Un appello alla partecipazione al Congresso, e il suo senso

Un appello alla partecipazione al Congresso, e il suo senso. Radicali Italiani è l’unico soggetto politico che si ponga l’obiettivo di un’azione politica effettiva di segno radicale e che tenga conto delle condizioni così profondamente mutate della lotta politica, in Italia e nel mondo. Le drammatiche difficoltà che RI sta attraversando: l’alternativa fra cessazione di attività e rifondazione attraverso un ripensamento profondo.
I radicali: l’unica forza politica che, da sempre, vive come propria centralità la battaglia per il diritto. Tanto più sono necessari oggi, quando una maggioranza dell’opinione pubblica esprime un’aperta ostilità ai valori di un diritto liberale con il voto ai populisti e ai sovranisti. La necessità vitale di contrastare l’egemonia dei 5Stelle nella maggioranza di governo sui temi di diritti. Il rapporto con +Europa.
È essenziale che al Congresso partecipino, da iscritti, tutti coloro che tengono alla continuità della storia radicale, che non vogliono lasciarla disperdere, e nel contesto così difficile dell’attuale stagione politica non vogliono lasciar morire quella speranza che il partito radicale ha sempre incarnato.


Il Congresso di Torino di Radicali Italiani costituirà un momento di cruciale importanza per la storia e per il futuro del movimento radicale. La mozione approvata dall’ultimo Comitato nazionale l’ha definito come “un Congresso che sarà necessariamente l’occasione di confronto franco sull’analisi politica radicale, sulla possibilità e necessità di proseguimento delle attività di Radicali Italiani”, fino dunque a prospettare anche l’eventualità di una cessazione delle attività, e sottolineando l’esigenza di misurarsi in modo adeguato sulle “divisioni profonde di visione e di prospettiva” che negli ultimi mesi sono emerse. In questo contesto è stato rivolto un pressante appello a iscritti e dirigenti perché contribuiscano al dibattito precongressuale.
Per quanto ci riguarda intendiamo raccogliere questo invito, e lo facciamo intanto con questo testo comune, che vuole essere insieme una sollecitazione a tutti i radicali a prendere parte alla discussione e a partecipare, da iscritti e da protagonisti, al Congresso e alle decisioni che esso dovrà assumere.
In premessa, va affermato, con forza, che Radicali Italiani – movimento liberale, libertario, liberista – rivendica, nella loro interezza, le lotte riformatrici di cui, nei diversi momenti storici e nelle sue diverse espressioni e articolazioni anche organizzative, l’area radicale è stata per oltre mezzo secolo protagonista: da quelle che hanno trasformato la cultura e la civiltà politica di questo paese, come è accaduto per i diritti civili, a quelle per la riforma democratica dello Stato o per l’affermazione transnazionale e sovranazionale dei diritti umani e “per la vita del diritto e il diritto alla vita”, a volte contrassegnate dal successo, a volte da successi solo temporanei, a volte dalla sconfitta.
Nello stesso senso, il movimento conferma la teoria e la prassi libertaria e nonviolenta che hanno sempre caratterizzato le iniziative e gli obiettivi di riforma radicali e che hanno sempre avuto un rigoroso ancoraggio nei principi liberaldemocratici: un ancoraggio che, mentre ci ha tenuti distinti e distanti da altre forme di radicalismo anarchicheggianti o estremiste, ha consentito al liberalismo dei radicali – nella sua accezione liberaldemocratica come in quella liberalsocialista – di sfuggire ai rischi di elitarismo, di conservatorismo, di classismo, di corporativismo, riuscendo in molte occasioni a rendersi interprete di esigenze di cambiamento e rivendicazione di diritti che attraversavano ampi settori popolari e diversi ceti sociali, anche quelli che vivevano una condizione di debolezza e di emarginazione: dai fuori legge del matrimonio alle donne condannate agli aborti clandestini, per citarne solo alcuni, fino ai “colpevoli” della loro sessualità e a coloro che, a causa delle migrazioni, sono costretti a vivere fuori o ai margini del diritto.
In questo suo riconoscersi interamente in questa storia, in questa tradizione e in questa impostazione di pensiero, Radicali italiani è certamente unito al proprio interno e si ritrova con tutte le articolazioni in cui l’antica area radicale è oggi divisa.

