Ombre russe. Il caso Markiv e lo stato della giustizia e dell’informazione in Italia

Nel convocare questo appuntamento, eravamo consapevoli di affrontare una questione molto sensibile.
Un processo per l’omicidio di due persone suscita le legittime aspettative dei famigliari e degli amici delle vittime, che doverosamente esigono che i colpevoli siano assicurati alla giustizia. Quando poi questo processo si intreccia a questioni politiche delicatissime – in questo caso a una delle frontiere dell’aggressione russa all’Europa – è inevitabile che emerga il sospetto della strumentalizzazione.

In premessa voglio dire che noi ci avviciniamo a questa vicenda con uno spirito al 100% radicale, in nome dei principi dello Stato di diritto sia per quanto riguarda il processo sia per quanto riguarda il giudizio sul separatismo filorusso in Donbass.

L’annuncio di questo incontro è stato subito accolto da diverse polemiche, legate da un filo comune e ricorrente:
scandaloso che i radicali facciano comunella coi neonazisti ucraini;
sono dei fanatici neonazisti;
solidarizzate con un nazista dichiarato;
difensori di un neonazista;
una volta i Radicali difendevano i giornalisti uccisi, ora prendete le difese di un paramilitare ucraino neo-nazista condannato
Premesso che esiste un principio costituzionale secondo cui non si può trattare da colpevole chi è ancora in attesa della sentenza definitiva di condanna, ricordiamo che la sentenza del primo grado di giudizio è di poche settimane fa, il processo d’appello sarà tra meno di un anno, e – aspetto non indifferente, a mio avviso – l’imputato ha trascorso due anni di carcerazione preventiva.

Rispetto alle accuse di nazismo, mi è tornato alla mente il periodo della guerra nella ex Jugoslavia quando i croati venivano accusati di essere fascisti (in quanto croati) e per questo colpevoli in quella che era invece una guerra di aggressione nei loro confronti, pianificata e attuata dalla Serbia di Slobodan Milosevic.

E dunque, per rispondere alle preoccupazioni sul nostro ruolo in questo caso, voglio assicurare che porre dei dubbi sul processo non significa essere avversari di chi vuole giustizia, al contrario.

Va dato atto e merito alla famiglia del fotoreporter Andrea Rocchelli, e al collettivo indipendente di fotografi Cesura di cui era uno dei fondatori, alla loro forza e perseveranza, di essere arrivati al processo, alla ricerca della verità e della giustizia; a loro va tutta la nostra vicinanza per il dolore della perdita di un figlio, un compagno, un amico.

Se siamo oggi qui a parlare di questo processo, delle connessioni tra giustizia, informazione e politica espansionista russa, è non solo per passione politica e per storica vicinanza con l’avvocato Raffaele Della Valle, ma anche perché questo processo ci riguarda da vicino per la nostra comune militanza politica con Andrej Mironov, ucciso con Andy Rocchelli il 24 maggio del 2014.

Ho visto Andrej l’ultima volta qualche anno prima del suo assassinio, al matrimonio di un comune amico. Andrej Mironov era un esponente della dissidenza democratica in Russia, uno degli ultimi oppositori politici a essere recluso in un gulag; ed era anche un militante radicale, iscritto per molti anni al Partito radicale, dall’inizio degli anni ’90 impegnato con noi nelle battaglie di denuncia delle violazioni del diritto e dei diritti in Russia, in Cecenia, in Georgia e infine in Ucraina. Andrej era stato fra i fondatori di Memorial, l’importante organizzazione per i diritti umani attiva in Russia, e commentando una violenta aggressione della quale era stato vittima, e che l’aveva quasi ucciso, disse “alla mia cara amica e collega Anna Politkovskaja è andata molto peggio”. Mironov era, infatti, continuamente pedinato dai servizi segreti, subiva costantemente minacce per le sue attività, e per questo motivo gli ambienti a lui vicini non possono escludere che l’obiettivo dell’attentato, nel quale ha perso la vita insieme a Rocchelli, fosse proprio lui. Peraltro, si tratterebbe di un modus operandi proprio della tradizione dei servizi prima sovietici ora putiniani. Proprio noi radicali non possiamo dimenticare le uccisioni di Andrea Tamburi, avvenuta a Mosca in circostanze mai chiarite, e di Antonio Russo, giornalista di Radio radicale che stava conducendo un’inchiesta sugli orrori perpetrati in Cecenia, torturato e ucciso per non far conoscere la sua denuncia al regime russo sulle violenze nei confronti dei civili e l’utilizzo di armi non convenzionali nel conflitto.
E dunque, se l’uccisione di questi due uomini di valore è avvenuta per una tragica fatalità, perché si sono trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato, vuol dire che per il Cremlino si è trattato di un colpo di fortuna, poiché l’oppositore del regime putiniano Andrej Mironov era proprio la persona giusta da colpire.

