Relazione al Congresso di Torino

Care compagne, cari compagni,

intanto un benvenuto a Torino e un ringraziamento a chi ha reso possibile questo Congresso, che nelle nostre attuali condizioni economiche, organizzative e militanti, non era affatto scontato riuscire a organizzare.

Comincio dal fondo, anticipando i titoli di coda, voglio perciò ringraziare l’Associazione Aglietta, in particolare Daniele; voglio ringraziare Radio Radicale – che è la radio di tutti noi e per la cui esistenza, messa a rischio da chi vuole mettere un bavaglio all’informazione libera, continuiamo a lottare – li ringrazio per essere qui a seguire i nostri lavori; voglio ringraziare lo staff di Radicali italiani, che come su una nave pirata, pochi determinati allegri e coraggiosi, in un mare in tempesta ci ha fatto arrivare in porto; voglio ringraziare Valentina Ascione che è stata l’ufficio stampa di Radicali italiani per molti anni e le auguro i migliori successi professionali che merita; voglio ringraziare i compagni e le compagne che non hanno mai smesso di proporre, di rispondere alle sollecitazioni, di essere disponibili, di pensare, concepire e fare politica insieme; voglio ringraziare i compagni più critici, anche se mi hanno visto come un ostacolo più che come il segretario del partito con cui confrontarsi e magari scontrarsi; voglio ringraziare i compagni radicali più “antichi” che mi hanno fatto sentire una compagna di strada, e in questo ringraziamento che abbraccia più generazioni, voglio salutare l’arrivo di giovanissimi radicali che vengono qui e si sentono a casa, penso a Virginia su tutti e mi viene in mente Marco Pannella quando diceva

siamo diventati radicali perché ritenevamo di avere delle insuperabili solitudini e diversità rispetto alla gente, e quindi una sete alternativa profonda, più dura, più “radicale” di altri.

Voglio poi salutare una compagna che ci ha lasciato da poco, Laura Arconti, che è stata presidente del nostro Movimento, e che ha incarnato 50 e più anni di storia radicale; e voglio in ultimo salutare un altro compagno radicale di cui avrei voluto portarvi un video di saluto ma non siamo riusciti a realizzarlo per tempo, vorrei perciò arrivasse il vostro saluto ad Angiolo Bandinelli che in questa città 47 anni fa, in questi stessi giorni, apriva l’XI Congresso Nazionale del Partito radicale.

Torino è stata ed è una città fondamentale nella storia radicale, una città dove in molti momenti, per esempio, il consenso alle iniziative e alle liste radicali, o di ispirazione radicale, ha raggiunto i livelli più alti di tutto il Paese, e dove sono nate e si sono svolte molte battaglie storiche: da quelle del movimento di liberazione degli omosessuali, a quelle per l’obiezione di coscienza al servizio militare, a quelle legate alla giustizia, al diritto alla difesa e contro le leggi speciali che conducemmo con Adelaide Aglietta, segretaria del Partito Radicale e giurata popolare al primo processo alle Brigate Rosse; fino a quelle più recenti per la legalizzazione dell’aborto farmacologico e per l’abolizione della ricetta sulla pillola del giorno dopo e per la realizzazione del TAV, ma sarebbe più corretto dire per l’ammodernamento della linea Torino-Lione.
Questa sera i compagni torinesi ci porteranno in un Radical Tour che ripercorre alcuni dei luoghi più significativi delle lotte radicali in questa città; è, in qualche modo, un percorso attraverso la nostra storia.

E nella storia ultrasessantennale di questo movimento di sognatori e di pazzi, questo, per noi radicali di Radicali italiani, è stato certamente uno degli anni più difficili. Pensiamo alle condizioni esterne, politiche e sociali, del tutto nuove, nelle quali si trovano oggi l’Italia e l’Europa e, più in generale, l’Occidente democratico.
Di fronte ai nuovi scenari internazionali l’Europa appare come il fragile vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. Si profila, ormai da qualche anno, uno scenario globale completamente differente da quello che abbiamo conosciuto dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, dove l’Europa, sotto l’ala protettiva degli Stati Uniti d’America, ha potuto rimanere divisa tra egoismi e particolarismi, incapace di costruire uno Stato federale che sapesse e sappia avere una politica estera e di difesa comune, un esercito comune, una politica sull’immigrazione comune, una politica industriale, energetica e ambientale comuni. Per non dire della politica economica comune incompiuta, dopo la magnifica rivoluzione dell’introduzione dell’euro.

Oggi, l’America di Trump ha rotto gli equilibri che per decenni hanno contenuto le mire espansioniste della Russia di Putin verso l’Europa occidentale e verso il medio-oriente. Oggi da est, da ovest e da sud, l’Europa è accerchiata ed è sottoposta a minacce sempre crescenti che, come è evidente, non riesce a governare e ad arginare. Minacce che hanno lo scopo di indebolire l’assetto democratico delle nostre istituzioni. Mai come ora e mai con questa urgenza, l’Europa dovrebbe comprendere la gravità di quello che sta accadendo e adottare misure politiche adeguate e necessarie, all’altezza del compito che i padri fondatori le hanno assegnato. Mai come in questo momento sarebbe necessaria una spinta in avanti per superare egoismi e nazionalismi al nostro interno, e per creare gli antidoti alle tragedie che accadono, dalla Siria allo Yemen, dall’Ucraina alla Bielorussia, dalla Russia alla Cecenia, fino alla Libia e fino alle tante che accadranno se non troveremo il coraggio per compiere il salto necessario verso gli Stati Uniti d’Europa.

Dentro gli stessi confini europei i sintomi della gravità della malattia sono evidenti a chiunque abbia un minimo di capacità di analisi: verso est crescono i nazionalismi e le reazioni di chiusura, dall’Ungheria alla Polonia fino all’Austria; altrove, nel cuore dell’Europa stessa, vacilla l’intero palazzo e s’incrinano le fondamenta con la Brexit alle porte, con le rivolte violente dei gilet gialli in Francia e, voglio sottolinearlo, con le vicende spagnole e della Catalogna che sono il sintomo di un domino negativo che prosegue inesorabile. E poi, con l’acuirsi in maniera irreversibile e tragica della deriva autoritaria e fondamentalista della Turchia – una deriva di cui è stata complice la stessa Unione europea, prima procrastinando le richieste di adesione, quando era un Paese che sceglieva una donna a guidarlo, cosa che in Italia ancora sogniamo; poi, oggi, foraggiandolo lautamente e cinicamente per impedire l’arrivo di migranti – la deriva autoritaria di Erdogan dicevo, con l’invasione nella Siria nord-orientale e le stragi di curdi. Fra l’altro sono molto contenta che domani interverrà una rappresentante del popolo del nord della Siria e, inoltre, abbiamo aderito alla Manifestazione nazionale di oggi a Roma con e per i curdi.
Queste inammissibili violazioni dei diritti umani sono figlie dirette dell’assenza di Europa. Un’Europa federale che invochiamo invano da mezzo secolo con Altiero Spinelli e Marco Pannella.

Non che fossimo impreparati. Lo abbiamo ribadito in tempi non sospetti con la nostra campagna “Europe First”. L’unica soluzione è mettere insieme le nostre debolezze, superando vecchi trattati e costruendo un’Europa federale dei popoli che sappia sognare e che sappia avere la forza, anche militare, di contrastare le due storiche superpotenze, divenendo noi stessi un vaso di ferro capace di resistere agli impatti e determinando la creazione di un nuovo equilibrio globale, senza dover passare da nuove distruzioni e nuove guerre che, ed è terribile dirlo, divengono altrimenti sempre più probabili nel medio periodo.
Le derive protezioniste, nazionaliste e populiste, sempre, nella storia, sono state premesse di distruzione e anche di morte.
Come molti altri anche noi, al nostro interno, ci siamo interrogati e ci interroghiamo sulle cause di quel che sta accadendo. Ci interroghiamo senza trovare risposte esaustive, senza giungere a convinzioni granitiche ma indubbiamente siamo riusciti a individuare alcuni fili che dobbiamo provare a tirare.

Innanzitutto, chi come noi ha sempre detto che era impossibile contrastare la globalizzazione ma che sarebbe stato necessario indirizzarla, guidarla, governarla, oggi deve rendersi conto che questo processo – che prosegue e proseguirà – da una parte è stato foriero di un miglioramento diffuso delle condizioni di vita di miliardi di persone ma, al contempo, ha rappresentato un elemento problematico, di freno e di paura del futuro, per le classi medie e medio-basse di gran parte del mondo cosiddetto sviluppato, che teme di perdere un pezzo del proprio benessere acquisito o auspicato. Non si tratta quindi di porre argini impossibili da ergere contro la globalizzazione ma comprendere che il malcontento diffuso di una parte importante delle nostre società deriva da questo, da chi sente di aver perso il treno e un pezzo di futuro.

Un inciso. L’ISTAT ci dice – lo riportava anche Carlo Cottarelli qualche giorno fa – che in Italia il livello di istruzione è più basso di quello medio europeo, infatti, la quota di 25-64enni in possesso di almeno un titolo di studio secondario superiore è stimata solo al 61%, mentre il valore medio europeo è del 78%. Ha un senso questo nel ragionamento complessivo? Credo di sì e credo che questa dovrebbe essere una priorità per una forza politica.

In secondo luogo, alcuni di noi lo affermano da anni, c’è da mettere in relazione quanto accade con la diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione e per comunicare. Come tutti gli strumenti di comunicazione, che sia la radio, la televisione o Internet, non si tratta di dire se siano di per sé buoni o cattivi. Ogni strumento può essere buono o cattivo secondo l’utilizzo che se ne fa.

Nel seminario che abbiamo organizzato a settembre e che vi invito ad ascoltare e a leggerne gli interventi sul nostro sito, il professor Alberto Berretti ha ricordato quali fossero gli entusiasmi iniziali, suoi e di Roberto Cicciomessere, quando lanciarono Agorà Telematica. Se ne vedevano le enormi potenzialità positive ma non si intravedevano i rischi. Oggi abbiamo davanti il potenziale negativo di questi strumenti. Una vera e propria rivoluzione digitale che siamo ancora lontani dal capire cosa ci porterà. Quando, per sessant’anni abbiamo denunciato le storture e le violazioni del sistema partitocratico italiano, anche e soprattutto nella gestione lottizzata e privatistica dell’informazione, non potevamo immaginare quale sarebbe stata la forza della bomba della disinformazione alimentata dalla propaganda sui social. Eppure, prima di altri lo abbiamo visto e denunciato, ne dirò dopo ma un accenno voglio farlo subito.

L’Europa e gli USA, non parliamo delle forze politiche italiane, hanno visto con colpevole ritardo ciò che stava accadendo: la Russia, innanzitutto, che con finanziamenti milionari, con strutture organizzate militarmente, con un lavoro di servizi segreti, ha inquinato anno dopo anno le fragili democrazie europee con l’obiettivo di farle crollare. In parte riuscendoci.

Oggi i rapporti indicibili tra la Lega di Salvini e Savoini e la Russia di Putin sono sulla bocca di tutti. Quando lo dicevamo noi, come spesso accaduto, emettevamo silenzio. Oggi una trasmissione televisiva “svela” – tra virgolette – questi rapporti e il Partito democratico grida allo scandalo, be’ io dico, amici del PD, benvenuti!
Peraltro, noi, mi pare proprio gli unici in Italia, abbiamo mesi fa rilanciato e diffuso un’intervista a Gianluca Savoini di un’emittente francese realizzata poche settimane dopo i fatti del Metropol e poche settimane prima delle elezioni europee; in quell’intervista diceva tutto, spiegava perfettamente il piano della Lega e come fosse strumento di destabilizzazione delle democrazie europee nelle mani di Putin, ed è passata sotto silenzio. Se ci fosse un giornalismo degno di questo nome in Italia, quella sarebbe divenuta notizia di prima pagina.

