Una radicale a Hong Kong – 5

di Patrizia De Grazia da Hong Kong il 25 gennaio 2020


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Oggi è il 25 Gennaio. Un sabato 25 di Gennaio che per i cinesi, e per tutti coloro che ne seguono le tradizioni, segna l’inizio di un nuovo anno.

È iniziato male. Anche qui a Hong Kong l’angoscia per il coronavirus cresce e prende corpo ogni giorno, a ogni titolo di giornale, a ogni nuovo caso accertato. Le persone indossano spesso anche più di una mascherina alla volta e basta un colpo di tosse in metropolitana, per vedere la testa della gente scattare di lato o verso il basso.

Hanno paura. Il ricordo della SARS è ancora molto forte e adesso, che la drammatica situazione potrebbe ripetersi, non si pensa ad altro.

Eppure, nonostante la paura, le proteste non si fermano. Migliaia di persone ieri sera si sono riunite a Lai Chi Kok, centinaia si riuniscono ogni giorno all’ora di pranzo presso i centri commerciali o dentro le stazioni della metro, in tantissimi utilizzano il coronavirus come ulteriore strumento di protesta contro la Cina e le occupazioni di luoghi da parte dei manifestanti sono molto frequenti.

Oggi ho deciso di portare la nostra bandiera di fronte al luogo in assoluto più rappresentativo delle istituzioni di Hong Kong: il complesso che comprende in sé il palazzo del Governo Centrale, il palazzo del Consiglio Legislativo e l’ufficio del Capo dell’Esecutivo. Proprio così: alle mie spalle c’è la politica. La politica che lavora, discute e determina le sorti di questa regione amministrativa speciale.
La politica che, da più di 7 mesi, non ha mai tentato di aprire un dialogo con quei milioni di cittadini che ogni giorno chiedono Democrazia.

La politica che fa finta che non stia succedendo niente. Che parla e non dice, che decide e non cambia. Che giustifica brutalità e arresti arbitrari. Una politica barricata dentro un palazzo. Senza più alcuna credibilità o fiducia. Una politica senza risposte.

Nessuno pensa che sia facile trovarne, sia chiaro. Avere il fiato della Cina sul collo e provare a discutere con un movimento di massa politicamente acefalo, è anzi certamente molto complicato. Ma i grandi problemi dovrebbero essere ciò per cui la politica è fatta, e una buona politica non si dovrebbe mai nascondere dietro la violenza delle forze dell’ordine, la repressione di diritti, bugie e la superficialità dell’ indifferenza.

Questa è proprio la politica che noi radicali combattiamo da sempre. E che combattiamo anche qui. Anche a diecimila chilometri di distanza da casa nostra. Perché questa battaglia, come ogni altra battaglia, in qualunque altra parte del mondo, per la difesa della democrazia e dei diritti degli esseri umani, è una battaglia radicale.

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