Sul processo – cioè sulle caratteristiche abnormi dell’accusa, delle prove e della sentenza – interverrà l’avvocato Della Valle. Io mi limito a dire che la giustizia giusta è tale se rispetta le regole e i principi dello Stato di diritto, a prescindere dal giudizio che chiunque può dare dell’accusato, della sua persona, delle sue idee, dei suoi atteggiamenti o di quelli dei suoi sostenitori presenti in aula. E noi riteniamo questo processo ingiusto, per le ragioni che sintetizzerà l’avvocato Della Valle, non perché Vitaly Markiv è ucraino, ma perché nessuno, dopo un processo così, dovrebbe essere dichiarato colpevole. È un principio di garantismo, che dovrebbe valere per chiunque, fosse anche nazista o fascista.

Qualche parola in più sull’informazione inerente a questo processo.
L’informazione è stata centrale fin dall’inizio, perché di fatto la prova su cui si è basata l’accusa è un articolo/intervista pubblicato dal Corriere della Sera il 25 maggio del 2014, il giorno dopo la morte dei due. In seguito, le poche cronache sul processo sono state per lo più pezzi contro il nazionalismo ucraino e contro la presunta ideologia dell’imputato e non sugli elementi e sullo svolgimento delle udienze, in cui emergevano tutta la fragilità, le contraddizioni e l’insostenibilità delle prove dell’accusa, a partire proprio dall’articolo del Corriere della Sera.
Sappiamo per esperienza – e lo sa per primo l’avvocato Della Valle – che una cattiva informazione e una cattiva giustizia sono due facce della stessa medaglia e si rinforzano a vicenda. La rappresentazione del caso in questi termini – un “paramilitare” ucraino ha ucciso un giornalista italiano per impedirgli di documentare i danni della guerra nel Donbass – se diventa vera per l’opinione pubblica che segue il caso ha la massima possibilità di essere considerata provata anche in giudizio, al di là di ogni prova, anzi contro ogni prova. E questo rappresenta un disastro sia per l’informazione sia per la giustizia.

Cosa succede, dunque, in Italia rispetto all’informazione sulla crisi russo-ucraina, che è crisi russo-europea.
Prendiamo l’apertura del consolato farlocco della farlocca Repubblica Popolare del Donetsk in una delle più grandi regioni italiane, avallata da membri delle istituzioni, o l’altrettanto fantomatica Associazione Piemonte Russia tenuta a battesimo niente meno che nelle aule del Consiglio regionale del Piemonte alla presenza dell’ideologo di un’Eurasia a conduzione russa, tanto caro a Vladimir Putin, Aleksandr Dugin, e di Gianluca Savoini, e questo accadeva 4 anni fa. Un battesimo che vedeva presenti esponenti della Lega che oggi fanno parte della nuova Giunta regionale piemontese. Fatti gravissimi ignorati dai mezzi di informazione e denunciati già allora solo dai Radicali.
Oggi si scoprono degli arsenali di guerra nel nord Italia, chiaramente riferibili, così dicono gli inquirenti, ad ambienti dell’estrema destra, dove si formano mercenari assoldati nel Donbass, di tutta evidenza e del tutto logicamente in combutta con i secessionisti filorussi, che però per parte della stampa italiana diventano assoldati dagli ucraini. Anche il ruolo e le connessioni di alcuni referenti politici nostrani con i mercenari l’abbiamo, noi Radicali, a suo tempo denunciati e segnalati alle procure.
Fino ad arrivare alle dichiarazioni – inaudite non si può più dire perché ormai stiamo udendo di tutto – del Ministro dell’Interno, che sostiene che il missile aria-aria ritrovato era destinato a lui e che gli ucraini progettavano un attentato contro di me”.
Del resto, lo stesso Ministro aveva dichiarato legittima l’annessione della Crimea da parte della Russia.
Giova quindi ricordare, anzi occorre, che nel marzo 2014 l’Unione Europea ha condannato la deliberata violazione da parte della Russia, con l’annessione illegale della Crimea, della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, volta alla sua destabilizzazione, e da allora ha imposto misure restrittive nei confronti della Russia; misure continuamente prorogate e condivise dall’Italia.

