

La prima per sottolineare, come già fatto insieme a importanti compagni nel documento “Un appello alla partecipazione al Congresso, e il suo senso”, che non siamo più nella situazione di “prima” e cioè in un contesto nel quale i principali attori della partitocrazia erano sì leggeri, sì superficiali, sì poco attenti alla centralità del diritto e dello stato di diritto, ma non ne erano nemici. Oggi siamo di fronte a un vero salto di quantità e di qualità (in negativo). La mutilazione della costituzione con il “taglio dei parlamentari”, la mutilazione dei diritti degli imputati con il blocco della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, la mutilazione del diritto dei contribuenti considerati – a pena di galera – meri strumenti di obiettivi di gettito (e si potrebbe continuare con gli esempi) descrivono esattamente un processo di degradazione della legge da strumento di tutela del diritto e dei diritti, a mezzo di dominio e di potere. Il diritto come arma dello Stato e non come garanzia del cittadino. È questo il nuovo “caso Italia”.

La seconda ragione è direttamente conseguente dalla prima. Se la posta in gioco è cosi alta – la salvezza dello stato di diritto – dobbiamo assolutamente coltivare il luogo, che si prefigurava come un possibile contenitore federativo di quanti avessero come priorità la sua salvezza e dunque difendessero l’ancoraggio dell’Italia nell’Unione europea come mezzo in vista di questo fine, con la costruzione, paziente, testarda, di un’alternativa al populismo: +Europa. Senza cedere alla tentazione delle fughe in avanti come, per esempio, quella di chi oggi vorrebbe organizzare una raccolta firme per l’indizione di un referendum sul “taglio dei parlamentari”.

Il valore aggiunto di Radicali Italiani

In quest’ottica, ovviamente contestabile, la domanda che mi pongo in quanto iscritto a Radicali Italiani (la stessa del resto che si potrebbe porre un membro di Forza Europa) è semplice: quale può essere il valore aggiunto di RI, incluso nel progetto complessivo di +Europa come alternativa ai populismi?

Credo che pur in una situazione diversa e più difficile che ai tempi della partitocrazia, il «core business» di Radicali italiani non possa che essere quello di porre, attraverso una iniziativa ad alto valore simbolico, i cittadini italiani dinanzi alla questione centrale del diritto e dei diritti per tutti, a cominciare quindi dai diritti meno “nostri”. La cultura radicale conserva, più delle culture liberali “ufficiali”, insieme il senso dell’urgenza e della radicalità delle questioni di diritto, non solo come forma di garanzia dei cittadini, ma di pedagogia civile e di tutela istituzionale.

“La giustizia è la giustizia”

“Che lui sia fascista o nazista, non me ne importa niente. La giustizia è la giustizia”. Cosi concludeva il suo intervento Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione Camere Penali alla conferenza organizzata dalla nostra segretaria Silvja Manzi, con la partecipazione di Raffaele Della Valle, oltre trent’anni fa difensore di Enzo Tortora e oggi di Vitaly Markiv, che la corte di assise di Pavia nel luglio scorso ha dichiarato colpevole per l’omicidio del fotoreporter Andrea Rocchelli e del giornalista Andrei Mironov il 24 maggio 2014 a Sloviansk, in Ucraina orientale.

Conoscevo bene Andrei Mironov, una delle due vittime, attivista di Memorial e iscritto e attivista del Partito radicale transnazionale, quando io ero segretario: era un dissidente russo pesantemente “attenzionato” dai servizi di sicurezza del suo paese, un militante appassionato della causa della libertà in Russia e in tutte le propaggini dell’ex impero sovietico. È uno degli amici e compagni che ho visto morire nelle terre controllate dal padrone del Cremlino.

Non conosco di persona Vitaly Markiv, anche se ci siamo forse incrociati senza conoscerci nell’inverno 2014 quando intorno a Natale ho passato una settimana a Kyiv, letteralmente esterrefatto dalla bellezza dell’atmosfera del Maidan ucraino. Anche lui era lì.