Vengo quindi all’Italia, che nell’elenco dei problemi dell’Europa è certamente un elemento di primaria importanza. Noi siamo il Paese dove le forze populiste hanno ormai raggiunto il 50% degli elettori. Noi siamo il Paese dove le violazioni dello Stato di diritto e delle basilari regole democratiche sono andate avanti inesorabilmente. Lo abbiamo denunciato con puntualità nel nostro Dossier “Stato di diritto” e lo abbiamo ricordato anche oggi, qui, nella tavola rotonda che ha preceduto i nostri lavori.
L’Italia, con Lega, Fratelli d’Italia e 5Stelle, rappresenta forse il pericolo più grave per l’Europa, perché i nostri anticorpi si sono rivelati assai fragili. Un pericolo che abbiamo visto con chiarezza durante il Governo Conte 1, con l’attacco ai diritti civili, con le violazioni dei diritti umani dei migranti, con il giustizialismo più becero, con l’uso del carcere sempre più come discarica umana e fonte di consenso, con la distruzione della separazione dei poteri e degli organismi indipendenti, con l’occupazione degli spazi pubblici di informazione, con la demagogia populista e antipopolare delle promesse fatte ma che gravano sulle spalle delle generazioni future, in spregio a qualsiasi ragionevolezza sulla gestione del denaro pubblico e del mantenimento in equilibrio dei conti. E potrei andare avanti, sicuramente dimenticando qualcosa.

Oggi, a mio avviso, quei rischi continuano a essere presenti e, anzi, con il Governo Conte 2 rischiano di aggravarsi perché stanno trascinando nella inarrestabile deriva populista l’intero Partito Democratico, che non riesce a contaminare ma viene contaminato, che sembra disposto a cedere su tutto, alla riduzione dei parlamentari per risparmiare, alla cancellazione della prescrizione che lascia gli indagati sotto processo a vita, divenendo complice con chi ha denigrato per anni il Parlamento e le Istituzioni, insultato e minacciato i nemici che, a turno, venivano individuati, infangato e condannato preventivamente chiunque si presentasse sulla loro strada. Con chi grida onestà ma non sa cosa sia la legalità.

La vicenda delle migrazioni è paradigmatica e individua appieno la nostra differenza, il nostro essere altro dal Governo e dalle opposizioni. Pensare che su questo il problema sia solo Salvini significa dimenticare che Di Maio e i 5Stelle lanciarono l’attacco politico alle ONG – e per questo e su questo non può stupire il loro voto di astensione che ha affossato una Risoluzione al Parlamento europeo pochi giorni fa – e che Marco Minniti, allora ministro dell’Interno del Partito democratico, ha stretto gli accordi con le bande libiche per fermare i flussi migratori – ricorderete che per questo lo denunciammo – accordi che domani si rinnoveranno. Perché ci interessa? Perché in Libia decine di migliaia di disperati vengono reclusi in veri e propri lager, torturati, violentati e uccisi. E questo che è diventato il buco nero dell’umanità sembra non interessare i più, in una sorta di terribile assuefazione al male.

Sul Memorandum con la Libia propongo di vestire domani la fascia a lutto che distribuiremo all’ingresso, per segnalare lo scandalo e la vergogna, che pare non provare il nostro governo, nello stringere accordi con chi ha ordito un cinico piano di violenza, stupri, segregazione e morte.

Lo sappiamo, sui migranti il Salvini ministro ha costruito il suo anno di scalata della classifica del consenso, con il beneplacito del presidente Conte, nonché dei ministri Trenta e Toninelli che hanno controfirmato ogni divieto di sbarco mentre avrebbero potuto esimersi ed evitare sofferenze indicibili. Noi italiani che 28 anni fa accoglievamo 20mila albanesi arrivati con una sola nave, la Vlora – albanesi che in parte sono rimasti, hanno contribuito alla crescita del nostro Paese, i cui figli sono nati e cresciuti qui e sono anche qui – aspettiamo a far sbarcare 104, 104 fantasmi del mare, per non interferire con le elezioni. Che poi fantasmi non sono perché purtroppo per loro l’essere fantasmi non gli cancella il colore della pelle, ché quello è il vero problema.

In oltre un anno abbiamo visto violazioni continue, sotto gli occhi del mondo, senza riuscire a fermarle. Violazioni che hanno causato la morte di migliaia di persone; persone come noi che come noi vorrebbero una vita migliore. Oggi però, con il nuovo governo Conte, certo con più garbo e meno clamore, le cose non sono cambiate di molto: i decreti sicurezza sono al loro posto, i migranti non vengono fatti sbarcare per non perdere consenso elettorale (peraltro non mi pare funzioni, visto il risultato umbro), si rinnova il Memorandum con la Libia ma, in più, lo si fa pressoché nel silenzio, della politica e dell’informazione. Lo scriveva Roberto Saviano pochi giorni fa:

Nessun cambiamento, nessuna discontinuità. Questo governo, come il precedente e come quello prima, sa che il consenso si gioca su due soli temi: immigrazione e sicurezza. Punto. Solo su questi due argomenti e qualunque politico, anche il più ignorante, può postare e twittare e avere la certezza di fare traffico. Perché ormai i numeri sui social sono l’unica cosa che interessa. L’unica.

Noi, ci verrò più nel dettaglio dopo, non abbiamo semplicemente contrapposto lo slogan “porti aperti” a “porti chiusi”, noi abbiamo fornito una possibilità di governo del fenomeno, una soluzione legislativa italiana ed europea con “Ero Straniero” e “Welcoming Europe”. Qui sta la differenza radicale!

Ora, sulla nascita del governo Conte II non dirò molto. Al nostro interno le posizioni sono state diverse. Chi riteneva fosse opportuno fermare l’avanzata di Salvini senza andare al voto e chi, al contrario, pensava che al voto ci si dovesse andare. Al di là delle posizioni di ognuno di noi, è certo che sulla decisione di andare o non andare al voto non saremmo stati comunque determinanti. Per quanto mi riguarda, dico solo che ritengo, a maggior ragione oggi, che designare un Presidente del Consiglio altro rispetto al precedente sarebbe stato più saggio e avrebbe perlomeno rappresentato un reale tentativo di discontinuità. Conte rappresenta, a mio avviso, un esempio di trasformismo forse senza pari nella storia della nostra Repubblica. Il Partito democratico si è assunto questo onere enorme, di cui probabilmente pagherà il prezzo. È stata una scelta politica, forse per loro necessaria, ma io credo che per dare un senso a quella scelta la prima cosa che avrebbero dovuto fare – e dovrebbero fare – è una riforma elettorale complessiva, dalle modalità di accesso paritarie a una legge elettorale, che per me, care compagne, cari compagni, dovrebbe essere come diciamo da decenni pienamente maggioritaria e uninominale!

Il problema, certo, è questa nuova destra a trazione salviniana, ma forse il problema vero sono i milioni di potenziali elettori pronti a votare Salvini e Meloni, e il perché. Noi (e non solo noi) dobbiamo porci il problema di come battere politicamente Salvini, e non a caso Pannella diceva di con-vincere, perché se non abbiamo un’alternativa da proporre non vinceremo mai.

Vengo ora alle questioni più interne che se possibile sono per noi più complesse di quelle esterne.

Prima ancora della morte di Marco Pannella, abbiamo incominciato, come radicali, un percorso di divisione che pare inarrestabile. Non dico nulla di nuovo. Un percorso tipico dei partiti leaderistici quando viene meno il leader carismatico. Oggi, mentre noi celebriamo il 18° Congresso nazionale di Radicali Italiani, il movimento voluto da Marco Pannella, il Partito Radicale transnazionale svolge, non casualmente negli stessi giorni, il suo congresso italiano costringendo alcuni tra noi, iscritti a entrambi i soggetti, a dover scegliere dove andare. Ciò accade dopo aver sospeso lo statuto nel Congresso di Rebibbia, di fatto dissolvendo quella che era considerata la galassia, e aver ripreso quest’anno una vita ordinaria con una riforma che prevede un congresso ogni 5 anni.

Inutile fare polemiche o ricostruzioni. Questo è ormai un dato di fatto e dobbiamo farci i conti. Non parlo casualmente di conti: oggi Radicali Italiani ha i conti bloccati in seguito a una chiamata in giudizio di Maurizio Turco che ci chiede di saldare debiti che, se sono stati fatti, sono a carico di una dirigenza di Radicali italiani che è oggi gruppo dirigente del Partito radicale che ci chiede di saldarli. Ma che sappiamo, il gruppo dirigente di oggi e quello di allora, che quei debiti, se sono stati fatti, sono stati il frutto di scelte politiche volute e gestite con il pieno consenso di Marco Pannella.

E quindi. I conti sono bloccati; per Radio radicale non esistiamo più, non siamo “notiziabili” – personalmente in quest’anno sono stata intervistata due volte, quando in sede abbiamo ricevuto delle lettere sospette indirizzate a Emma Bonino e quando ero in sciopero della fame contro l’abolizione della prescrizione… – e non solo ma anche per questo gli iscritti sono diminuiti, riducendo di molto le nostre entrate di autofinanziamento che in gran parte si sono rette sul contributo di Emma Bonino che ha versato 6mila euro al mese nelle casse del Movimento. Senza questi probabilmente avremmo dovuto comunicare la chiusura del Movimento senza nemmeno poter convocare il Congresso.

Dato che per la prima volta da sempre la nostra attività si è retta solo ed esclusivamente sull’autofinanziamento, ripeto senza neanche lo strumento Radio radicale, comprenderete il livello di difficoltà nel quale la tesoriera Antonella Soldo e io ci siamo trovate. Difficoltà talmente gravi da costringerci a non prendere ormai da tre mesi il nostro stipendio. Antonella entrerà nel dettaglio, fornendo tutti i dati necessari per evitare che ciascuno di voi consideri marginalmente questo aspetto; non solo non è marginale ma è talmente centrale da mettere in pericolo il proseguimento delle attività e la vita stessa di Radicali Italiani. Perché va detto senza infingimenti. Un partito, un movimento politico nazionale, che ha l’ambizione non solo di fare politica nazionale ma di cambiare le cose in questo paese, non è credibile che sopravviva con 700 iscritti e un autofinanziamento di nemmeno 200mila euro. Non è semplicemente credibile. Ma non solo non è credibile, non è serio. E non è serio ignorare questo aspetto.

Una situazione che è difficile economicamente almeno tanto quanto è difficile politicamente perché le spinte centrifughe tra noi sono fortissime; inutile nascondercelo o far finta che non sia così.

Ho inteso la mia segreteria, che ho preso con la piena consapevolezza delle difficoltà e dei miei limiti, come una possibilità di inizio di ricostruzione in una fase di transizione, in un momento che già lo scorso anno mostrava enormi problemi e prefigurava quelli di quest’anno; ho tentato di costruire un gruppo che potesse lavorare seguendo i tanti dossier sul campo e che potesse, pur nelle differenze e appunto nelle difficoltà date, essere collaborativo. Evidentemente questo obiettivo non è stato raggiunto, sicuramente per miei demeriti ma non solo per miei demeriti. Abbiamo dedicato molto, troppo tempo alla lotta interna, troppo poco alla lotta politica. Se qualcuno da fuori, esterno alla battaglia politica, dovesse osservarci e mettere a confronto da una parte la nostra ambizione di modificare il corso della storia nelle complessità politiche esterne che ho prima brevemente illustrato, e dall’altra il nostro continuo contrasto su praticamente tutto, direbbe semplicemente che non siamo per nulla adeguati. Ed è proprio così; inutile negarlo a noi stessi. Eppure, allo stesso tempo, abbiamo una capacità di analisi, di elaborazione, di riflessione, di passione, di impegno, di competenze probabilmente senza pari nel panorama della politica italiana.