E poi la teoria secondo la quale dall’Ucraina non sarebbe arrivata alcuna collaborazione, ma il vice Procuratore ucraino, Yevhen Yenin, in una intervista, non smentita, sostiene che “è strano sentire di tale posizione della stampa italiana, però la richiesta dell’assistenza giudiziaria di questo caso dalla Procura della città di Pavia è arrivata già nel 2015 ed è stata eseguita dalla Procura Generale dell’Ucraina in tempi brevi. Successivamente agli organi di Procura d’Italia abbiamo spedito le informazioni supplementari, compreso il materiale dell’interrogatorio dei testimoni, le relazioni delle perizie e altri documenti”.

Il processo non è stato immune da questo contesto e ha assunto un carattere di natura politica. Diventa quindi un processo che da subito vede una contrapposizione con un Paese, più che con un imputato.
“Un processo per omicidio che vede contrapposti due Stati: l’Italia, che vuole condannare Vitaly Markiv…” scrive la Repubblica.
“Fan nazionalisti”, vengono descritte le persone che assistono al processo.
“Primo esperimento di sovranismo che da piazza Indipendenza, cinque anni fa a Kiev, ha portato l’estrema destra ucraina in Parlamento e, inevitabilmente, alla guerra contro i russi” e “nella guerra del Donbass, scoppiata come risposta della Russia ai piani di espansione della Nato”, arriva a scrivere arditamente L’Espresso. Sostenendo, quindi, non troppo implicitamente che l’aggressione militare russa è stata giustificata dalle manifestazioni europeiste del Maidan.

Riporto altri commenti:
“Ammazzato il fotografo italiano Rocchelli dalle squadracce naziste di Kiev mentre documentava i danni sulla popolazione nel Donbass da parte degli aggressori di Kiev”; “Fotoreporter italiano ucciso da giunta nazifascista ucraina”; “Condanna del nazista ucraino”.

Questo sui media e sui social. Nell’aula del tribunale, invece, il pubblico ministero ha dichiarato che avrebbe fatto ricorso contro un’eventuale assoluzione di Markiv solo se la sentenza non avesse preso atto che i colpi sono partiti dalla parte regolare ucraina, esercito o guardia nazionale o entrambi, ritenendo “un insulto ai familiari di Rocchelli sostenere il contrario”.
Come se in un processo penale il punto non fosse stabilire la colpevolezza, con prove incontestabili, ma un principio, peraltro nemmeno dimostrato con certezza.

In attesa delle motivazioni della sentenza non è dato sapere quali siano le prove, dato che durante il processo non sono state prodotte. Al di là di ogni ragionevole dubbio.
È certo però che verso i separatisti filorussi le indagini non sono proprio state fatte, escludendo da subito la possibilità che i colpi potessero arrivare da loro. E non è stato nemmeno preso in considerazione il fatto che ci si trovasse in un contesto di combattimento, dove è di per sé complicato arrivare a stabilire da dove arrivino i colpi. Ma se si sostiene di esserci riusciti, trattandosi di un processo penale non è possibile non dimostrarlo con assoluta certezza. Al di là di ogni ragionevole dubbio.

L’ultima considerazione è sull’aspetto politico di questa vicenda. Noi pensiamo che avere abbandonato l’Ucraina alla reazione di Mosca nel suo processo di avvicinamento all’Unione europea sia alla base di tutti i disastri avvenuti in questi anni, compreso quello di cui parliamo oggi. Non essere stati in grado di raccontare il separatismo del Donbass e l’annessione della Crimea per quelle che sono in base a principi elementari di diritto – cioè violazione delle regole base della convivenza internazionale – ha intossicato la discussione pubblica in Italia e ha reso tutto uguale. Come si è visto anche in questo processo, l’esercito e la guardia nazionale che difendono il territorio ucraino sono sostanzialmente equiparate alle milizie separatiste e ai soldati russi che lo occupano per sottrarlo alla sovranità ucraina.
Recentemente nell’aula del Senato abbiamo avuto l’ennesima conferma del livello di penetrazione politica, ideologica e affaristica di Mosca nella vita istituzionale italiana e del disprezzo del Parlamento da parte del leader politico italiano oggi più forte e più complice della politica di Putin.

Le “verità alternative” di Mosca divengono sempre più frequentemente verità ufficiali in Italia e purtroppo anche l’esito di questo processo è diventato un tassello di questo mosaico.

Il processo andrà avanti e continueremo a seguirlo. L’auspicio è che vengano individuate responsabilità precise, certe e… oltre ogni ragionevole dubbio.

 

Silvja Manzi, 25 luglio 2019

 

• Link audiovideo dell’incontro Ombre Russe. Il caso Markiv come campanello di allarme sullo stato della giustizia e dell’informazione in Italia

 

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