Come non conoscevo gli “Ustascia”, quei “ragazzi”, quei soldati in scarpe da ginnastica in pieno dicembre, che insieme a Marco Pannella, Lorenzo Strik Lievers, Roberto Cicciomessere, Sandro Ottoni, Lucio Bertè, Renato Fiorelli, Alessandro Tessari andammo simbolicamente ad affiancare nelle trincee di Osijek nei giorni di Capodanno del 1991 quando difendevano il loro Paese, la Croazia, dagli attacchi voluti e organizzati dal Presidente serbo Slobodan Milosevic.

Non conosco Vitaly Markiv e non me ne importa se sia fascista, comunista, nazista, liberale, ecologista, socialista o altro. Mi importa che un innocente sia stato condannato a 24 anni di carcere. Mi importa che sia stato condannato in base a un teorema, in base a un pregiudizio ideologico. Mi importa che a nessuna delle tantissime contestazioni sollevate da Della Valle e Rapetti, i difensori di Markiv, ci sia stata una risposta convincente. Mi importa che un innocente sia già da oltre 2 anni in galera.

Non conosco di persona Vitaly Markiv ma sono pur convinto che non sia né fascista né nazista. È “semplicemente” un patriota, un soldato, un volontario ucraino che ha rischiato la pelle prima nel Maidan poi sul fronte per difendere il suo Paese. Sarà poco?

Un colpevole, non il colpevole

Come ben riassunto da Raffaele Della Valle, il processo non serviva alla ricerca del colpevole ma alla ricerca di un colpevole. Vitaly Markiv era l’uomo giusto. L’unico soldato con la doppia cittadinanza ucraina e italiana sui 140 soldati dell’esercito e della guardia nazionale ucraina che si trovavano quel giorno sulla colina di Karachun. Ammesso e assolutamente non concesso che i soldati ucraini siano stati nelle condizioni di sparare (per di più intenzionalmente) alle vittime, la probabilità che sia stato Markiv ammonta al 0,7%. Che botta di fortuna egregi inquirenti.

Poi Markiv non era né russo né filo-russo. Colpire lui, su base di quel teorema “antifascista”, consentiva anche di non dover interpellare le autorità russe o filo-russe con qualche domanda scomoda. Altra rogna in meno per gli inquirenti. Come anche per i funzionari dello Stato italiano attenti a non compromettere le loro relazioni di lungo corso con colleghi russi e a non dare fastidio a una politica governativa, in particolare dall’avvento del governo giallo-verde, di stampo decisamente filo-putiniano.

Infine, pietra tombale per Markiv. “Era arrogante” ho sentito dire. Lui e i suoi amici ucraini che assistevano al processo si permettevano di gridare prima dell’inizio delle udienze in tribunale “Slava Ukraina”. “Gloria all’Ucraina”. E cosa doveva fare Markiv? Sottomettersi sin dall’inizio al giudizio preconcetto del pm? Doveva mettere da parte la fierezza di aver difeso il proprio paese? Doveva stare zitto, non manifestare con l’unico strumento che non era possibile togliergli, la parola, che non solo non era responsabile di alcun omicidio, ma che adempiva il suo dovere di soldato e di cittadino ucraino. E anche per dire e dirci che quel tribunale non aveva nessun diritto non solo di condannarlo, ma neppure di processarlo.

Non ripercorrerò qui tutte le tappe del processo e, in particolare, la magistrale arringa di Raffaele Della Valle che grazie a Radio Radicale possiamo tutti ascoltare e riascoltare. Ma dopo aver sentito e riflettuto, sono convinto che sono solo due gli scenari plausibili che possono aver portato alla morte del fotografo Andrea Rocchelli e del nostro amico e compagno Andrei Mironov.

I due scenari

Il primo scenario è che Mironov, Rocchelli e Rougelon (il fotografo francese rimasto ferito) siano stati presi nel fuoco incrociato degli ucraini e dei russi e filo-russi durante una giornata di combattimenti intensi. E qui non c’è spazio per un omicidio, né colposo né volontario.

Il secondo scenario, molto più probabile a mio parere, è che siano stati vittime di un agguato organizzato dai servizi russi con il concorso dei soldati filo russi presenti in quella zona.