Con l’obiettivo di tentare di invertire questa dinamica di sfilacciamento continuo ho voluto dedicare al nostro confronto interno un numero di ore di discussione come mai era accaduto. Non è bastato. Ho lanciato una commissione statuto 7 mesi fa, per riscrivere insieme le nostre regole, perché il nostro attuale statuto, dopo anni di modifiche e contro-modifiche, sono convinta sia da ripensare; ho sollecitato in ogni Comitato e praticamente in ogni riunione di Direzione tutti noi a discutere e produrre proposte. Ma siamo arrivati qui senza una linea, senza una proposta condivisa su se e su come andare avanti. Ognuno con le proprie convinzioni e seguendo il proprio percorso personale e non da gruppo dirigente che vuole portare avanti un Movimento.
Avendo, come dicevo, la mia segreteria l’obiettivo esattamente opposto, è evidente che si è trattato di una segreteria fallimentare.

Del resto, c’è chi mi ha definito la cosa peggiore mai capitata a Radicali italiani, essendo un’ottimista non la prendo come una cosa negativa perché vuol dire che le cose possono solo migliorare. Perciò se qualcuno pensa che l’ostacolo di Radicali italiani sia io, può vivere questo congresso in letizia e con speranza: io non mi ricandido. Tuttavia, penso che i nostri problemi siano assai più complessi e che sia una illusione figlia di ingenuità pensare di risolverli semplicemente cambiando le persone. Il lavoro da fare è appunto molto, molto più complesso.

Alcuni certamente, come già mi è stato detto, sottolineano che queste divisioni siano figlie delle divisioni che abbiamo avuto su +Europa. Ci verrò dopo.

Da Segretario di questo partito, che per me è il mio partito, mi assumo tutte le responsabilità ma voglio sottolineare che ho dedicato un anno a tentare in ogni modo di tenere a galla questa baracca, che, lo ripeto, è la mia e la nostra casa politica. L’ho fatto spesso quasi in solitudine; l’ho fatto con uno staff ridotto all’osso, senza nemmeno un ufficio stampa per molta parte dell’anno; l’ho fatto in un clima interno, mi verrà concesso, non certo favorevole, per usare un eufemismo.

Malgrado tutto io sono convinta che il nostro modo, il nostro metodo di fare politica sia unico; che sia unica la nostra capacità di dedizione e di impegno. Se non saremo capaci di ritrovare una via comune d’azione di una cosa sono certissima: non ci sarà nessuno che saprà lottare come noi, dopo di noi, per i diritti civili e la libertà di scelta, per i diritti umani come obiettivo universale, per le battaglie liberali e sulle libertà economiche e d’impresa, come fondamenti di un’unica visione politica che è riassunta nel nostro essere liberali, liberisti, libertari. La nostra responsabilità è enorme, non so se tutti noi ce ne rendiamo conto; la responsabilità di chi ha in mano qualcosa di prezioso che rischia più o meno consapevolmente di buttare via per sempre, in nome dell’incapacità di trovare un nuovo assetto e una nuova possibilità di stare insieme, di lottare insieme, di essere un gruppo coeso. Pur nelle differenze legittime di ciascuno di noi.

Tuttavia, nonostante le condizioni di estrema difficoltà, esterna e interna, che ho provato a delineare, questo non è stato un anno di disimpegno. Tutt’altro.

Parto dalla considerazione che troppo spesso, anche qui tra noi, si dibatte aspramente su mozioni e testi in fase congressuale per poi, presto, dimenticarne i contenuti e le priorità, quasi come se nei tre o quattro giorni della nostra assise annuale si esaurisse lo sforzo politico creativo e propositivo, quasi fosse un esercizio di stile e non la prima delle nostre iniziative politiche.

Io, per quel che ho potuto e per come ho potuto, ho tentato di mettere in pratica un percorso diverso. Sono innanzitutto partita da quanto abbiamo, insieme, deciso di fare; e ho provato a farlo.

Il lavoro di Radicali Italiani in questo 2019 è stato – come è regola del nostro Movimento – dettato dalla Mozione congressuale approvata lo scorso anno e dalle mozioni dei quattro Comitati. Rileggendo quei testi, in particolare la nostra mozione generale – sono certa che molti non ne ricordano i contenuti – troveremo un canovaccio di priorità di iniziative che ho tentato di seguire, ampliandolo quando possibile. Quella Mozione, che rivendico pienamente, contiene molte delle analisi politiche su quanto accade oggi in Italia, in Europa e nel mondo e individua, con precisione, responsabilità e possibili linee d’azione. Se l’approvassimo oggi, di nuovo, con poche modifiche, non faremmo a mio avviso cosa sbagliata. Lì dentro c’è un tentativo di aggiornamento dell’analisi radicale su quanto sta accadendo, sulle dinamiche internazionali che ormai da anni alcuni di noi descrivono e denunciano, sui rischi connessi dalla deriva nazionalista, populista e statalista, sulla priorità politica ancora più assoluta degli Stati Uniti d’Europa, e sulla necessità di utilizzare il metodo radicale per arginare questa frana che rischia di spazzare via i diritti civili, i diritti umani e la democrazia liberale, per quanto imperfetta, per come l’abbiamo concepita, conosciuta e coltivata.

Mi rendo conto, io per prima, di quanto, molto spesso, la nostra iniziativa sia stata inefficace, magari perfino velleitaria. Ma c’è stata; e a mio avviso non l’abbiamo sfruttata e alimentata come movimento politico nel modo che sarebbe stato necessario, per il Movimento stesso, per noi e per tutti.

Penso sia utile ripercorrere non tutto ma molto di quanto ho e abbiamo messo in campo, perché troppo spesso noi stessi non siamo capaci di valorizzare la nostra azione politica.

Voglio cominciare questo excursus dalle questioni legate alla Russia. Comincio da qui perché da questo palco e non solo, per anni, alcuni di noi – me compresa – hanno raccontato una realtà che anche al nostro interno non era conosciuta e riconosciuta. Oggi quella analisi mi pare sia divenuta patrimonio di ciascuno, anche per le vicende incredibili di questo ultimo anno, dove il legame tra Putin e la Lega di Salvini è emerso in modo lampante e inequivocabile.

Un legame che, come ho più volte ribadito in comunicati e interventi, si è manifestato da tempo. Noi radicali denunciammo il Caso Savoini e le sue farneticazioni nazionaliste quando venne proprio qui, a Torino, nel 2015, non considerati da nessuno, né dall’informazione, né dalla politica. Sempre noi, da due anni, chiediamo di fare luce sui mercenari filorussi italiani che combattono in Donbass: una rete di italiani legati alla destra estrema ma anche a Fratelli d’Italia, che sostiene con le armi l’invasione in Ucraina dei paramilitari russi.
Tutti temi che abbiamo ripreso, soprattutto in occasione della incredibile fuga di Matteo Salvini dal Parlamento per non rispondere della ipotesi di corruzione internazionale che comunque, sia accaduta o meno, non toglie il fatto che la Lega sia divenuta il grimaldello nelle mani della Russia putiniana per distruggere la democrazia e le democrazie europee. Non da sola però: un altro recente voto del Movimento 5Stelle al Parlamento europeo – quello che ha portato alla bocciatura della proposta di istituzione di una commissione sull’ingerenza e la disinformazione straniera – ha dato prova della propria vicinanza a Mosca, così come i contatti documentati tra lo stesso Movimento e Russia Unita, il partito di Putin. E anche questo l’abbiamo noi stessi denunciato per tempo.

Per questi motivi, quando Putin è venuto in visita in Italia, con Antonella Soldo, violando i divieti della Questura a manifestare, ci siamo presentate in piazza del Quirinale proprio per manifestare il nostro personale “benvenuto” allo zar.

Come sempre, come sappiamo molto bene, strage di diritto corrisponde a strage di popoli. I primi a subire il danno di quanto accade in Russia sono i cittadini russi. Per questo motivo sono più volte intervenuta per tentare di tenere acceso un lumicino sulle violazioni dei diritti umani in particolare in Cecenia, nostra antica battaglia. Abbiamo implorato il nostro Paese di non essere complice della azione antidemocratica e repressiva di Putin, in particolare rispetto alle persone omosessuali, chiedendo a più riprese di alzare il livello di guardia sulla strategia del Cremlino e sulle iniziative dei neofascisti filorussi. Su questo, va detto, abbiamo emesso silenzio e non abbiamo trovato ascolto nemmeno da chi dovrebbe essere a noi più vicino, come il Partito Democratico.

La questione Russia, come è ovvio, è indissolubile dalla questione Ucraina. A questo proposito, ci tengo a ringraziare quegli esponenti della comunità ucraina che hanno deciso di iscriversi a Radicali italiani, riconoscendoci il ruolo di affermatori dello Stato di diritto, anche per loro.
In ogni occasione possibile abbiamo ribadito che dentro i confini europei è in corso una guerra che è una guerra di aggressione che ha portato all’annessione illegale della Crimea e a decine di migliaia di morti in Donbass. Lo ripeterò in più occasioni, ma qui è evidente quanto non solo l’Europa politica manchi ma ha colpevolmente abbandonato l’Ucraina nel suo processo di avvicinamento all’Unione, lasciando al Cremlino una pericolosa egemonia nell’area.

Finisco questo primo punto con un breve approfondimento sulla nostra iniziativa rispetto al processo a Vitaly Markiv.
Perché penso sia importante occuparci di questo caso. Per tre ordini di motivi, anzi quattro.
È un caso che interessa la giustizia, evidentemente. È un caso che interessa l’informazione anzi, la disinformazione. È un caso che interessa la Russia. Ed è, infine, un caso che interessa il nostro modo di concepire la politica che è tutto tranne che conformista.
Ringrazio Olivier Dupuis per aver colto il mio interesse su questo caso e averlo visto come un simbolo, al punto da proporne una campagna portante per Radicali italiani.

Devo dire che alcuni tra noi hanno polemizzato per questa mia scelta e aggiungo, con rammarico, che in alcuni casi questa polemica è avvenuta per vie traverse e non direttamente.
Per chi non è informato – sui nostri canali ne abbiamo parlato abbastanza e abbiamo organizzato un appuntamento al Senato – si tratta del processo al cittadino italo-ucraino Vitaly Markiv accusato dell’uccisione, avvenuta nel maggio 2014 nel contesto della guerra nel Donbass, del fotoreporter italiano Andrea Rocchelli e del giornalista e attivista russo Andrei Mironov che in quel momento gli faceva da interprete. Markiv nel processo di primo grado è stato condannato a 24 anni (l’accusa ne chiedeva 17) senza attenuanti.

Questo caso ci riguarda da vicino perché la vittima meno nota in Italia, Andrei Mironov, è invece nota a noi radicali, essendo stato un compagno iscritto al Partito radicale e con cui abbiamo condiviso battaglie. Ed era noto ai servizi russi, era pedinato, era minacciato, aveva già subito un attentato.
Quel giorno aveva ricevuto una telefonata da qualcuno, non sappiamo da chi, che gli proponeva di raggiungere un posto interessante. Il posto dove hanno trovato la morte lui e Rocchelli.
Non dico che sia stato vittima, insieme a Rocchelli, di una trappola per farlo fuori. Peraltro, sarebbe in perfetto stile putiniano. Non lo dico perché non ne ho le prove. E questo è il punto. Un processo penale deve basarsi sulle prove.

Ecco, questo è diventato un processo politico. È diventato un processo a uno Stato, l’Ucraina, accusato di essere fascista e quindi colpevole insieme a tutti i suoi abitanti fascisti. E anche noi siamo stati accusati perché difendiamo “fanatici neonazisti”.

Vitaly Markiv era nella guardia nazionale ucraina, un carabiniere per intenderci. Gli ucraini difendevano un’antenna televisiva su una collina in una zona in quel momento in mano ai separatisti filorussi. Il comandante dei separatisti era un ex colonnello dei servizi segreti russi, tal Girkin, che è tra i principali sospettati dell’abbattimento, in quella zona aerea, luglio 2014, due mesi dopo i fatti che qui ci interessano, del volo Malaysia Airlines che provocò la morte di 298 persone, uno dei più gravi attentati terroristici per numero di vittime in Europa.
Quella era una zona in cui si combatteva, c’erano bombardamenti quotidiani.