La divisione dell’area radicale. Conservare un’eredità immobile, o fare politica?
Ma l’area radicale, appunto, è divisa da una frattura profonda; frattura di cui occorre cogliere la portata e le implicazioni, anche per intendere appieno il senso e il valore delle decisioni che il Congresso di Radicali italiani dovrà prendere. Ci riferiamo, naturalmente, alla separazione fra il gruppo che ha mantenuto il nome di Partito radicale (nonviolento, transnazionale e transpartito) e Radicali italiani. Non è ora il caso di tracciare una storia di questa dolorosa separazione; né interessa qui indicarne le responsabilità. È utile, invece, mettere a fuoco le differenze che caratterizzano in modi così diversi queste due realtà; soprattutto dal punto di vista delle diversità nel modo di porsi rispetto, appunto, alla storia e alla tradizione radicale.
Come si caratterizza il PRNTT (ovviamente per come appare a noi)? Il suo gruppo dirigente – anche approfittando del proprio monopolio sul patrimonio, sulle risorse e sugli strumenti costruiti nei decenni della storia radicale – si è posto l’obiettivo, o piuttosto la missione, di conservare intatta l’eredità di Marco Pannella (la parola d’ordine della recente campagna di iscrizioni è stata: “per continuare le battaglie di Marco Pannella”); intendendo con questo la difesa intransigente delle analisi e delle parole d’ordine di Pannella, e la prosecuzione, tal quali, delle battaglie che da ultimo egli aveva impostato, quelle sul carcere e la giustizia e sul diritto alla conoscenza. (Coerente con questa linea, e sua conseguenza, l’impegno per allontanare, delegittimare e se possibile disperdere quanti, nell’area radicale, avevano una visione diversa). L’effetto politico è stato quello di una fissità e diremmo immobilità nella ripetizione delle formule di un tempo, mentre intanto tutto cambiava radicalmente sulla scena politica italiana e internazionale; cambiamenti dei quali in sostanza non si è voluto tener conto, non ci si è attrezzati con analisi nuove per fronteggiarli. Anche senza voler considerare quanto questo atteggiamento neghi e contraddica in radice un carattere essenziale proprio della lezione di Pannella, che come pochissimi altri leader politici era attentissimo ai mutamenti delle situazioni e di continuo creava perciò nuovi temi e terreni di battaglia politica, a rischio tante volte di sconcertare in primo luogo i radicali.
Probabilmente con limiti e insufficienze, in questi anni Radicali Italiani si è posto in primo luogo l’obiettivo di far vivere la presenza efficace di una voce radicale sulla scena politica italiana, sia continuando battaglie radicali tradizionali, come quella antiproibizionista, sia avviandone di nuove su terreni che lo sviluppo delle vicende sociali e politiche mostra determinanti, come quello della povertà e dell’immigrazione, o cercando di dar vita a esperienze originali di politica municipale e della città. E soprattutto RI ha contribuito con un ruolo fondamentale a creare l’esperienza di +Europa, che per prima in Italia ha posto e messo in luce la questione politica dell’Europa come discrimine essenziale e che – pur nel contesto di un risultato elettorale limitato – ha consentito il ritorno dopo tanti anni di una presenza radicale nelle istituzioni. Insomma, lo specifico di Radicali italiani – qui la differenza essenziale dal PRNTT – sta nell’impegno, nella volontà, o almeno nell’aspirazione a condurre un’azione politica efficace qui ed ora, nell’oggi, pur in coerenza e continuità con la tradizione radicale; senza però fare di quest’ultima un idolo immobile.

