Il welfare dell’innovazione

Silvja Manzi intervistata da Danilo Di Matteo
Mondoperaio Novembre 2018 pagg. 81 84

Si è appena concluso il XVII Congresso di Radicali Italiani (Roma, 1-3 novembre). Quali sono le principali indicazioni emerse, quali le lotte più importanti nelle quali il movimento si impegnerà?

Intanto vorrei sottolineare la novità rappresentata – con me alla segreteria politica, Antonella Soldo alla tesoreria e Barbara Bonvicini alla presidenza – da tre donne elette alla direzione di Radicali Italiani. Una novità non tanto radicale, se non per la stragrande maggioranza delle realtà politiche italiane. Per quanto ci riguarda, viene ripresa e rilanciata la tradizione di valorizzazione della militanza e della dirigenza femminile, iniziata negli anni ’70 con Adele Faccio, con Adelaide Aglietta e con Emma Bonino. In tempi non meno difficili speriamo di essere alla loro altezza e sappiamo di poter contare sull’aiuto e sull’impegno, oltre che sull’esempio, di Emma.

Il Congresso ha, a grande maggioranza, confermato la volontà di Radicali Italiani di essere parte attiva nel consolidamento del progetto di +Europa. Qualcuno l’ha scambiato per un “travestimento” elettorale. Non è così. Il federalismo europeo – con la nostra storica battaglia sugli Stati Uniti d’Europa e la più recente campagna Europe First – è al centro della nostra iniziativa e lotta politica da anni. Nel momento in cui i populisti d’Europa (e non solo) si stanno impegnando contro l’unità europea e per il risorgere dei nazionalismi abbiamo ritenuto di dover ricercare e promuovere l’unità di forze convergenti nel ritenere che lo scontro Europa SÌ/Europa NO, più Europa/meno Europa sarebbe stato lo scontro che avrebbe dominato non solo le prossime elezioni europee, ma un lungo periodo della nostra storia, probabilmente quello di una intera generazione.

Nella nostra storia – dal divorzio all’aborto alla complessiva lotta per i diritti civili, dalla lotta contro la fame nel mondo a quella per una giustizia giusta, da quelle transnazionali per i diritti umani, la corte penale internazionale, la moratoria delle pena di morte, contro le mutilazioni genitali femminili, a quelle attualissime sull’immigrazione o per affermare il diritto all’autodeterminazione anche nel fine vita – sempre queste lotte si sono iscritte in una strategia politica volta a determinare una alternativa democratica, laica, federalista in Italia e in Europa. E ogni volta che ci è stato possibile abbiamo tentato di portare al voto degli italiani le nostre proposte di riforma non solo con i referendum, ma anche con la nostra presenza alle elezioni con liste radicali o in convergenza con altri (penso alla “Rosa nel Pugno” con i socialisti di Boselli nel 2006 o alla nostra presenza nel 2008 nelle liste del Pd). Quindi +Europa è stato un obiettivo di lotta politica per rafforzare le nostre possibilità e opportunità di affrontare lo scontro politico che, insieme all’unità europea, ha come obiettivo quello di mettere in crisi la democrazia liberale: nessuno può pensare che, colpendo lo Stato di diritto, non siano colpite nel prossimo decennio le conquiste realizzate dagli anni Settanta a oggi nel campo dei diritti umani e dei diritti civili. Il disegno di legge del senatore Pillon, per esempio, dovrebbe ammonirci su ciò che è in gioco per quanto riguarda i diritti civili, in particolare della donna: e Salvini, definendo le Corti europee dei carrozzoni che pretendono di imporsi alla sovranità degli Stati, ci spiega benissimo cosa pensa dei diritti umani, non solo dei migranti ma di tutti noi.

In Congresso ci siamo confrontati su due mozioni; una, presentata da Marco Cappato, chiedeva a Radicali Italiani di proporre alla stessa +Europa, ai verdi e alle forze liberali e liberalsocialiste la convergenza in una lista ecologista, anche in vista della costituzione di un nuovo partito paneuropeo. Non l’ho considerata una mozione alternativa. Penso infatti che +Europa, insieme ai Radicali Italiani, debba muoversi in questa direzione, e che i nostri gruppi nelle principali città degli altri paesi europei debbano diventare centri di iniziativa politica, esplorando tutte le possibilità di costituzione di un partito paneuropeo, al di là del prossimo appuntamento elettorale.