Il fatto è che dalla collina dove stazionavano gli ucraini il punto in cui hanno trovato la morte i due giornalisti distava una distanza maggiore da quella coperta dalle armi che aveva in dotazione il reparto di Markiv, che non si sa nemmeno se quel giorno fosse effettivamente presente. E da quel punto era molto difficile individuare persone a quella distanza, 1,7 km, men che meno che quelle persone fossero giornalisti. Ma l’accusa ha sostenuto che Rocchelli e Mironov siano stati uccisi da Markiv proprio perché giornalisti. E peraltro nessuno, a parte la difesa, si è recato su quella collina per verificare la visuale con i propri occhi.

Le vittime si sono trovate nel mezzo di uno scontro a fuoco, trovandosi esattamente in un punto nelle mani dei separatisti. Le indagini, però, hanno interessato solo la parte ucraina escludendo qualsiasi tipo di inchiesta nella parte filorussa. Sono stati considerati elementi di prova addirittura articoli di Russia Today, notoriamente (non per la giuria però) propagatore della propaganda russa.

A Markiv si arriva perché parla italiano ed è per questo amico dei nostri giornalisti, ed è italo-ucraino e per questo può essere facilmente processato in Italia.

Le motivazioni della sentenza, pubblicate pochi giorni fa, sono letteralmente incredibili. Si scrive, testualmente, di una “guerra civile in atto dove gli insorti ucraini avevano conquistato la limitrofa collina”, confondendo aggressore e aggredito e riscrivendo così la storia, che in un altro passaggio assume toni paradossali:

«In quel periodo (nel 2014, ndr) la città di Sloviansk era occupata dai separatisti filorussi. A seguito, infatti, della dichiarazione di indipendenza da parte dell’Ucraina, si formarono fazioni pro-russe di resistenza al riconoscimento del governo ucraino.»

I giudici confondono le manifestazioni del Maidan del 2014 con l’indipendenza del 1991! Altro che verità processuale.

Questo è un processo viziato da un pregiudizio politico e inquinato dalla propaganda russa. E l’informazione ci ha messo del suo. Gli ucraini, quelli che andavano ad assistere alle udienze, sono stati descritti, dalla poca stampa che si è occupata del caso, come dei fiancheggiatori fascisti, se non nazisti; lo stesso imputato è stato dipinto come colpevole per il fatto di essere al servizio di un paese fascista se non nazista.

Lo diceva Gian Domenico Caiazza all’incontro che abbiamo organizzato in Senato quest’estate. A me non importa nulla delle idee dell’imputato, può anche esserlo un nazista, mi importa se sia colpevole del reato contestatogli, e mi importa che si possa dimostrare la sua colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio.
Personalmente, come avrete compreso, nutro molti dubbi su questo processo.

Ma un altro motivo per cui penso sia necessario continuare a occuparci del caso Markiv è anche per il clamore che ha suscitato, lo dicevo prima, al nostro interno e in ambienti a noi vicini. Nella ricerca della verità per la morte di Andrea Rocchelli si è cercato un paragone con un’altra atroce morte, quella di Giulio Regeni. I due casi però, come si è visto, non hanno nulla in comune.

Io non ho figli e posso solo provare a immaginare il dolore per la perdita di un figlio, o il dolore nel vedere un figlio condannato a 24 anni di reclusione. Ma il dolore non può farci perdere di vista la necessità di pretendere una giustizia giusta.

Sempre a proposito di giustizia, che avevamo individuato essere una delle priorità d’azione nella nostra mozione generale del 2018, ho iniziato il mio anno di segreteria con iniziative su questo tema e lo chiudo sempre in questo ambito. A novembre scorso abbiamo aderito alla iniziativa delle Camere penali per affermare l’idea liberale e costituzionale della giustizia; oggi siamo qui a ribadire che questo Parlamento, il Governo precedente, come quello attuale, con il ministro della Giustizia Bonafede, sempre lo stesso, hanno costruito le premesse per la completa distruzione dei diritti costituzionali degli indagati, con l’abolizione della prescrizione. Lo abbiamo denunciato nel nostro Dossier Stato di diritto e negli scorsi giorni abbiamo dato vita a una mobilitazione nonviolenta di sciopero della fame alla quale, oltre alla sottoscritta e a Silvio Viale e Patrizia De Grazia per cinque giorni, hanno partecipato 40 cittadini a staffetta per chiedere il ripristino della Costituzione e urlare il nostro NO al “fine processo mai”. Una iniziativa, la nostra, realizzata in affiancamento alla mobilitazione nazionale delle Camere penali, che ha visto anche il lancio di un appello che chiede al Parlamento di modificare quella riforma, che è peggio di una controriforma.

Lo abbiamo ribadito infinite volte in questi 18 anni di attività del nostro movimento: giustizialismo e invocazione continua di più carcere sono ingredienti deleteri mentre occorre una riforma complessiva e strutturale della giustizia italiana, a partire dalla separazione delle carriere dei magistrati e dalla abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale. Occorre, come ha dimostrato inequivocabilmente lo scandalo che ha colpito il CSM in questo ultimo anno, riportare alla luce la vecchia battaglia radicale sulla riforma del sistema elettorale del CSM, contro la partitocrazia della magistratura.

Collegato strettamente al dossier giustizia c’è il dossier carcere, un tema tabù per la politica, soprattutto di questi tempi. Eppure, siamo di fronte di nuovo a una crisi evidente, con i suicidi che aumentano, nel 2018 abbiamo raggiunto il record degli ultimi anni, e con il sovraffollamento che continua a crescere e le condizioni tanto dei detenuti quanto della polizia penitenziaria in costante peggioramento. In questo 2019 non abbiamo smesso di visitare le strutture, grazie innanzitutto ai compagni delle associazioni, in Toscana come in Lombardia, In Lazio come in Abruzzo, in Calabria come in Piemonte, in Campania come in Puglia e altrove. Una battaglia che ha portato i suoi frutti a Napoli con la nomina del garante comunale dei detenuti e che ha saputo portare un po’ di luce dentro le strutture e un po’ di informazione fuori. Una battaglia che prosegue ovunque a livello regionale e comunale, dove le nomine dei garanti dei detenuti non sono ancora state realizzate.
Un riconoscimento profondo, su questo, lo voglio dedicare alla battaglia tenace della famiglia Cucchi: un esempio per tutti di come sia difficile raggiungere la verità ma anche di come la ricerca della verità sia l’unico modo per ottenere giustizia.

Anche su questo non siamo certo davanti a una svolta, anzi. Come ricordava Saviano, sulla sicurezza come sull’immigrazione le risposte securitarie sono quelle vincenti, e oramai si invoca il carcere per qualsiasi cosa. Ora, non possiamo non dirci che un ministro della giustizia, sempre l’ineffabile Bonafede, che dice «il carcere è una svolta culturale», per noi è un’aberrazione. Un’aberrazione culturale, appunto.
Persino un magistrato come Gherardo Colombo oggi dice, a proposito dell’ergastolo ostativo (tra parentesi, era ora!), «Il carcere non risolve, dopo anni mi sono ricreduto», e si dice persino favorevole alla legalizzazione delle droghe “cosiddette leggere”. Tutto può succedere.

I temi della giustizia sono uno dei capitoli rilevanti del nostro Dossier sullo Stato di diritto, che ha rappresentato il cardine sul quale avremmo dovuto costruire assai di più di quanto abbiamo fatto. Certo, poteva essere fatto meglio, poteva essere più dettagliato, più corposo, più elaborato, ma questa è stata a mio avviso la più grande occasione persa da questo gruppo dirigente. I 14 mesi del Governo Conte 1 e le prime settimane del Governo Conte 2 hanno rappresentato l’attacco più grave al nostro sistema democratico dal dopoguerra a oggi. Un attacco più insidioso perché costruito dall’interno delle Istituzioni al quale avremmo dovuto rispondere con maggiore impegno e maggiore determinazione. Il 1° giugno scorso abbiamo reso pubblico il nostro documento, scritto a più mani (ringrazio tutti coloro che ci hanno lavorato). Un documento che certifica, passo per passo, provvedimento per provvedimento, dichiarazione per dichiarazione, proposta per proposta, “Le violazioni di un anno di Governo Conte”. Violazioni di una gravità inaudita perpetrate e realizzate da Lega e Movimento 5Stelle fino all’apoteosi della richiesta di Pieni poteri del Ministro Salvini e, aggiungo, al voto per la diminuzione del numero dei parlamentari per risparmiare denaro. Contro questa deriva sfascista abbiamo manifestato a Milano come a Torino, leggendo gli articoli della nostra costituzione in Piazza, abbiamo organizzato in alcune città il “Ferragosto per lo Stato di diritto”, partecipato e animato convegni, ricordo quello recente promosso dall’ALDE al quale sono intervenuta, fino alla importante iniziativa di apertura del nostro congresso con Emma, Maurizio Molinari e Fabrizio Cassella. Non entro nel merito delle violazioni, le potete leggere e, soprattutto potete farle conoscere diffondendo il nostro documento ad altri perché questo è purtroppo quasi l’unico modo che abbiamo per comunicare con l’esterno.

Il nostro sistema dell’informazione oggi più che mai è malato e complice delle derive politiche che vediamo. Certo, c’è l’effetto della propaganda e dell’uso dei social sul quale ci siamo concentrati e confrontati positivamente durante il recente seminario, ma c’è anche un utilizzo violento dell’informazione di regime, della RAI di regime che mai come ora alimenta odio e paure e costruisce basi fertili per il successo elettorale dei partiti nazionalisti, populisti e demagogici. Una informazione truffaldina che abbiamo denunciato a livello nazionale e che, anche a livello regionale, non è da meno. Ringrazio per questo i compagni di Perugia per le loro recenti segnalazioni all’Agcom, al Corecom e alla RAI regionale per ottenere una corretta informazione in occasione delle elezioni in Umbria.

Sul tema scottante e difficilissimo della gestione e governo dei social media abbiamo presentato al recente congresso dell’ALDE una mozione promossa da Leone Barilli che è stata accolta. E sempre Leone relazionerà domani sulla Commissione online Diritti digitali. Chiudo il capitolo triste dell’informazione con un ricordo altrettanto triste: la perdita di Massimo Bordin, un gigante capace di illuminare con il suo sguardo lucido e la sua voce roca le vicende della politica italiana. Per Massimo e per Radio Radicale abbiamo, in tante parti d’Italia, dato vita a manifestazioni, presidi, azioni nonviolente, sdraiandoci per terra, urlando nei megafoni, per far sì che non si spegnessero i microfoni di un servizio che più pubblico non si può.

Vengo ora al corposo dossier migranti che è, come detto, indissolubilmente legato al capitolo informazione. Tra gli impegni della scorsa mozione ricorderete quello di raggiungere l’obiettivo di firme sulla ICE Welcoming Europe: siamo arrivati al Congresso di Roma di un anno fa con 27.000 firme raccolte, abbiamo chiuso la campagna a febbraio con 65.000 firme, 10.000 in più di quelle richieste all’Italia. Quindi un grazie a chi si è impegnato, un ottimo risultato che però non ha portato alla presentazione dell’iniziativa popolare perché non è stato raggiunto, in tutta Europa, l’obiettivo minimo di 1 milione di firme.