Radicali Italiani: l’alternativa fra cessazione o rifondazione.
Bilancio positivo, dunque? Sì per certi versi; assai meno per altri. Lo sforzo di “inventare” e condurre nuove iniziative politiche senza contare su una leadership “indiscussa” cui affidarsi – come per decenni era stato con Marco Pannella – ha portato quasi naturalmente all’emergere di una molteplicità di ipotesi, e dunque di impostazioni e di tendenze diverse, che faticano a trovare punti di sintesi. La più vistosa manifestazione di questo fenomeno si è avuta in relazione alla vicenda di +Europa, rispetto a cui all’interno di RI si sono sviluppate forti divaricazioni le quali, almeno fino a ora, hanno portato a far cadere l’ipotesi di fare del movimento un soggetto federato a +Europa. Per non dire che in alcuni e anche rilevanti casi la divaricazione ha portato all’abbandono di RI da parte di militanti e dirigenti che hanno deciso di tentare altre strade di azione politica. A questo bisogna aggiungere, anzi si staglia in primo piano, la drammatica esiguità o meglio inesistenza di risorse finanziarie, che rende, allo stato attuale, quasi impraticabile la prosecuzione delle attività.
È in considerazione di tutto ciò che l’ultimo Comitato di RI ha suggerito che il congresso di Torino prenda in considerazione da un lato l’ipotesi di una cessazione delle attività, dall’altro, in alternativa, l’avvio di “una nuova fase costituente” del movimento a partire da una riflessione e ricerca comune sui termini nuovi di un’azione politica radicale nel contesto politico e sociale così profondamente trasformato; riflessione e ricerca comune già avviata in un seminario interno che ha coinvolto positivamente il gruppo dirigente di Radicali Italiani.
Il quadro che abbiamo cercato di delineare fin qui mette in evidenza che cosa sia in gioco a questo congresso. Sui limiti di Radicali Italiani, sulle sue carenze e divisioni molto si può dire, naturalmente. Ma – se quel che abbiamo scritto rispecchia lo stato delle cose – è vero che dalla sua durata e dal suo rilancio dipende la possibilità che nella vita politica italiana continui a operare, con l’ambizione di incidere politicamente in modo effettivo, un partito che tenga viva una presenza così diversa dalle altre come è stata sempre quella radicale. Questo è il punto, questa la scommessa del Congresso.

I radicali: i soli ad avere come propria centralità la conquista dello Stato di diritto. I termini profondamente mutati di questa battaglia.
Quali, a nostro avviso, le linee direttive possibili della rifondazione che, se ce la facciamo, dobbiamo avviare? I radicali sono stati sempre in primo luogo il partito del diritto connesso con la pratica e l’etica della nonviolenza. In tanti decenni della nostra storia questo siamo stati; e siamo stati unici. Per quanto in moltissime occasioni abbiamo trovato degli alleati e dei compagni di strada su questa o su quella battaglia, siamo sempre rimasti l’unica forza politica ad avere come criterio primo la difesa del diritto e delle regole, la battaglia per tutelare, o meglio per conquistare, lo stato di diritto. Tutte le nostre campagne politiche hanno avuto, al fondo, questo senso e questo valore. Una tale funzione oggi è più che mai essenziale: non occorrono molti ragionamenti per dimostrarlo, tenendo conto di quel che accade nel nostro paese.
Il punto è che le condizioni per condurla, questa lotta, sono radicalmente cambiate rispetto a un tempo. Il presupposto dell’azione politica e nonviolenta di Pannella e dei radicali era che la gente, l’opinione pubblica fosse “più avanti” dei partiti e della classe politica (donde il ricorso allo strumento del referendum) e che a sua volta la classe politica, pur abituata a vivere come normale la “costituzione materiale” che travolgeva la Costituzione formale, cioè le regole e il diritto, poi messa alle strette dall’azione nonviolenta potesse finire per riconoscere il valore superiore delle norme di diritto e quindi per accedere alle richieste radicali. E per questa via in effetti ebbe luogo gran parte delle vittorie radicali che hanno segnato la storia del Paese.
Oggi non è più così. In un numero sempre più vasto di Stati, a partire dagli USA di Trump, è montato nelle opinioni pubbliche un sentimento di protesta contro la politica e i politici, che va contro un’idea di società aperta, e che si esprime nei consensi ai movimenti populisti e sovranisti. In Italia alla Lega e ai 5Stelle; movimenti che non tanto hanno “conquistato” il loro seguito elettorale, ma che di questi umori profondi sono essi stessi espressione. E questi orientamenti della “gente”, variamente distribuiti fra i due movimenti populisti, hanno un segno radicalmente antiliberale, giustizialista, di ripulsa rispetto alle garanzie di diritto. La storica indifferenza degli italiani per la dimensione del diritto si è tramutata in aperta ostilità. L’avversario, l’ostacolo più che da abbattere da disarticolare per chi voglia promuovere una civiltà del diritto, non è più in primo luogo il sistema dei partiti ma questo blocco illiberale prevalente nell’opinione pubblica, in tanta parte anche alimentato dal sistema dei social media; e per esso e con esso le forze politiche che lo rappresentano. In tutto questo il ruolo dell’informazione – e dell’informazione pubblica in particolare – continua a essere un perno su cui agire per conquistare il “conoscere per deliberare” che i Radicali hanno da sempre fatto proprio. Oggi, come mai prima, gli strumenti di propaganda, da quelli classici radio-televisivi e cartacei a quelli innovativi del web, hanno distrutto la possibilità di dibattito e di dialogo alimentando paure e odio in un’alleanza evidente con chi lucra elettoralmente su questi sentimenti.
Questo il terreno d’azione necessario per una forza radicale, se vuole essere coerente con se stessa e se vuole sviluppare nei termini nuovi oggi richiesti la propria tradizione e i valori che l’hanno nutrita. Se riesce ad andare avanti, a Radicali Italiani, unico partito ad avere nel proprio DNA il primato della dimensione del diritto, spetta di fare da animatore e punto di raccordo per tutte le forze che siano disposte a operare in questa prospettiva: la sola che possa portare a superare il primato del populismo-sovranismo. Ed è forse possibile che tra le componenti della società italiana che si oppongono a questa deriva possa risvegliarsi una sensibilità per i temi del diritto quale non si è mai avuta nella storia del nostro Paese.