Infine, oltre a quelli tradizionali – diritti, libertà, giustizia – c’è un campo che continuerà a essere quello dove si eserciterà l’azione di Radicali Italiani: quello che non da oggi ci vede impegnati, accanto alle criminalizzate Ong e a molte organizzazioni anche religiose, sull’immigrazione, con proposte pragmatiche e di ragionevolezza per governare un fenomeno epocale.

Il 2019 sarà per tanti versi un anno cruciale, anche a motivo delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. I radicali non paiono entusiasti dell’idea di una sorta di Fronte repubblicano da contrapporre alla destra e alla demagogia: come mai? +Europa è nata con il contributo decisivo di Emma Bonino e di Radicali Italiani: ci può illustrare l’idea di fondo, l’idea-forza di tale progetto? E ancora: +Europa è ancora solo un progetto o si tratta già di un soggetto politico?

Non mi pare che il Partito democratico abbia risposto con entusiasmo alla proposta di Carlo Calenda – che fu al nostro fianco quando promuovemmo le liste +Europa – di un Fronte Repubblicano che favorisca alle prossime elezioni europee liste comuni degli oppositori dell’attuale compagine governativa. Dalle elezioni a oggi, nonostante abbiamo fatto parte della stessa coalizione, non abbiamo praticamente avuto rapporti con il Pd. Del resto, scegliemmo per senso di responsabilità di far parte della coalizione di centrosinistra nonostante non fossero state tenute in alcun conto le nostre richieste di rendere equa e praticabile la raccolta firme per la presentazione delle liste. Non è un caso che tutti i partiti – da Formigoni ai 5Stelle siciliani, allo stesso Pd in Piemonte – siano stati processati per le raccolte delle firme. E mi pare che non solo Renzi ma l’intero Pd siano assai esitanti nell’affrontare un dibattito serio sulle cause che hanno determinato la attuale situazione, e che non possono non investire le loro scelte, la loro politica e le loro responsabilità. Sono riusciti a compiere il “miracolo” di pagare un costo analogo a quello pagato da Schröder in Germania senza fare nessuna delle riforme fatte da Schröder.

Quanto alla questione riguardante l’idea-forza di +Europa, posso aggiungere che alle scorse politiche non abbiamo raggiunto il quorum del 3% che ci avrebbe permesso un gruppo parlamentare, ma abbiamo tre deputati e una senatrice, un consigliere regionale in Lazio e uno in Lombardia: soprattutto abbiamo consentito a 900mila elettori, in Italia e nelle circoscrizioni estere, di esprimersi scegliendo più Europa.

Per noi più Europa significa una Europa federale, più unita, più integrata, più democratica nel suo funzionamento. Vogliamo una Patria europea, non un’Europa delle Patrie. Riteniamo che questa prospettiva sia l’unica che ci consenta di tenere testa – nell’era dell’innovazione tecnologica, della rivoluzione digitale, dell’intelligenza artificiale – alla competizione delle grandi potenze continentali e subcontinentali, dalla Cina agli Stati Uniti, dall’India alla Russia, dal Brasile al Messico al Sud Africa. Gli attuali Stati nazionali, compresa la Germania, non potrebbero sottrarsi a un destino di balcanizzazione e di colonizzazione. Basta guardare all’atteggiamento di Russia e Stati Uniti nei confronti dell’attuale Unione europea per rendersi conto di ciò che è in gioco. Per questo abbiamo posto l’Europa al centro delle nostre scelte e priorità. Lo abbiamo fatto per offrire non solo a noi ma a tutti una chiara lettura degli avvenimenti e un chiaro terreno di confronto.