Diversi elementi mi fanno propendere per quest’ultima ipotesi. Il primo è il famoso quinto uomo, mai ritrovato in seguito (ma qualcuno l’ha mai cercato per davvero?), che quel giorno appare e scompare, in tuta sportiva. Difficile immaginare che in questo posto di intesi combattimenti, fosse stato un civile impegnato nel jogging, oppure nella raccolta funghi. Più plausibile, molto più plausibile, che sia stato un’esca, un amo con lo scopo di portare Mironov, Rocchelli e Rougelon in una postazione prescelta. Da colpire poi con l’artiglieria.

Secondo elemento. Secondo la testimonianza dello stesso Rougelon, gli spari scoppiarono proprio dopo la scomparsa di quel misterioso uomo.

Terzo elemento. L’atteggiamento dei trenta soldati filo-russi nei confronti del sopravvissuto Rougelon. Non lo arrestano, lo spaventano con colpi d’arma da fuoco in aria ma lo lasciano andare. Se Rougelon e con lui Mironov e Rocchelli fossero stati vittime degli ucraini, avrebbero dovuto logicamente aiutarlo e portalo in ospedale. Non lo fanno perché a loro di Rougelon non frega niente. La missione loro assegnata dai servizi era stata compiuta. L’obiettivo era stato centrato. Andrei Mironov era morto. Andrei Nikolaevic il cui telefonino era con ogni probabilità ascoltato dai servizi russi, lui che da decenni era ben conosciuto dal KGB prima dal FSB poi, lui che aveva pure conosciuto il gulag, lui che era scampato per miracolo nel giugno 2003 a un attacco a casa sua a opera di un ex membro delle forze di polizia russe (con seri postumi), attacco da lui denunciato alla polizia moscovita e mai registrato dalla stessa.

Una condanna esemplare, una vergogna esemplare

Questa condanna di Markiv, “esemplare” e quindi obbligata, che mette d’accordo i populo-fascistoidi di Salvini, i neo-leninisti di Casaleggio e i fascisti dell’antifascismo dell’estrema sinistra e, ahimè, di parte della sinistra, è un’oscenità giuridica e politica. Non possiamo però aspettare che venga distrutta dalla Corte di Strasburgo e che Markiv faccia nel frattempo altri cinque o sei anni di galera… Tutte le condanne esemplari sono vergogne esemplari.

Questa sentenza va distrutta prima, molto prima. Markiv va assolto e va pesantemente risarcito. Questo deve essere il nostro impegno. Questa battaglia può e deve essere la priorità delle priorità di Radicali Italiani per il prossimo anno. Alle convinzioni che ci possono indurre a partecipare al Congresso, questo obiettivo, questa priorità potrebbe, se cosi lo decidessimo, darci più forza, più grinta, più determinazione anche nel fare le tante altre cose che dobbiamo fare da radicali e da membri di +Europa.

Lo dobbiamo ovviamente innanzitutto al soldato Vitaly Markiv.
Lo dobbiamo a tutti i soldati e civili ucraini caduti nella lotta per la loro libertà e per la nostra.
Lo dobbiamo ai genitori di Andrea Rocchelli e ai suoi amici, perché al dolore per la scomparsa del figlio e dell’amico non si aggiungano la vergogna e la tristezza di un’ingiusta condanna.
Lo dobbiamo al difensore di Markiv e nostro amico di lunga data, Raffaelle Della Valle.
Lo dobbiamo ai nostri compagni Enzo Tortora ed Emilio Vesce, vittime anche loro di allucinanti teoremi giustizialisti.
Lo dobbiamo al nostro amico e compagno Andrei Mironov.
Lo dobbiamo ad Anna Politkovskaia, Natalia Estemirova, Boris Nemtsov, Andrea Tamburi, Antonio Russo, Alexandr Litvinenko, Izet Muhamedagic, Momcilo Vukasinovic, Zurab Zhvania, ai tanti giornalisti e militanti politici che sono stati, come Andrei Mironov, vittime dello stesso mandante politico (almeno), Vladimir Putin.
Lo dobbiamo ai nostri compagni scomparsi Marco Pannella, Adelaide Aglietta, Umar Khanbiev, Massimo Bordin e tanti altri.
Lo dobbiamo a noi stessi.

A tutti gli amici di Forza Europa, di +Europa, della comunità ucraina, ritroviamoci a Torino, al Congresso di Radicali Italiani.

Onore al soldato Markiv! Slava Ukraina!

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