Sul capitolo migranti si potrebbe dedicare l’intera relazione perché rappresenta in un certo senso la metafora dei nostri tempi. Mi limiterò a ricordare l’essenziale: abbiamo chiesto l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sui naufràgi nel Mediterraneo e sulle attività della Guardia costiera libica; abbiamo attivato la mobilitazione di alcuni sindaci per salvare lo SPRAR dalla scure dei decreti sicurezza; siamo riusciti, grazie innanzitutto a Riccardo, a far partire l’esame della nostra proposta di legge popolare “Ero Straniero” nella Commissione Affari Costituzionali della Camera lo scorso 7 aprile mentre il Ministro Salvini continuava a mentire sui morti in mare; abbiamo realizzato incontri e dibattiti, ricordo tra tutti quello, di altissimo livello, in Parlamento a febbraio “Siamo noi l’Europa che accoglie”, e per l’enorme lavoro su Ero Straniero e Welcoming Europe ci tengo a ringraziare moltissimo Vitaliana. E poi le azioni durante i vari sequestri di naufraghi perpetrati dal trio Salvini, Trenta, Toninelli: mentre Riccardo Magi saliva sulle navi costringendo l’informazione a fornire notizie vere sulla drammatica situazione a bordo come nel caso incredibile della Diciotti e della Sea Watch e di Carola Rakete, mentre Igor Boni, più volte e con numerosi compagni radicali (cito tra tutti Arcangelo Macedonio e Marco Maria Freddi) digiunava per giorni per chiedere il ripristino del diritto internazionale.
Abbiamo contrastato con ogni mezzo la narrazione falsa e criminale contro le ONG. E oggi, con il nuovo Governo, abbiamo proseguito a incalzare il neo-ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e l’intero esecutivo per la cancellazione dei decreti sicurezza e per cancellare gli accordi vergognosi dei nostri governi con le bande criminali libiche. Non ce l’abbiamo fatta.
Dato che siamo in Piemonte ci tengo anche a ricordare le azioni giudiziarie messe in atto in questa regione dall’Associazione Aglietta, volte a cancellare delibere palesemente razziste di alcuni comuni come quello di San Germano Vercellese, dove pende un nostro ricorso al TAR che vedrà la prima udienza tra circa due settimane.

Un ultimo accenno a questo tema lo dedico al Partito Democratico, al quale più volte mi sono rivolta con comunicati stampa e contatti diretti, per chiedere un appoggio sostanziale al nostro progetto “Ero straniero” e per impostare iniziative comuni per prendere finalmente una via legislativa di ragionevolezza che cancelli la legge Bossi/Fini e i decreti sicurezza e riprenda il filo del necessario governo di questo fenomeno, tutt’altro che emergenziale, che ci accompagnerà per decenni. Le risposte, va detto, non sono arrivate.

Collegato in modo indissolubile alla vicenda dei migranti ci sono i nostri rapporti con la Libia. Anche qui, come già detto, è lampante la necessità di un approccio europeo che manca, l’ho ribadito più volte con comunicati stampa, soprattutto in occasione della conferenza di Palermo organizzata dal nostro Governo Conte 1 che, presentata come un successo, si è dimostrata essere un fallimento totale. Francia e Italia si sfidano a chi ha più influenza in quel paese, nei fatti peggiorando la situazione e contribuendo così alla condanna alle torture, alla violenza o persino alla morte migliaia di persone recluse in veri e propri lager. La guerra civile che è scoppiata, latente da tempo, è anche figlia del credito e del sostegno del Governo italiano a bande criminali locali con le quali abbiamo fatto accordi dall’era Minniti in poi. Accordi che proseguono tutt’oggi, dopo che l’era Salvini è, per ora, terminata. Anche per questo, domani indosseremo la fascia a lutto.

Abbiamo denunciato in Parlamento (con Riccardo ed Emma) e fuori dal Palazzo, la vergogna del regalo italiano alla Libia di motovedette per fermare il flusso di migranti, le stesse motovedette che sono utilizzate per azioni di guerra interna alla Libia o per sequestrare pescherecci italiani, come accaduto. Il controllo dei migranti che partono dai porti libici può e deve avvenire solo con la creazione di corridoi europei di ingresso, che fermino il massacro; lo abbiamo sostenuto da sempre e per questo ci siamo uniti alla Comunità di Sant’Egidio che lo ha proposto insieme a noi.

E dato che parlare di Libia significa trattare della violazione dei diritti umani voglio ricordare i tentativi che ho fatto, questi certo di pura testimonianza – ne sono consapevole – per dare voce e attirare l’attenzione dei media e della politica su alcune situazioni che, di nuovo, necessiterebbero di un intervento europeo e dell’intervento di quella giustizia internazionale che tanto, da Radicali, abbiamo fatto per conquistare.

Parlo ad esempio della grave crisi in atto ormai da anni in Venezuela dove il dittatore Maduro affama e uccide il proprio popolo, un regime che prosegue quello chavista e che da tanta parte della sinistra europea è stato sostenuto per anni.

Parlo delle violazioni dei diritti umani in Iran, delle condanne a morte. Su questo dossier ho provato a sollevare la questione della morte, del suicidio in piazza con il fuoco, di Sahar Khodayari, condannata per avere osato andare allo stadio a vedere una partita della sua squadra del cuore. Il nostro Governo con il Ministro degli Esteri ovviamente non ha avuto nulla da dire.

Parlo delle prese di posizione che abbiamo prodotto sulla condanna in Egitto di Amal Fathy ennesima farsa giudiziaria di un Paese che ha peggiorato costantemente i suoi standard sui diritti.

Parlo del nostro reiterato sostegno ai manifestanti democratici di Hong Kong per i quali abbiamo organizzato, proprio qui a Torino, una manifestazione con gli ombrelli, quegli stessi ombrelli simbolo della nonviolenza nelle strade di Hong Kong invase da centinaia di migliaia di ragazzi.

Parlo dell’assenza assoluta della questione diritti umani nel dibattito sulla via della seta e sul rapporto commerciale e politico con la Cina (questione su cui Gionny D’Anna ha organizzato un incontro nella nostra sede di Roma). La Cina che è direttamente responsabile delle violenze contro i manifestanti di Hong Kong come della storica repressione degli uiguri e dei tibetani.

Parlo del buco nero della Corea del Nord dove abbiamo sollevato l’incredibile caso della sparizione della figlia 17enne di un ex-ambasciatore nordcoreano nel quale paiono coinvolti apparati dello Stato italiano.

Oggi, tutte queste crisi sono per lo più dimenticate da una politica italiana chiusa a guardare il proprio ombelico e, mi pare, spesso dimenticate anche da molti di noi.

L’ultimo aspetto che voglio affrontare in tema di violazione dei diritti umani è quello della Siria. Su questo, alcuni tra noi da molti anni lottano per riuscire a far comprendere come su quel territorio si stia svolgendo una sorta di guerra mondiale in miniatura. Un territorio dove sono cadute le bombe del regime di Assad, dei russi, degli americani, dei francesi e ora quelle del macellaio Erdogan. Un territorio massacrato dove mezzo milione di morti, la distruzione totale di alcune città e milioni di profughi sono il risultato. Oggi su questo tema c’è finalmente attenzione per l’emozione che ha suscitato l’attacco folle che il popolo curdo sta subendo dopo aver aiutato l’Occidente a contenere i terroristi fondamentalisti.
Eppure, ci abbiamo provato in ogni modo a creare una mobilitazione, raccogliendo migliaia di firme per chiedere l’intervento della Corte Penale Internazionale tramite il Consiglio di sicurezza dell’ONU con un appello che reiteriamo oggi come unica via per colpire i criminali come Assad ed Erdogan.
Abbiamo denunciato da subito il massacro di una delle principali leader democratiche curde, Hevrin Khalaf e abbiamo animato e partecipato – a Roma, Milano, Firenze, Torino e altrove – a manifestazioni contro l’invasione turca della Siria. Abbiamo condannato il ritiro dei soldati americani un anno prima che avvenisse, dicendo che sarebbe stato premessa di un massacro. Con studiosi e ricercatori, con esuli siriani, abbiamo organizzato a Roma, nella nostra sede, un confronto/dibattito per approfondire lo stato delle cose e le possibili vie d’uscita.

In questo 2019 è avvenuta, dopo molto, troppo tempo, la condanna per crimini di guerra e contro l’umanità di Karadzic, uno dei principali responsabili dei massacri in ex Jugoslavia. Sarebbe bello che questa condanna fosse di monito per i tanti Karadzic di oggi che si chiamano appunto: Assad, Maduro ed Erdogan.

Mentre accade tutto questo e molto altro di cui non ci siamo colpevolmente occupati, la Commissione diritti umani del Senato è presieduta dalla leghista Stefania Pucciarelli. Non dico altro.

Prima di passare a questioni di politica più interne al nostro Paese, voglio ancora sottolineare le nostre iniziative per gli Stati Uniti d’Europa. Lo scorso 25 aprile, Festa della Liberazione italiana, lo abbiamo dedicato appunto a questo, partecipando alle commemorazioni in alcune città con “Un 25 aprile per gli Stati Uniti d’Europa”. Un’Europa che, come detto, in questo 2019 vacilla e ha vacillato come non mai.

Vengo ora a questioni più italiane. Il 2019 è stato certamente un anno in cui sui diritti civili ci siamo fatti sentire, anche perché dal governo giallo-verde sono arrivati attacchi senza precedenti.

Ricorderete il progetto di legge Pillon. Un condensato di paternalismo da stato etico che abbiamo contrastato dentro e fuori dal Palazzo. In particolare, il nostro Comitato di Verona, calendarizzato proprio in concomitanza con il Congresso mondiale delle famiglie come iniziativa politica per rivendicare, per tutti, la libertà di scelta in ogni orientamento sessuale e la parità dei diritti tra le coppie; uno splendido momento di mobilitazione contro i nuovi oscurantisti, rappresentati dalla rete internazionale russo-cristiana di cui, sempre grazie alla trasmissione Report, adesso si è accorta anche l’altra politica.

Il 2019 è stato anche l’anno dell’iniziativa lanciata dai radicali milanesi “Aborto al sicuro” con migliaia di firme raccolte in Lombardia e l’esportazione in altre regioni dell’iniziativa; il tutto mentre il Governo, come i precedenti d’altronde, dimenticava di produrre la relazione sulla 194 come previsto per legge, con Emma che con propria interrogazione li ha sollecitati al compimento del loro dovere istituzionale.

Un anno nel quale abbiamo provato a rilanciare sui temi delle adozioni monogenitoriali e di quelle delle coppie omosessuali; un anno che ha visto i successi delle iniziative giudiziarie intraprese da Giulia Crivellini e Leonardo Monaco sulla prostituzione; e abbiamo partecipato al primo Pride di Sarajevo.

E poi le questioni sul fine vita con il grande successo conquistato da Marco Cappato, da Mina Welby, da Filomena Gallo e da tutta l’Associazione Luca Coscioni con la sentenza della Corte Costituzionale e, di recente, con la promessa dell’attuale ministro Speranza che, messo in un angolo da una interrogazione di Riccardo, ha annunciato entro dicembre la pubblicazione dei decreti attuativi sul biotestamento. Su questo tema, più volte, abbiamo prodotto comunicati e interventi pubblici di sollecito al Parlamento alla discussione del progetto di legge di iniziativa popolare sulla legalizzazione dell’eutanasia. Tema questo che era nella nostra mozione passata e che deve essere priorità presente e futura.