Siamo impegnati a fare di +Europa, se avremo una risposta soddisfacente di forze nuove e aggiuntive, un soggetto autonomo. Oltre alle adesioni individuali, è in corso la formazione di gruppi in Italia e in altri paesi europei. Lo statuto provvisorio che ci siamo dati dice che dovrà essere un soggetto federale: mi rendo conto che nella nostra cultura, dove è più facile dividersi che unirsi e dove le unità avvengono o per giustapposizione o per assorbimento (vedi il Pd), una “unità tra diversi” sia difficile, ma proprio per questo va tentata coraggiosamente e con decisione.

Un’Italia e un’Europa inclusive e accoglienti, fondate sul rispetto dei diritti umani, delle differenze, delle libertà, non possono che essere anche un’Italia e un’Europa sociali. Negli ultimi tempi il vostro movimento si è impegnato nella ricerca di un Welfare sostenibile, volto a non ripetere gli errori del tradizionale Stato sociale, a superarne le storture (generatrici di ingiustizie, oltre che di sprechi di risorse pubbliche), ma insieme tale da tutelare i più deboli e da promuovere le opportunità e le capacità di ciascuno e di ciascuna. Continuerete in tale ricerca?

In particolare negli ultimi due anni abbiamo impegnato molte risorse nella ricerca di risposte sulla possibilità di conciliare misure di welfare adeguate a contrastare efficacemente la povertà e politiche economiche liberali e innovative, affrancate dai vizi dello statalismo, capaci di generare un benessere diffuso e di restituire un futuro attivo ai perdenti della globalizzazione, a partire da due principali e difficili domande che non possono essere eluse: come conciliare una spesa per il welfare già superiore a quella della media europea con le indifferibili esigenze di contrastare la crescita – anomala e superiore rispetto agli altri paesi europei – del numero delle persone a rischio di povertà o di esclusione sociale, con misure di tutela molto costose, insostenibile per le finanze pubbliche e per i vincoli di bilancio? E poi: come concepire misure non distorsive capaci di rivolgersi anche ai nuovi poveri, tra i quali i giovani della sharing economy con retribuzioni discontinue e al di sotto della soglia di povertà, ed ai lavoratori spiazzati dalla quarta rivoluzione industriale con professioni non più richieste dal mercato del lavoro e per questo destinati a lunghi periodi di disoccupazione non coperti dagli attuali ammortizzatori sociali?

Una prima risposta a queste due domande è emersa dai risultatidi una ricerca sviluppata da un nostro gruppo di lavoro (1): una misura capace di eliminare sostanzialmente la povertà assoluta attraverso l’introduzione di una misura universale e strutturale di reddito minimo d’inserimento rivolta a tutte le famiglie è sostenibile solo attraverso una riforma complessiva delle numerose misure di welfare, l’eliminazione o la rimodulazione di alcune prestazioni esistenti e la loro sostituzione con nuove prestazioni fondate su princìpi di maggiore equità sociale, di corrispondenza ai bisogni reali e di migliore utilizzo delle risorse esistenti.

Occorre risolvere alcune distorsioni della nostra pur elevata spesa per il welfare, tra le quali la sua concentrazione, per quasi l’86%, in due sole aree d’intervento – pensioni e salute – mentre solo le briciole rimangono per le spese più efficaci contro la povertà, tra le quali le prestazioni per la famiglia, i figli, la disoccupazione, l’abitazione e l’esclusione sociale. Il farneticante dibattito in corso sull’obbligo dei beneficiari del futuro reddito di cittadinanza di accettare le proposte di lavoro avanzate rivela di non conoscere la povertà che vorrebbe abolire e che è costituita per la grande maggioranza da persone in condizioni di fragilità sociale che non sono in grado di lavorare, per condizioni di degrado, esclusione sociale, dipendenza e disabilità che hanno bisogno non solo di sussidi monetari ma soprattutto di forme molto diversificate di assistenza, anche abitativa: in Germania solo il 25% dei beneficiari di misure contro la povertà è occupabile.