Incalzare la maggioranza per evitare l’egemonia grillina sui temi dei diritti.
Che cosa comporta, in questo contesto, l’avvento del governo giallo-rosso dal punto di vista radicale? Evidentemente va giudicato come un dato positivo l’allontanamento di Matteo Salvini e della sua Lega dal Governo, come il fatto che quello che era un fronte unico sovranista-populista ampiamente maggioritario nel Paese si sia spezzato. Ma già nelle prime settimane è emerso con chiarezza un problema di fondo: chi esercita l’egemonia culturale nella nuova coalizione? La vicenda del taglio dei parlamentari è drammaticamente emblematica. Per i grillini, questa misura era indispensabile, e da votare simbolicamente subito, proprio perché motivata non da ragioni di diverso equilibrio istituzionale ma solo come becera misura di rappresaglia contro il Parlamento e la politica: da scelte di questo genere dipende la loro possibilità di tener vivo il rapporto di fiducia con un elettorato che li ha votati per questo ordine di ragioni. E il PD ha ceduto senza battersi. Caso esemplare: indica che sulle questioni di diritto il PD è disposto a lasciare l’egemonia ai suoi alleati, proprio perché esse sono vitali per loro.
Questo non può non segnare il posto e il ruolo, e la funzione, dei radicali. Che deve essere quello di chi incalza con intransigenza e cristallina chiarezza la maggioranza su questo terreno. Il PD, intanto: è drammatico che l’unica grande forza politica che avrebbe potuto fare argine alle pulsioni dell’antipolitica illiberale ceda le armi proprio su questo. Ma è essenziale anche un confronto aperto e serrato con il movimento grillino; tanto più che sembra esistere una panoplia di temi comuni fra noi e i 5Stelle: la polemica antipartitocratica, i referendum, la democrazia diretta… Immagine falsa e deformante: mentre quei motivi, i radicali li hanno agitati e usati in funzione di una possibile evoluzione di segno liberale o libertario, i grillini al contrario ne fanno l’espressione e il cavallo di battaglia della loro vocazione antipolitica illiberale e tendenzialmente totalitaria. Proprio perché nell’elettorato e forse anche in alcuni esponenti dei 5Stelle possono esistere su questo elementi di confusione, è tanto più essenziale che il confronto sia chiaro, esplicito, senza infingimenti e in sostanza duro.
Non può non essere questa la funzione precipua dei radicali. Per questo, per parte nostra, valutiamo con molto favore la posizione rispetto al Governo e alla maggioranza assunta da +Europa, e portata con coraggiosa coerenza con la sua storia radicale da Emma Bonino al Senato. È quella che consente un dialogo nella chiarezza, e che può consentire – forse – sviluppi positivi se nell’ambito della maggioranza di Governo ne emergeranno le condizioni.
Certo, +Europa è altra cosa da un partito radicale, e per tutte le ragioni qui richiamate è essenziale che Radicali Italiani mantenga un suo ruolo specifico: solo Radicali Italiani, se saprà superare le sue difficoltà, può essere il soggetto che tiene viva e rilancia sulla scena politica la presenza radicale nei termini richiesti dai problemi di oggi. Ma il rapporto con +Europa è un patrimonio prezioso e da non disperdere, tanto più nella nuova situazione che essa sta attraversando; di difficoltà certo, ma anche di nuove potenzialità.

