Relazione III Comitato Nazionale. Roma, 13-14 luglio 2019

Care compagne, cari compagni,

il nostro terzo Comitato arriva dopo mesi e settimane di lavoro molto intenso; abbiamo dovuto posticipare la tenuta di questi lavori proprio perché la coincidenza di vari appuntamenti che hanno visto molti di noi impegnati hanno reso difficile addirittura la convocazione della nostra riunione.
Ultimo ma non ultimo, lo scorso fine settimana si è svolto il Congresso del Partito Radicale, che ha visto la partecipazione attiva di alcuni tra noi e, sul Congresso, dirò qualcosa più avanti.

Dicevo che sono stati mesi che ci hanno visti molto impegnati in diverse iniziative e su diversi fronti di lotta; tutte campagne perlopiù deliberate proprio dalla Mozione dell’ultimo Comitato. Iniziative che si inseriscono in un quadro complessivo di una emergenza politica e sociale senza precedenti, che vivono le democrazie occidentali, e il nostro Paese non fa certo eccezione.
I pilastri dello Stato di diritto che ciascuno di noi ritiene, giustamente, non possano essere messi in discussione, sono invece messi a dura prova a causa delle risposte alle spinte dovute a forti tensioni sociali e politiche, originate da una crisi economica lontana ma i cui effetti sono tuttora in corso e generano conseguenze epocali.
Le stesse migrazioni, che stanno investendo l’intero pianeta ma solo in minima parte il nostro Continente, stanno generando effetti di cui tutti pagheranno un prezzo. Migrazioni dovute alla fame, alla povertà, alle guerre, agli effetti dei cambiamenti climatici, alla sovrappopolazione, non sono altro che un fenomeno vecchio come il mondo che dovrebbe essere gestito con razionalità e responsabilità. Da noi, al contrario, si cavalca una cosiddetta emergenza con spaventevole cinismo e la si utilizza per fini puramente propagandistici giocando, letteralmente, con la vita e con la morte delle persone, in un contesto di imbarbarimento, di assuefazione alla banalità del male che fa letteralmente paura.

Nelle ultime vicende noi non ci siamo inseriti in una dinamica, altrettanto propagandistica, pro o contro Salvini, pro capitano o pro Capitana (posto che la nostra posizione al riguardo è più che ovvia).
Anche in questo caso la nostra capacità di lettura e di analisi e di reazione è stata pressoché unica. Riccardo Magi è stato il primo ad avere il riflesso di andare sul posto per vedere e capire. E, per questo, è tornato con la consapevolezza di come stia cambiando anche l’atteggiamento di chi dovrebbe tutelare e garantire la sicurezza dei cittadini, italiani e non italiani, e di come questo sia foriero di cambiamenti ben peggiori. Igor Boni e Arcangelo Macedonio hanno intrapreso uno sciopero della fame a oltranza, sostenuto da molti altri militanti, affinché venisse rispettata la nostra legge suprema, la Costituzione, che riconosce e garantisce i diritti inviolabili di tutti gli esseri umani, compreso quindi quello di non morire affogati. Le nuove leggi dello Stato che imporrebbero muri e porti chiusi sono leggi ingiuste e, come le leggi razziali e razziste del ’38, vanno combattute.

Mentre molti ritengono che al cattivismo della destra salviniana, sostenuto dall’ignavia pentastellata, si contrapponga solo il buonismo di sinistra, noi portiamo avanti l’unica proposta legislativa politicamente sensata, ragionevole e vincente, per tutti: Ero Straniero, che abbiamo in maniera determinante contribuito a portare in Parlamento, dove stiamo tentando ogni strada per difenderla e portarla alla discussione. Così come riconosciuto anche da Angelo Panebianco sulle pagine del Corsera alcuni giorni fa. Non abbiamo smesso di tenere accesa la fiammella, perché continua a essere nostra campagna politica e perché siamo convinti sia una risposta e un insieme di soluzioni concrete e pragmatiche. In tutto questo, con le dovute eccezioni, manca il supporto che sarebbe necessario dal Partito Democratico che proprio con Ero Straniero dovrebbe ritrovare la via da percorrere – e la dignità politica – dopo gli errori imperdonabili compiuti dal ministro Marco Minniti e da chi lo ha sostenuto.
Ma, appunto, la ragionevolezza non è un valore politico. La lotta politica non si fa più secondo canoni consueti, oggi il linguaggio è del tutto cambiato. La battaglia non è più lo strumento per raggiungere l’obiettivo, diviene essa stessa un obiettivo. In questo schema di gioco sconosciuto, le armi sono impari e noi siamo impreparati a condurre una battaglia secondo logiche per noi ignote.