E poi le nostre continue incursioni antiproibizioniste con la nostra campagna WeeDo per la legalizzazione della Cannabis. La settimana scorsa abbiamo consegnato 25.000 firme al Presidente della Camera Fico, per chiedere la discussione parlamentare sul nostro progetto di legge di iniziativa popolare. Una campagna che, lo ricorderete, è partita con un maxispinello portato a più mani sotto Montecitorio.
Abbiamo lottato e siamo intervenuti contro la sentenza della Corte di Cassazione che colpisce migliaia di imprenditori che vendono Cannabis legale e abbiamo proseguito la nostra lotta per la diffusione della Cannabis terapeutica, con le iniziative regionali dei nostri consiglieri Capriccioli e Usuelli, in Lazio e Lombardia, che seguono l’approvazione della legge piemontese conquistata tre anni fa. Sulla droga, di nuovo, si gioca uno scontro tra i demagoghi che cercano di lucrare facile consenso contro chi, come noi, chiede il governo del fenomeno: è per questo che ci siamo opposti ai blitz nelle scuole per sequestrare lo 0,01% del totale di Cannabis da parte delle forze dell’ordine; per questo abbiamo organizzato in giro per l’Italia feste antiproibizioniste; per questo abbiamo chiesto l’unione delle forze antiproibizioniste contro la propaganda dell’ex-ministro Fontana e del sempre pessimo Matteo Salvini, che ha più volte lanciato una vera e propria guerra ai consumatori e non alla criminalità che vive della droga proibita.
Lo ribadiamo di nuovo: occorre subito convocare una conferenza nazionale sulle droghe che parta dai dati e tragga le conclusioni necessarie di un cambio radicale di politica. Il proibizionismo ha fallito, è un fatto incontrovertibile. Vale per la Cannabis come per tutte le droghe.

Per conquistare ragionevolezza nelle scelte e abbandonare i cori da stadio che si levano nel nostro Paese su ogni argomento, occorre sempre un approccio laico alla politica. La rivendicazione della necessità di tenere ben alzata la bandiera della laicità è qualcosa che dovremmo riprendere con maggiore forza, a mio avviso. Un tema che abbiamo tenuto vivo, proprio in quest’anno, 90° anniversario dei Patti Lateranensi, con le nostre iniziative e i nostri interventi contro la presenza dei simboli religiosi nelle scuole, esemplare il caso sollevato da noi a Ferrara, o con la rievocazione del 20 settembre qui Torino, all’obelisco che ricorda le leggi anticlericali di Siccardi, insieme all’inossidabile Bruno Segre, il partigiano Bruno Segre, che con i suoi 101 anni è stato a lungo nostro compagno di lotta ed è nuovamente al nostro fianco e interverrà in questi giorni.
Clamorosa è stata la scoperta che abbiamo fatto in merito al corso sull’esorcismo promosso dal Ministero dell’Istruzione, roba che nemmeno Lercio oserebbe immaginare; corso che ovviamente abbiamo contestato pubblicamente.
Anche su questi temi l’Europa ci ha dato una mano: la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che il Governo italiano dovrà recuperare l’ICI non versata dalla Chiesa cattolica (quante battaglie su questo nel passato di Radicali Italiani!). Il passo successivo che chiediamo da anni è la modifica della legge truffa dell’8×1000 che mette in tasca alla Chiesa Cattolica circa 600 milioni di euro/anno, derivanti da chi non attua alcuna scelta. In tema di finanza pubblica dovrebbe, questo, essere argomento di interesse mentre pare di nuovo vincere il baciapilismo di regime.

Proprio sui temi economici abbiamo – con Mario Pietrunti, che domani relazionerà sulla Commissione online, e Marco De Andreis tra gli altri – provato a ribadire la follia tutta italiana di proseguire nella favola delle inaccettabili promesse di tagli delle tasse senza coperture e nella promessa di distribuzione di denaro o di favori a questa o quella categoria. Il Governo precedente, ma anche quello attuale, pare non avere interesse a guardare al carico di debito sulle spalle delle generazioni future ma mira solo al consenso immediato.
Quota 100 e reddito di cittadinanza sono esemplari: si preferisce dare soldi a pioggia piuttosto che ragionare di investimenti che sono il futuro del Paese. L’approccio liberale in economia pare essere completamente dimenticato: vale in modo clamoroso per la vicenda Alitalia come per quella di Autostrade dove il Governo Conte 1 ha calpestato trasparenza, diritto e concorrenza.
Approccio liberale che è quello che ha conquistato per Roma e i romani la possibilità di cambiare le cose con il Referendum ATAC che si è svolto poco dopo la fine del nostro ultimo Congresso; una iniziativa che ci ha coinvolti tutti, come movimento, dove tuttavia l’azione di ostracismo della Giunta Raggi ha impedito di raggiungere il risultato. Va dato atto a Radicali Roma di avere fatto il massimo per conquistare per tutti una possibilità di riforma contro la rassegnazione. Lo abbiamo scritto e lo abbiamo detto. Questi sono moralisti senza moralità che mentre ripetono in coro “Onestà!” approvano una modifica al codice degli appalti che favorisce la corruzione.

Mi dispiace di non essere riuscita a valorizzare come avrei voluto e dovuto le nostre proposte sulla riforma del welfare contro manovre economiche che ci rendono più poveri. Ho prodotto comunicati stampa sul tema ma certo questo non basta. In un Paese dove in nome della sicurezza si distruggono 15.000 posti di lavoro e si favorisce l’affondamento economico del Paese impedendo la regolarizzazione degli stranieri, non basta ottenere qualche lancio di agenzia ma serve una mobilitazione politica che per ora non siamo riusciti a costruire.

Un successo invece lo abbiamo ottenuto con le nostre incursioni per il rispetto della legalità. Fra tutte le iniziative voglio ricordare quelle di Laura Di Napoli e Giulio Manfredi che con azioni popolari hanno costretto alle dimissioni, per la patente incompatibilità, il Sindaco di Cagliari Paolo Truzzu da Consigliere regionale e il Governatore della Sardegna Christian Solinas da Senatore.

Un ulteriore punto che era presente nella nostra mozione del 2018 era quello relativo alla necessità di riprendere le iniziative per la riforma elettorale uninominale e maggioritaria. Su questo, oltre ad avere in più occasioni ribadito l’insensatezza della attuale legge – sfido chiunque, anche qui dentro dove mastichiamo abbastanza di queste cose, a spiegarne in un minuto il funzionamento. Impossibile, perché anche allo stesso Rosato dovemmo spiegare alcuni passaggi. Bene, questa è la spia di una legge che non funziona – e oggi, dicevo, abbiamo una legge che di fatto sancisce l’impossibilità di parità di accesso a tutti i partiti tranne i 5 che hanno gruppi alla Camera e Senato; impossibilità data anche dal sistema medievale di raccolta firme; lo dico agli amici del PD e ai 5Stelle, non bisogna essere dei rivoluzionari per fare un salto in avanti almeno su questo, avete anche a disposizione la nostra legge +Democrazia +sovranità del cittadino depositata da Magi.
Ho provato a rilanciare il tema della legge elettorale in occasione della crisi di Governo, ribadendo la priorità di mettere mano a una riforma che andasse in senso uninominale e maggioritario per evitare di ripiombare in un sistema proporzionalistico che ci riporterebbe dritti dritti nel regno della partitocrazia.
Il paradosso tutto italiano della politica vuole che proprio la Lega abbia “costretto” molti consigli regionali a promuovere un referendum che, con un complesso taglia e cuci, produrrebbe un risultato maggioritario. Referendum che ovviamente sarà sottoposto alla mannaia della Corte Costituzionale. Al di là della evidente strumentalità dell’azione leghista, se mai si dovesse arrivare a votare quel referendum, io non avrei alcun dubbio su quale sarebbe il mio voto e penso che dovremmo noi farci di nuovo promotori di una Lega per l’uninominale.

Il 2019 sarà ricordato come l’anno di Greta; l’anno nel quale la consapevolezza sui rischi ambientali è cresciuta enormemente. L’avevamo stabilito nella nostra mozione e l’abbiamo fatto. Sull’ambiente stiamo ricostruendo un percorso di lotte laiche e liberali, lontano anni luce dagli scontri ideologici che di nuovo si sono accesi. In occasione dei seminari delle associazioni e di Radicali Italiani abbiamo preparato un corposo “Dossier Ambiente” – di cui ringrazio Igor Boni e gli altri compagni che ci hanno lavorato – che contiene numerosi spunti per iniziative concrete regionali, nazionali o europee che possono contrastare gli effetti del cambiamento climatico in atto. Spunti che ovviamente contengono la nostra storica battaglia sulla carbon tax. Un dossier che è anche alla base della nostra Commissione on-line e che spero possa produrre spunti di iniziativa politica.

Durante questo anno radicale ci siamo occupati di rifiuti, grazie innanzitutto allo studio e alla proposta di Massimiliano Iervolino per Roma e non solo, denunciando i continui NO del Ministro all’ambiente Costa1 e Costa2 e di Di Maio agli inceneritori, in una sorta di scontro interno tutto ideologico.
La campagna “Ripuliamo Roma” di Radicali Roma, che ha l’ambizioso obiettivo di riscrivere il piano industriale di AMA con delibera popolare, ha raggiunto le 4000 firme raccolte; un bel successo.

Abbiamo ribadito, sempre sulla gestione del ciclo dei rifiuti, la richiesta di intervento del Ministro in Campania per arginare sanzioni mentre la Relazione della Commissione Europea confermava le nostre denunce sulle inadempienze. Abbiamo ribadito la necessità dell’approccio scientifico che, se non seguito, può causare danni irreparabili come nel caso della Xilella in Puglia.
Durante l’emergenza incendi di luglio-agosto in Amazzonia, abbiamo richiesto l’intervento della Corte penale internazionale per indagare il Presidente del Brasile Bolsonaro per crimini contro l’ambiente.
Abbiamo, infine, in un incontro pubblico realizzato nella nostra sede romana con Rosa Filippini degli Amici della Terra, sollecitato il Parlamento a produrre una normativa sulla protezione del suolo che è una delle attuali frontiere delle lotte ambientaliste; lotta che abbiamo anche portato al Congresso dell’ALDE con una mozione che chiede il sostegno alla emanazione di una direttiva europea in tal senso; mozione che purtroppo non è stata accolta.

Strettamente collegato ai temi ambientali ci sono state le molte iniziative e prese di posizione sulla TAV Torino-Lione, animate in particolare dal gruppo torinese. Da qui, da molti anni, si ribadiscono le ragioni del Sì, soprattutto legate proprio alle conseguenze positive che si avrebbero per l’ambiente con la diminuzione delle emissioni inquinanti e delle polveri sottili prodotti attualmente dal trasporto su gomma.
Abbiamo proposto iniziative popolari, l’indizione di referendum cittadini, metropolitani e regionali, sempre respinti innanzitutto dai 5Stelle, che solo a parole han fatto della partecipazione popolare un loro cavallo di battaglia. E poi, dopo l’incredibile e strumentale analisi costi/benefici promossa da Toninelli, abbiamo sollecitato un voto in Parlamento, voto che nei fatti è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, facendo cadere il Governo Lega/5Stelle. Infine, durante la campagna elettorale con i nostri candidati radicali di +Europa e con Riccardo Magi abbiamo visitato il cantiere di Chiomonte, verificando di persona l’avanzamento dei lavori. Su questo voglio infine ringraziare Simone Sapienza per aver organizzato nella nostra sede romana un incontro molto partecipato al quale è intervenuto il Commissario straordinario per la TAV Paolo Foietta.

Vado verso la conclusione di questo lunghissimo excursus che ritengo però assai importante, innanzitutto per dare al Congresso gli strumenti, anche di consapevolezza, di cosa siamo e cosa facciamo.
Non c’è dubbio che le vicende della crisi di governo siano state per noi grande fonte di divisione. Nelle nostre riunioni si sono palesate visioni differenti, spesso inconciliabili. Malgrado questo siamo riusciti a produrre un appello ai parlamentari per una nuova maggioranza che potesse avere la forza di impedire la svolta autoritaria e abbiamo rilanciato la discussione sui nostri progetti di legge di iniziativa popolare su eutanasia, cannabis e migranti.

È stato, quello che va a chiudersi, probabilmente l’anno con il maggior numero di ore dedicate a discutere e a confrontarci. Oltre al congresso e comitati, circa 30 riunioni di direzione e varie altre, come quelle sullo statuto. Molto spesso non abbiamo sfruttato queste occasioni come avremmo dovuto mentre non c’è dubbio, come già detto, che i nostri seminari di settembre hanno dimostrato a ciascuno di noi il potenziale che rappresentiamo.