Il passaggio decisivo sarà dunque il congresso di Torino. Torino, del resto, è la città che ha visto momenti essenziali della storia radicale: dall’arresto di Roberto Cicciomessere, segretario del partito, per obiezione di coscienza nel 1972, determinante nel portare all’approvazione della legge, alla coraggiosa scelta di Adelaide Aglietta di accettare nel 1978 la nomina a giurata al processo alle BR, a quel congresso del lontano 1972 in cui, come oggi, il partito doveva decidere se poteva proseguire o doveva chiudere. E seppe proseguire.
A questo congresso è essenziale che partecipino, da iscritti, tutti coloro che tengono alla continuità della storia radicale, che non vogliono lasciarla disperdere, e nel contesto così difficile dell’attuale stagione politica non vogliono lasciar morire quella speranza che il partito radicale ha sempre incarnato.

 

Gianfranco Spadaccia, Roberto Cicciomessere, Olivier Dupuis, Lorenzo Strik Lievers, Igor Boni, Dario Boilini, Massimo Bulckaen, Francesca Capuzzo, Paolo Costanzo, Marco De Andreis, Antonio Di Maio, Valerio Federico, Marco Filippa, Zeno Gobetti, Michele Governatori, Mauro Iacoponi, Alessandro Massari, Carmelo Palma, Francesco Palmieri, Luca Perego, Irene Abigail Piccinini, Beatrice Pizzini, Dino Guido Rinoldi, Marco Sindona, Marco Taradash, Simona Viola, Layla Yusuf, Manuela Zambrano


Nei commenti all’appello si può indicare la volontà di sottoscriverlo, le firme verranno aggiunte in calce.


 

21 risposte a “Un appello alla partecipazione al Congresso, e il suo senso”

  1. Sottoscrivo e mi unisco facendolo anche mio a questo appello relativo alla partecipazione al Congresso, e il suo senso. RI è l’unico soggetto politico che si ponga l’obiettivo di un’azione politica effettiva di segno radicale e che tenga conto delle condizioni così profondamente mutate della lotta politica, in Italia e nel mondo. Partecipiamo in massa. Grazie.
    Layla Yusuf

  2. Sottoscrivo questo appello e ne condivido le premesse, l’analisi e le prospettive. La storia radicale deve confrontarsi con quella che da tempo è per tutti noi la strada del federalismo europeo come possibile soluzione alla “peste italiana”. Il rapporto con + Europa, complicato e incerto, non può essere considerato solo dal punto di vista strategico. L’aspirazione di Radicali italiani si deve concretizzare nel progetto di + Europa per darne nuovo slancio.
    Zeno Gobetti

  3. Partecipare!
    Questo è necessario, per non lasciare a pochi il diritto / dovere di decidere il futuro di una storia politica unica, per non trovarsi inconsapevolmente parte di un ordinario partito, perché non c’è più modo di delegare ad uno, a pochi, la definizione di una visione del futuro che diventa iniziativa politica.
    Chiudere con Radicali italiani è atto individuale e facile, basterà non rinnovare l’iscrizione, sviluppare la storia radicale è, mai come oggi, scelta collettiva e consapevole.
    Quindi ognuno di noi ha già deciso se esserci per far esistere Radicali Italiani o non esserci, per chiudere una storia.

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