Tra +Europa e il PD. A proposito di voto utile

di Gianfranco Spadaccia

(Nonostante l’età ho chiesto e ottenuto di essere candidato di +Europa nella circoscrizione dell’Italia centrale. Non ho nessuna ambizione di esposizione mediatica né elettorale ma ho avuto un ruolo credo decisivo nella formazione di + Europa ed anche nelle recenti vicende che hanno preceduto la presentazione delle liste e, per questo, ho deciso di metterci la faccia e di rendere visibile la mia scelta e le mie responsabilità, come – a differenza di altri – ho sempre fatto nella mia militanza politica. GfS)

Da qualche giorno si è intensificata una stupida campagna rivolta a dissuadere i potenziali elettori dal votare + Europa con la motivazione che questa lista non raggiungerebbe il quorum del 4%. A volte questo invito è accompagnato da un rimprovero: avremmo fatto male a non accogliere l’appello di Calenda ad unirci a “Siamo europei” e a presentare i nostri candidati nelle liste del PD. A volte invece l’invito a votare PD è semplicemente sottinteso.
I dirigenti di + Europa, che non sono malati di settarismo, con grande senso di responsabilità hanno preferito concentrarsi nella polemica con gli euroscettici e i populisti, evitando di rispondere a queste provocazioni. Poiché tuttavia credo che la diffusione di queste voci e pressioni possa alla lunga rivelarsi logorante, per quanto mi riguarda ritengo che essa meriti una risposta inequivoca che non può prescindere da una nostra valutazione sulla situazione del PD e le sue scelte politiche.
Della decisione di presentare autonomamente le liste di + Europa alle elezioni europee noi abbiamo discusso insieme a Zingaretti nel periodo immediatamente successivo alla sua elezione. A Zingaretti spiegammo che, anche sulla base di una indagine demoscopica, avevamo maturato la convinzione che gran parte del nostro potenziale elettorato non avrebbe votato qualora avessimo deciso di presentare canditure di + Europa nelle liste del PD, andando ad accrescere l’area dell’astensionismo o votando altre liste; alla valutazione dei sondaggisti si aggiungeva la considerazione pratica che, essendo previsti alle elezioni europee a differenza delle politiche i voti di preferenza, sarebbe stato comunque difficile se non impossibile superare i candidati del partito democratico e che il suo segretario non poteva darci, a questo fine, alcuna garanzia di eleggibilità.
Per quanto riguarda i rapporti politici con il PD, abbiamo detto a Zingaretti che avevamo accolto positivamente la notizia della sua elezione a conclusione di un anno di incertezza e di continui rinvii che avevano caratterizzato la vita del PD dopo la sconfitta elettorale; gli abbiamo confermato la nostra volontà di dialogo e di azione comune, a partire dai temi sui quali anche nel recente passato abbiamo avuto occasione di critica e dissenso. Nel frattempo non potevamo non prendere atto che in tutte le consultazioni elettorali parziali e in ben tre Regioni (Abruzzo, Sardegna e Basilicata) il PD non aveva superato il 20% mentre il centro-sinistra nel suo complesso, anche con l’alleanza e il protagonismo di molte liste civiche, aveva in parte recuperato collocandosi tra il 30 e il 40%, superando i 5 Stelle e mostrandosi almeno potenzialmente competitivo anche nei confronti del centro-destra. Anche da questo punto di vista, sarebbe stato sbagliato rinunciare alla presentazione di liste autonome di + Europa in vista di successivi auspicabili futuri confronti elettorali e soprattutto di elezioni politiche anticipate in caso di possibile crisi del governo gialloverde. Va detto che questa considerazione era tanto ragionevole da spingere i dirigenti del PD a sollecitare la presentazione di liste autonome di + Europa in molte delle elezioni che si svolgeranno contemporaneamente alla consultazione europea, dalla Regione Piemonte al Comune di Firenze a numerosi altri casi. Noi non pecchiamo di schizofrenia. Sarebbe stato assurdo presentarci come + Europa in coalizione con il PD in numerose, contemporanee, elezioni comunali e regionali e decidere invece di confluire nelle liste del PD alle elezioni europee.