Un’altra causa dell’alta percentuale di italiani a rischio di povertà o esclusione sociale è legata all’inefficacia della spesa per la protezione sociale, spesso rivolta a persone anche benestanti: come le indennità di accompagnamento per gli anziani non autosufficienti. A partire da questo lavoro e dal dibattito che ne è seguito è stata presentata da Riccardo Magi una proposta di legge per il contrasto della povertà e per la riforma delle prestazioni sociali (2) che introduce una misura universale di reddito d’inserimento per l’abolizione della povertà assoluta attraverso la sostituzione o l’eliminazione di prestazioni in vigore: di conseguenza si autofinanzia sostanzialmente con le risorse esistenti, redistribuendole a favore delle fasce più povere e riducendo quelle rivolte alle fasce più abbienti.

Il valore monetario del sussidio è pari alla differenza tra il valore della soglia di povertà assoluta relativo al nucleo familiare beneficiario e quello dell’indicatore della situazione reddituale ai fini Isee dello stesso nucleo familiare: diversamente dal provvedimento governativo annunciato che prevede una unica soglia nazionale pari a 780 euro, la soglia di povertà tiene conto ovviamente dell’età dei componenti, della ripartizione geografica (Nord, Centro, Mezzogiorno) e del comune di residenza (area metropolitana, grande e piccolo comune), dal momento che queste variabili modificano il valore monetario del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia.

Con la nostra proposta di legge si procede contemporaneamente a una completa revisione di altre prestazioni di welfare, prevedendo in particolare l’eliminazione delle attuali misure d’integrazione dei redditi insufficienti, come l’integrazione al trattamento minimo delle pensioni e l’assegno sociale sostituiti dal reddito minimo, la revisione e razionalizzazione delle detrazioni fiscali per i figli a carico a vantaggio delle famiglie effettivamente più bisognose e con più figli, la riforma dell’indennità di accompagnamento per le persone non autosufficienti erogata principalmente attraverso la corresponsione di buoni per l’acquisto di servizi (assistenza a domicilio, centri diurni, strutture residenziali e assistenti familiari erogati da soggetti pubblici e privati accreditati), la creazione di una unica pensione per invalidi civili proporzionale alla classe d’Isee dei beneficiari che sostituisca l’assegno d’invalidità civile, la pensione d’inabilità civile e la pensione per ciechi civili assoluti e parziali.

Tuttavia rimane irrisolto il problema dell’inserimento lavorativo di quella parte dei poveri assoluti che sono occupabili e che non riceveranno, se non per una esigua minoranza, una proposta di lavoro: incentivando così comportamenti di azzardo morale, dal momento che attualmente i 7.500 addetti dei centri pubblici per l’impiego (circa 100 mila in Germania, 54 mila in Francia e 74 mila nel Regno Unito) non sono in grado di offrire adeguate misure di politiche attive e soprattutto non dispongono di alcuno strumento per conoscere le offerte di lavoro delle imprese. Ogni riforma unitaria dei servizi per l’impiego che determini livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi uniformi nel territorio, al fine di attuare il reddito minimo d’inserimento e più in generale un efficace ricollocamento dei disoccupati attraverso politiche attive, è resa inoltre impraticabile dalla competenza concorrente in questa materia tra Stato e Regioni, determinata dal Titolo V della Costituzione, la cui riforma è stata bocciata dal referendum del 4 dicembre 2016.

Nel lontano 1982, dalla Conferenza di Rimini del Psi emerse la proposta di un’alleanza riformatrice del merito e del bisogno. Non crede che si tratti di una sfida ancora per tanti versi attuale? Coniugare la valorizzazione del merito con lo sforzo per superare l’indigenza e il bisogno – materiale o culturale – non resta decisivo per provare a dare concretezza ai principi di libertà e di giustizia?

Abbiamo dovuto prendere atto in tutto il mondo, troppo tardi, che il benessere non è scontato e per sempre, e che qualcosa è andato storto nella nostra fiducia in un modello sovranazionale basato prevalentemente sulla libertà di circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e delle persone che avrebbe dovuto garantire la felice combinazione tra benessere diffuso e welfare accogliente e rassicurante: anche grazie all’invecchiamento della popolazione, il conto è divenuto insostenibile e non ce lo possiamo più permettere, soprattutto in Italia dove è stato pagato in gran parte in deficit e con un debito pubblico che minaccia la stessa nostra possibilità di rimanere persino nel mercato comune europeo.