È proseguito il nostro rapporto con l’ALDE che ci consente di stringere rapporti con le realtà politiche liberali nel resto d’Europa – pensiamo ai contatti di Antonella, anche quando abbiamo verificato le possibilità di tenere il Congresso a Budapest come ci invitava a tentare di fare la Mozione – e ha prodotto tra l’altro la possibilità di ripetere con grande successo il Radical Lab dove una ventina di ragazzi hanno potuto seguire lezioni ed esempi di radicalismo che penso possano essere d’aiuto a ciascuno di loro per divenire nuova classe dirigente.

Credo, per concludere questa lunga disamina, che la parola chiave che dobbiamo riconquistare come centrale e imprescindibile, dentro e fuori di noi, sia “dialogo”. Ci abbiamo provato anche su questo con le iniziative lanciate da Antonella con, appunto, i “Dialoghi” che abbiamo tenuto a Firenze, Bologna, Verona, Palermo. Iniziative da riprendere e rilanciare per il futuro.

Questo è un elenco, forse un po’ didascalico, nemmeno esaustivo (perché ho certamente e colpevolmente dimenticato altro) delle cose fatte o tentate in questo 2019; naturalmente molto altro avremmo potuto fare o tentare, ma sapendo le condizioni in cui abbiamo lavorato in quest’anno, posso dire che non avrei immaginato di mettere in fila tante cose.

La mia è stata una segreteria non facile. Per tutti i motivi che ho detto, esterni e interni. Sono stata anche giustamente contestata, anzi più che contestata, in particolare per aver voluto continuare a portare avanti il progetto +Europa.
Su +Europa non dirò moltissimo. Abbiamo dedicato ore e ore di dibattito interno e, fatemelo dire, troppo di dibattito social; ognuno ha la sua idea e io potrei oggi ripetere quello che vado dicendo e facendo da ormai quasi due anni, peraltro seguendo puntualmente le nostre Mozioni.
Ma prendo come spunto un pezzo del lunghissimo messaggio con cui Alessandro Fusacchia ha comunicato la sua uscita da +Europa.

Un inciso su Alessandro. Noi, io con voi, abbiamo conosciuto Alessandro Fusacchia a un congresso di Radicali italiani, due anni fa, quando ha costituito l’associazione radicale Movimenta. Che io credo sia stato un ottimo esperimento. E a conti fatti anche un ottimo investimento, ovviamente a seconda dei punti di vista…
Alle elezioni politiche Alessandro Fusacchia è stato candidato nel collegio estero europeo, ha fatto obiettivamente un buon lavoro, ed è stato eletto. Lui ha sostenuto che io lo abbia voluto esiliare all’estero… ora, io al posto suo non mi lamenterei e ringrazierei pure.
A me spiace, però, che Alessandro sia andato via così, lasciando l’impressione di aver investito solo su se stesso e non sul progetto che diceva di voler costruire con noi. Anche lui, come altri nella nostra storia, ha preso il pullman radicale solo per il tempo che gli occorreva.

Dunque, scrive Alessandro: «Poi abbiamo allontanato i radicali. C’è rimasta qualche eccezione, per carità. Ma il blocco radicale non c’è più. Tecnicamente non li abbiamo allontanati noi, se ne sono andati loro. Ma certe favole te le puoi raccontare una volta, forse due, i più ostinati riescono al massimo ad arrivare a tre.»

Ora, l’eccezione, sempre per carità, sarebbe Emma Bonino, sempre che venga considerata ancora radicale, l’eccezione sarebbe la sottoscritta, sempre che venga considerata radicale da Alessandro Fusacchia, sarebbero Gianfranco Spadaccia, Lorenzo Strik Lievers, Valerio Federico, Michele Governatori, Alessandro Massari, Simona Viola, Arcangelo Macedonio, Yuri Guaiana, Marco Taradash, Igor Boni per non dire dei nostri militanti e iscritti che continuano ad animare gruppi, per non dire degli eletti di +Europa Riccardo Magi, Michele Usuelli e Alessandro Capriccioli.
Certo, possiamo non essere e non esserci simpatici, non andare d’accordo, avere idee diverse, ma sostenere che siamo delle “eccezioni” fa francamente ridere. Perciò, quando Fusacchia parla di favole che si raccontano, probabilmente si riferisce a quella che racconta anche lui. Ai radicali che non ci sono più.

È però un rischio. Anche il raccontare queste favole è un rischio perché una cosa non vera quando la racconti molte volte rischia di diventare credibile. E dico che è un rischio perché +Europa per essere all’altezza delle proprie ambizioni, essere quello che noi abbiamo contribuito a costruire, deve essere necessariamente +Radicale.
+Europa senza i radicali semplicemente sarebbe più povera e, me lo consentano gli amici di +Europa, non funzionerebbe.

La domanda per molti di noi però è se è arrivato il momento per i radicali di fare a meno di +Europa. Io sono convinta che +E non sia stato solo un mezzo elettorale per noi. Io sono convinta dell’intuizione che abbiamo avuto e del progetto che abbiamo incardinato e sono convinta che non si è esaurito.
Lo ha detto anche Mario Draghi lasciando la BCE. Occorre più Europa, non meno Europa. Ed è sempre più vero. La spinta sulla maggiore integrazione europea, per arrivare agli Stati Uniti d’Europa che non sono un sogno ma una necessità, è sempre più indispensabile. A maggior ragione oggi quando ci sono invece spinte che vanno nelle direzioni opposte. Ma senza l’Europa noi oggi, l’Italia oggi dove sarebbe? E abbiamo comunque il debito pubblico che abbiamo. Ma sull’ambiente, sui diritti, sulla giustizia, sull’economia, sulle infrastrutture, sulle comunicazioni, sulle libertà, su tutto occorre più Europa e per questo abbiamo fatto bene a fare +Europa e faremmo male a lasciarla andare.
Certo, la costruzione in soggetto partitico non è stata facile, tutt’altro, e il congresso di fondazione ha lasciato un solco profondo. Ma quando si lascia uno spazio, qualcun altro lo riempie, e magari non ci piace come lo riempie, ma certo non possiamo poi lamentarci per come l’ha riempito. Chi ha abbandonato il progetto è spesso chi più si accanisce a parlare di quanto vanno male le cose. Per me questa è una contraddizione.

Carlo Calenda interverrà da questo palco, sappiamo che vorrebbe costruire qualcosa con +Europa. Ben venga, su molte cose siamo in perfetta sintonia, anche sulla giustizia, la settimana scorsa ha firmato convintamente il nostro appello radicale contro l’abolizione della prescrizione, ma su altre cose c’è una distanza, e su altre ancora non saprei nemmeno. Quindi, ripeto, ben venga un allargamento di +Europa perché l’abbiamo fatto nascere con lo scopo di essere un partito aperto e plurale, però non vorrei che passassimo dall’essere percepiti come il partito di Tabacci all’essere il partito di Calenda, io vorrei che +Europa rimanesse il partito di Emma Bonino.
Il che non significa, come alcuni pensano, che io voglia proporre in questo Congresso la federazione a +E, non è così. In condizioni diverse io proporrei una federazione al Partito radicale, ma siamo lontani da un caso e dall’altro.

So che alcuni tra voi lamenteranno questa parentesi su +Europa, però la questione +Europa si intreccia con la nostra scelta di non essere un partito elettorale. Quindi, o facciamo finta che le questioni elettorali non ci interessano, ma ci stiamo prendendo in giro (e poi spiegherò perché), oppure ci riconciliamo con il fatto che +Europa sia stato finora il nostro strumento elettorale.

Lo è stato alle politiche e regionali dell’anno scorso, e abbiamo riguadagnato due postazioni nei consigli regionali di Lazio e Lombardia – dove Alessandro Capriccioli e Michele Usuelli non solo stanno facendo un ottimo lavoro ma stanno portando a casa risultati concreti e fondamentali (due sole cose su tutto: la legge sul caporalato in Lazio e lo stanziamento della regione Lombardia di 1 milione per la contraccezione in Africa), a dimostrazione sempre del fatto che anche un solo radicale nelle istituzioni fa la differenza – e abbiamo riguadagnato una postazione in Senato e alla Camera per Emma e Riccardo. Scusate se è poco.

Anche questo è stato un anno elettorale e con +Europa abbiamo partecipato alle elezioni europee e regionali qui in Piemonte.

Per il Piemonte voglio ringraziare Sergio Chiamparino perché ce l’ha messa tutta per evitare di lasciare la regione in mano a questo centrodestra (con una destra che desta preoccupazione per i legami con le frange più estreme che coinvolgono anche i mercenari filorussi) e voglio ringraziare i compagni che hanno fatto una splendida campagna elettorale. Ma soprattutto voglio ringraziare Elena Loewenthal per la passione e l’entusiasmo che l’ha ricoinvolta e che ci ha trasmesso, spero possa presto entrare in Consiglio regionale per portarvi una buona dose di radicalità. Elena, diversi anni fa, collaborava proprio con il consigliere regionale radicale Angelo Pezzana, per cui per lei si tratta di un ritorno a casa.

Per quanto riguarda le elezioni europee, abbiamo partecipato con alcuni dei nostri candidati che si sono spesi tantissimo, anche considerando il sistema malato delle preferenze che costringe sempre a fare campagne elettorali quasi contro gli altri candidati della lista anziché per il risultato di tutti.
Io, come segretaria di Radicali italiani e, allora, amministratrice di +Europa, ero candidata in tutte le circoscrizioni e voglio dire che le 16mila preferenze raccolte sono un riconoscimento non alla mia persona ma a quello che tutti noi siamo, facciamo e rappresentiamo.

Una parentesi. Anche qui, sono stata criticata per il lancio con il paracadute, questo mi fa sorridere se penso alle cose fatte per provare a bucare l’informazione: da Paolo Pietrosanti che guida la vespa, lui cieco, in piazza Navona, ai fantasmi, a tutte le volte che ci hanno detto pagliacci perché andavamo in giro con un numero di telefono dipinto sulla fronte.

Mi è stato detto che ho sacrificato Radicali italiani per +Europa. Io so che ho cercato di fare l’uno e l’altro al meglio delle mie possibilità; so che c’è chi non ha fatto né l’uno né l’altro.

Voglio ringraziare i compagni con cui abbiamo insieme fatto la campagna elettorale, andando in giro facendo una campagna radicale, a Bologna, a Ferrara, a Rimini, a Reggio Emilia, a Trento, a Bolzano, a La Spezia, a Cremona, a Bergamo, a Milano, ad Aosta per non dire tutto il Piemonte da Domodossola in giù, e forse ho dimenticato qualche tappa.
Ma in quest’anno sono stata anche, come segretaria, in giro per le assemblee delle associazioni, per incontri con i compagni, per appuntamenti pubblici da Palmanova Udine a Lecce, da Bergamo a Napoli, da Firenze a Ravenna, da Arezzo a Milano, da Ferrara a Foggia a Torino dove ho ritenuto di non mollare i compagni dell’Aglietta. L’ho fatto perlopiù a mie spese, vista la situazione gravosa del Movimento. E ho fatto un calcolo a spanne, in quest’anno ho percorso circa 50mila chilometri e speso circa 10mila euro, lo dico perché per me è un dato politico, perché per me è stato un investimento in quello che è il mio partito, è la mia casa.