Per quanto riguarda i rapporti con il PD, è presto per dare un giudizio sulle scelte della nuova segreteria. Per il momento possiamo dire che abbiamo accolto positivamente la chiara scelta europeistica: essa da una parte corregge l’impostazione renziana che ha anticipato la politica poi seguita e aggravata dell’attuale governo nei rapporti con l’UE (politica dei pugni sul tavolo e continue richieste di maggiore flessibilità), dall’altra conferma e rafforza la decisione coraggiosa che da soli ci trovammo a compiere al momento delle elezioni politiche del 4 marzo quando abbiamo deciso di convergere intorno al progetto + Europa, indicando questo tema come priorità unificante delle nostre scelte per metterci in condizione di resistere e di contrapporci al pericolo nazionalista rappresentato in Italia, in Europa e nell’intero mondo occidentale dai cosiddetti populisti. Per le stesse ragioni ci sembra che le 5 proposte del nuovo segretario si muovano in sintonia con alcuni dei nostri obiettivi programmatici.
Detto questo, rimangono alcuni problemi che il PD deve affrontare e che non riguardano tanto i rapporti con + Europa (e per quanto personalmente mi riguarda con i radicali) quanto con l’intero Paese e con le sue prospettive di riconquista della pienezza della vita democratica. Ne ricordo per il momento almeno due.
Il primo e più importante è che il PD faccia i conti con il suo passato e con il ruolo che ha avuto nella compartecipazione al lungo processo di degenerazione partitocratica della nostra democrazia costituzionale, che è stata la causa principale della vittoria dei populisti e dei nazionalisti: un discorso che naturalmente non è, non può e non vuole essere un processo al passato ma è un impegno per il futuro a riconquistare pienezza di vita democratica e costituzionale che non sarà possibile senza una riforma (anche elettorale) del sistema politico e del suo funzionamento. Un impegno che richiede una profonda trasformazione della propria prassi e dei rapporto fra forze politiche e istituzioni.
Una seconda questione riguarda il rapporto con l’elettorato e la politica di alternativa che bisogna perseguire per tirar fuori il Paese dalla sua crisi. Non basta contrappore programmi a programmi, obiettivi ad obiettivi, promesse a promesse ma bisogna rivolgersi agli elettori con progetti che si basino sulla verità: bisogna con molta onestà dire che non si può pensare di finanziare gli interventi pubblici, anche quelli a favore di categorie fortemente disagiate solo aumentando il già insopportabile debito pubblico e che, al contrario, bisogna intervenire – anche con misure di finanza straordinaria – per ridurre il debito, ridurre la spesa pubblica improduttiva, liberare l’economia da vincoli e pastoie che ne limitano o ne impediscono la crescita: tutto questo ha un costo ma non sarà un costo superiore a quello che ogni anno paghiamo in interessi ai detentori del nostro debito pubblico (oltre70 miliardi), che ingoiano le risorse che dovremmo invece spendere in infrastrutture, in manutenzione di ponti, autostrade e scuole, in ricerca, in formazione, in altri investimenti pubblici destinati a produrre lavoro. L’alternativa sarà altrimenti l’uscita dall’euro, l’isolamento dall’UE e dal suo mercato comune, il probabile default della nostra economia con effetti di impoverimento generale della nostra società, pagati in primo luogo dai ceti più poveri e disagiati.
Su questi temi, attendiamo la classe dirigente del PD a un confronto. Nel frattempo diciamo a tutti coloro che enfatizzano il timore del mancato raggiungimento del quorum che rischiano di essere i protagonisti di una profezia destinata, per loro responsabilità, ad autoavverarsi: noi, che eravamo partiti con ambizioni assai più alte del 4%, continuiamo a perseguirle. Ma questi compagni forse sbagliano anche le previsioni ma sicuramente sbagliano i conti. Perché i loro timori rischiano di sottrarre voti che per noi possono essere importanti e decisivi e che saranno invece, alla prova delle urne, di scarso valore per il PD e per l’alternativa che bisogna costruire.
Chi vota per noi deve sapere che in ogni caso il suo voto non andrà perso se insieme, tutti noi, sapremo farne la base per una risposta efficace – democratica e federalista – alla crisi politica dell’Europa e a quella morale, sociale ed economica dell’Italia.

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