Il risentimento sempre più diffuso e imbarbarito rispetto al fallimento diseguale della promessa del benessere eterno – se misurato con il tasso di povertà, elevato in Italia e molto più contenuto nei paesi dove sono più numerosi i vincenti della globalizzazione – può essere contrastato nella consapevolezza che esiste una sola cura alla povertà: l’investimento in istruzione, conoscenza e innovazione, la valorizzazione del merito con lo sforzo per superare l’indigenza e il bisogno. Ma questa ricetta, sicuramente valida per tutto il mondo industrializzato, si scontra in Italia con un sistema produttivo arretrato, per una consistente parte ancora intermediato dall’amministrazione pubblica (prima che dalla politica), che rappresenta un’anomalia in Europa. Infatti in Italia la globalizzazione e la quarta rivoluzione industriale non hanno determinato finora, nonostante gli allarmismi, alcuna significativa scomparsa di posti di lavoro sostituiti dalle macchine o dall’intelligenza artificiale.

Negli ultimi 5 anni la crescita degli occupati si è registrata per professioni non qualificate in comparti tradizionali, come il turismo. La flessione che si registra per alcune professioni dipende da cause relative alla crisi o alla non competitività di alcuni settori economici, come quelli delle costruzioni, della manifattura, delle banche e assicurazioni. Laddove si registra una perdita di posti di lavoro, la causa non sempre risiede nella tecnologia, ma proprio nella mancanza d’innovazione che non consente di tenere il passo con il resto del mondo e fa perdere quote di mercato e d’occupazione. Paradossalmente, da una parte il basso livello d’innovazione e i modesti investimenti in ricerca e sviluppo, e dall’altra le basse retribuzioni hanno salvaguardato posti di lavoro che in aziende tecnologicamente innovative e più produttive non ci sarebbero più. Solo nell’ambito ristretto di una minoranza di aziende italiane che hanno introdotto in maniera sistematica l’utilizzo dei robot e dell’Intelligentprocessautomation in ampi comparti del processo produttivo – poco più del 20% di imprese di medie e grandi dimensioni fortemente integrate nelle catene globali del valore – si assiste alla scomparsa delle professioni semi-qualificate degli operai, tuttavia compensata dalla sostenuta crescita delle professioni informatiche e altamente innovative.

Credo che abbia qualche riflesso anche sul voto populista il fatto che solo in Italia il 41% della popolazione ha conseguito al massimo la licenza media, collocandosi nell’area potenziale dell’analfabetismo di ritorno, a fronte di un valore medio europeo del 26%, che diminuisce al 19,7% in Germania e al 19,6% nel Regno Unito. Anche su questo abbiamo provato a comprendere le cause della estrema debolezza del sistema economico italiano e del basso tasso d’innovazione: nel primo documento del gruppo di lavoro e di discussione (3) si osserva che non basta tenere i conti pubblici in ordine, ma occorre rendere l’Italia un paese competitivo e in grado di fornire opportunità alle generazioni future. Occorre, in altre parole, essere in grado di indicare una direzione di sviluppo per l’economia italiana. Creare competenze – a partire dalla scuola – per essere al passo con l’innovazione tecnologica è un elemento indispensabile per tornare a crescere in maniera strutturale e per garantire un futuro sereno e prospero al paese, così come saper cogliere appieno le enormi opportunità derivanti dall’essere parte dell’Unione europea: può essere la base di discussione per quella “alleanza riformatrice del merito e del bisogno” che voi proponete, assieme alla proposta di riforma del welfare e di contrasto della povertà cui ho accennato?

1 Radicali italiani, La povertà e il welfare in Europa, febbraio 2017

2 Camera dei deputati, Proposta di legge n. 671 d’iniziativa del deputato
Riccardo Magi, Disposizioni per il contrasto della povertà e per la
riforma delle prestazioni sociali, presentata il 29 maggio 2018

3 Gruppo di lavoro “Economia” Radicali Italiani, L’Italia che cresce:
proposte europeiste e liberali per il rilancio dell’economia italiana,
ottobre 2018

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