La questione Statuto. Dall’inizio del mio mandato ho proposto una riflessione sul nostro Statuto perché pensavo e penso che sia necessario rivedere e aggiornare le nostre regole per adeguarle ai tempi e alla politica, che sono profondamente cambiati.
Ho anche riproposto una riflessione sulla questione dell’iscrizione al Registro dei partiti. Nella fase di dibattito di questo pomeriggio, dedicato allo Statuto, presenteremo un documento di indirizzo che va in quella direzione, così come deliberato dall’ultimo Comitato. Un documento redatto da Roberto Cicciomessere e Irene Piccinini che ringrazio.
Non si tratta, per quanto mi riguarda, di una battaglia ideologica. Ho la speranza che si possa discutere della questione laicamente, senza dogmi o tabù. Credo che la legge sui partiti sia una brutta legge, perché intende stabilire cosa sia un partito e come debba essere; e credo dovremo fare un’iniziativa politica per contrastare lo spirito di quella legge. Ma credo anche che sia un’opportunità e che come tale debba essere valutata.
C’è da parte di molti il timore che quel passaggio porti a cambiare la natura del nostro partito. Non facciamo l’errore delle gerarchie vaticane che non volevano il divorzio per timore che la legge corrompesse i propri fedeli. Non diventiamo un “partitino” perché nel nostro statuto cambia l’articolo 1. Così come non c’è alcun automatismo elettoralistico nel diventare un partito del 2×1000. Le valutazioni se candidarsi al Comune di Pistoia o alle regionali in Emilia Romagna saranno le stesse di sempre, perché sempre noi abbiamo ragionato se fosse opportuno partecipare a una competizione elettorale o no. Indipendentemente dall’articolo 1.
Inoltre, vi invito a una considerazione. Ci sono due tipi di partito elettorale. Quello che si presenta alle elezioni e, nella migliore delle ipotesi, fa degli eletti. E quello che non si presenta alle elezioni, ma ha lo stesso degli eletti. Bene, noi siamo il secondo. E se non fosse per l’eletta Bonino, oggi non saremmo qui, semplicemente perché avremmo già chiuso. Occorre dirselo a chiare lettere.
Dunque, spero che la discussione possa essere franca e serena, scevra da pregiudizi e ipocrisie. Lo ripeto, per quanto mi riguarda si tratta di una questione certo importante ma non imprescindibile, se il documento non dovesse essere accolto dal Congresso cercheremo altre strade e ragioneremo su altre modifiche statutarie, se verrà ritenuto opportuno. Certo, io ci metto la faccia.

Con Antonella e Barbara abbiamo condiviso questo anno complicato, le ringrazio, ce l’abbiamo messa tutta, siamo partite con il sorriso, ricordo la bella cartolina “senza l’Europa siamo nude” – persino su quella abbiamo ricevuto critiche – abbiamo fatto il possibile per arrivare qui, ma all’impossibile nessuno è tenuto.

Vado verso la conclusione di questo mio lunghissimo intervento.

Una conclusione che non trae delle conclusioni ma che prova a mettere qualche ulteriore elemento di dibattito per le ore che abbiamo davanti; ore che dobbiamo utilizzare innanzitutto per ascoltarci. Non sempre lo facciamo come dovremmo.

Io credo che la postazione dei radicali, mai come adesso, debba essere all’opposizione del governo e all’opposizione delle opposizioni. Noi siamo stati sempre altro rispetto alla politica italiana e oggi più che mai dobbiamo continuare a essere altro. Non in nome di un continuismo fine a se stesso ma in nome della necessità che abbiamo di dare una possibilità a questo Paese di uscire dagli spalti dello stadio e smettere di intonare cori gli uni contro gli altri, provando a governare i fenomeni.

Ci abbiamo provato sempre a governare non essendo quasi mai al governo. Lo abbiamo fatto con l’aborto e il divorzio, con l’obiezione di coscienza e il diritto di famiglia, con l’emancipazione delle donne e i diritti delle persone omosessuali, come lo abbiamo fatto sulle nostre battaglie liberali in economia che sono divenute in parte patrimonio di questo paese. Lo abbiamo fatto a livello transnazionale con la costruzione della giustizia internazionale o sulla pena di morte, così come sulle mutilazioni genitali femminili. Lo abbiamo fatto e lo facciamo tutti i giorni sull’autodeterminazione degli individui, fino alla fine, sulle politiche sulle droghe e sui migranti, come sul debito pubblico e sull’economia di mercato.

Il nostro posto è l’avanguardia, è la capacità di scandalizzare, quindi di costringere alla riflessione, al dibattito, è quello dei visionari, di quelli che prima di altri vedono la strada da percorrere e la indicano, testardamente, incessantemente, inesorabilmente, fino a quando una minoranza significativa prima e una maggioranza dopo iniziano a percorrerla. Se vi soffermate a vedere le foto storiche che abbiamo esposto sulla battaglia del divorzio, li vedete quei visionari, quei pazzi. Dopo 40 anni nessuno, a parte qualche reduce di un conservatorismo reazionario fuori dal tempo, pensa di cancellare quella conquista. Fra 40 anni, sono abbastanza certa che altri vedranno le immagini di coloro che si batterono per la legalizzazione dell’eutanasia e riconosceranno in quei volti, nei nostri volti, la stessa tenacia e la stessa passione.

Nel nostro essere visionari, abbiamo visto prima di altri quale era lo scenario internazionale e quali i rischi collegati direttamente a un utilizzo della propaganda in modo massiccio e militare. Prima di altri abbiamo individuato nel ritorno dei nazionalismi, dei protezionismi, dei populismi e delle spinte demagogiche i rischi. Una dinamica che non è italiana e che non può essere, come un tempo dicevamo, figlia del degrado istituzionale italiano ma che ha radici più profonde e più vaste. Abbiamo saputo modificare l’analisi del passato sul regime partitocratico italiano, un’analisi che è stata valida per mezzo secolo ma che ora occorre aggiornare e cambiare perché è cambiata completamente la realtà. Un’analisi, questa, che dovremo proseguire a elaborare e perfezionare ma che individua già oggi, a mio avviso, che l’avversario non sono semplicemente “le destre” o “Salvini”; sarebbe troppo semplice. La difficoltà che abbiamo davanti è immensa perché il degrado istituzionale e civile, la non conoscenza delle Istituzioni e del loro valore da parte della stragrande maggioranza dei cittadini fa sì che oggi se qualcuno chiede “pieni poteri” o qualcun altro dice che “occorre inserire il vincolo di mandato per i Parlamentari” in pochi si scandalizzano. Così come sono pochi quelli che sono disposti a lottare con noi per affermare che ridurre i parlamentari per fare cassa è una follia politica così come è una follia giuridica chiedere di cancellare la prescrizione nei processi condannando gli imputati a essere sotto processo a vita.

La nostra strada è affermare che chi distrugge lo Stato di diritto, chi infanga le istituzioni, chi denigra gli organismi indipendenti, chi cancella la separazione dei poteri è un irresponsabile e un antidemocratico. Che non è immaginabile abbassare la testa nemmeno parzialmente di fronte a questa deriva e che occorre alzarla e lottare a viso aperto per con-vincere altri a essere con noi.

La nostra strada è quella storica dei diritti civili, della laicità e della libertà di scelta.

Per noi essere antiproibizionisti non significa essere per la legalizzazione della Cannabis. Certo, anche questo. Ma significa innanzitutto la necessità per una società di accettare che i comportamenti personali possano e debbano essere consentiti, fino a quando non danneggiano altri. Significa che sul nostro corpo decidiamo noi, per le nostre scelte sessuali o per le sostanze che vogliamo assumere. Allo Stato lasciamo il compito di informare i cittadini su rischi e conseguenze ma a ciascuno la scelta libera di cosa fare. Per questo quando sento riparlare di legalizzazione delle droghe pesanti, che sia la cocaina o l’eroina, non solo non mi inquieto ma affermo che è la nostra storia.
Qui, a Torino, il Coordinamento Radicale Antiproibizionista ha visto momenti di grande intensità politica e di iniziativa. Dal 1987 il CORA ha fatto della battaglia per la legalizzazione delle droghe il suo motivo di vita politica. Quindi ben venga il rilancio della legalizzazione di tutte le droghe, contro le ipocrisie della politica italiana e per togliere alla criminalità e alle mafie miliardi di euro; una battaglia che deve essere europea e transnazionale per avere efficacia.

La nostra strada è quella dei diritti umani come diritti universali. Per questo vogliamo governare il fenomeno dell’immigrazione. Altro che buonisti! Noi combattiamo il cattivismo, il cinismo, l’opportunismo sulla pelle dei poveracci, combattiamo l’odio e la paura con il tentativo di costruire speranza per il futuro e nel futuro. Questa battaglia dobbiamo vincerla, dobbiamo costringere questo Parlamento o quello che verrà, dobbiamo convincere gli Stati europei a lasciare le spinte demagogiche e affrontare il tema con ragionevolezza. Senza paure immotivate. Studiando i dati e facendoli conoscere.

La nostra strada è quella di lottare per una informazione libera, che apra spazi e non sia nelle mani di chi comanda. Il diritto a conoscere per deliberare, il diritto alla libertà della ricerca scientifica sono fari da seguire; oggi gli strumenti di conoscenza sono offuscati, annebbiati, cancellati, dall’influsso nefasto dei tanti che inondano l’informazione pubblica, privata e il web di false notizie, di propaganda, di specchietti per le allodole, di dati falsi, di menzogne, di attacchi alla scienza e al metodo scientifico.

Per questi motivi ritengo che il Caso Markiv rappresenti appieno un esempio del degrado della nostra giustizia e dell’informazione, nonché della capacità di Mosca di influenzare la vita democratica dei nostri Paesi. Un caso al quale dovremmo dedicare tempo e impegno come movimento, perché rappresenta una leva da tirare per far scaturire le contraddizioni enormi che nasconde.

La nostra strada però è e deve essere innanzitutto quella di trovare una strada interna. Una strada per imparare a stare insieme in un modo radicalmente diverso da un passato che non tornerà e radicalmente diverso da questi ultimi tempi dove, francamente, non abbiamo dato il meglio di noi stessi.

Non so se ne saremo capaci; non so nemmeno se valga la pena tentare o se sia meglio chiudere questa esperienza organizzata di radicali, ma so che chi ci ha preceduto ha trovato davanti a sé difficoltà enormi. Forse non grandi come quelle che oggi abbiamo davanti noi, ma certamente altrettanto gravose.

Per questo ci tengo a leggervi poche righe tratte dall’intervento che Angiolo Bandinelli pronunciò nel lontanissimo congresso di Torino del 1972. La lotta radicale era allora concentrata a sostegno dell’obiezione di coscienza, di chi era finito in galera per affermare la propria coscienza e si arrivava al Congresso dopo un digiuno di molti compagni mentre, di nuovo, veniva emesso un mandato di arresto per Roberto Cicciomessere. Contemporaneamente si lanciava la fase finale della lotta sul divorzio in vista del referendum.

Bandinelli diceva:

Era chiaro a tutti che questo congresso si sarebbe imperniato attorno alla alternativa “rifondazione o scioglimento”. Questa alternativa, proprio perché risponde a problemi reali e nasce da un’analisi politica che ha trovato puntuale conferma negli avvenimenti che si sono verificati, non poteva lasciare spazio per scelte di carattere emotivo; ma esigeva ed esige un congresso di meditazione e di approfondimento della situazione reale che abbiamo di fronte, degli strumenti a nostra disposizione, della sproporzione esistente tra le prime e i secondi.

E concludeva dicendo:

Ci unisce il portare avanti la politica dei diritti civili, affrontare avversari come il clericalismo,… cercare di combattere gli equilibri politici attuali per strade che non siano quella soltanto agitatoria e spontaneistica e quella soltanto parlamentare; tutto questo significa concretamente essere partito, cioè parte politica all’interno della collettività. Ed è questo che ci unisce, concretamente, intorno alla prassi di lotta e intorno agli obiettivi politici precisi, di anno in anno, fra un congresso e l’altro.

Vi riconoscete in quelle parole? Ci riconosciamo?

Il nostro andare avanti, il nostro continuare a lottare non è mai stato scontato. Non lo deve essere nemmeno adesso.

 

Audiovideo dell’intervento su Radio Radicale.


 

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