Quanto accaduto con il caso Sea-Watch 3 è emblematico. Non si tratta, infatti, solo di migranti, o solo di ONG, o solo di sicurezza; si inserisce in un quadro molto più ampio che riguarda il rispetto dello Stato di diritto da parte delle istituzioni. In poche parole, si tratta della tenuta democratica del nostro Paese. Si pensi alle richieste di arresto dei parlamentari o agli inviti ai magistrati di candidarsi, per dirne solo due. La questione migranti, che è stata fatta diventare questione di emergenza umanitaria, è il grimaldello utilizzato per scardinare le nostre regole democratiche. Soffia un vento autoritario, ammoniva Michele Ainis qualche giorno fa su Repubblica. I nostri diritti, le nostre libertà, vengono quotidianamente ridimensionati attraverso atti, leggi, anche solo dichiarazioni, e lo abbiamo denunciato attraverso il Dossier sullo Stato di diritto che abbiamo pubblicato e che è in costante aggiornamento grazie agli spunti, alle proposte e alle integrazioni che continuano ad arrivare e ad arricchirlo.
Quanto emerso due giorni fa in merito ai dialoghi di finanzieri ed ex-finanzieri, in un gruppo Facebook, mostra con tutta la sua violenza il livello e la dimensione del problema che abbiamo dinanzi.

E non c’è solo la questione migranti. Ci sono le questioni carcere e giustizia, il caso CSM, l’esautoramento del Parlamento, il fine vita rinviato sine die, la stretta proibizionista, l’informazione di regime, l’influenza russa, la destabilizzazione europea, il declino economico, il rischio ItalExit… ogni singolo tassello sta per essere infranto, abbattuto, peraltro con un consenso quasi senza precedenti. Ed è forse non ininfluente il fatto che uno studente di terza media su tre non sia in grado di comprendere il significato di un testo in italiano, e che questo non sia percepito dalle nostre istituzioni come un problema enorme.
Ma noi radicali su ogni singolo tema abbiamo avuto e continuiamo a elaborare analisi e proposte, a incardinare iniziative, a comunicare posizioni fuori dal coro, a immaginare nuovi fronti di lotta.
Eppure, questo, evidentemente, non basta, o non basta più.

Non basta sicuramente a illuderci di poter risolvere i problemi che pure vediamo; non basta per poterli urlare, perché siamo divenuti quasi del tutto afoni; non basta per giustificare la stessa esistenza del nostro Movimento, che dobbiamo invece avere il coraggio di mettere in gioco.
Molte volte, nel passato, anche recente, i radicali hanno lanciato il grido d’allarme “o lo scegli, o lo sciogli”. La critica principale è sempre stata quella di essere un’operazione di autoconservazione. E invece, a mio parere, la domanda da porsi è: “occorre, ancora, un Movimento radicale come noi siamo riusciti a concepirlo e realizzarlo fino a oggi?”.

Spesso parliamo di adeguatezza. Consapevoli come siamo di non esserlo, adeguati, ma di avere una visione unica, un metodo unico, una lettura dei fatti della storia e della società unica, e soprattutto il coraggio di doverci provare, altrettanto consapevoli che se non ci proviamo noi il rischio, la certezza, è che non ci provi nessuno.
Quando dico “noi” non parlo dell’insieme dei singoli. Parlo della nostra capacità, o incapacità, di essere un Movimento politico, assolutamente straordinario (e non solo perché fuori dall’ordinario), indipendentemente dalle singole personalità. Noi, che abbiamo avuto la fortuna sfacciata nella nostra vita di incrociare sulla nostra strada un signore che si chiamava Marco Pannella, abbiamo una responsabilità in più verso tutti coloro, e non sono pochi, che quella fortuna non l’hanno avuta eppure ci guardano con curiosità e ci raggiungono. Cosa vedono, o cosa sperano di trovare? Io credo sia la stessa spinta che forse ciascuno di noi ha avuto. Ma, oggi, il tempo è cambiato, sono cambiati i paradigmi, viviamo una fase di enorme trasformazione della società, della politica, della comunicazione. E noi, e non solo noi, non abbiamo ancora trovato, capito, immaginato il modo di riconcepirci.

È in questo quadro che leggo la e le difficoltà che viviamo come Movimento in questo momento. Difficoltà che con Antonella abbiamo provato ad affrontare e di cui abbiamo parlato anche durante l’ultimo Comitato; se andate a rileggere quella Mozione è già tutto lì.

La difficoltà principale, e che dobbiamo urgentemente affrontare, è proprio quella della nostra stessa esistenza. Non si tratta solo ed esclusivamente di una questione economica. Lo sapete, ci troviamo prossimi al collasso. Abbiamo i conti bloccati. Un autofinanziamento che procede con costanza ma non è sufficiente. Un numero di iscritti inferiore alla media del periodo. Una contribuzione da parte degli organi dirigenti e degli eletti che non ci garantisce di chiudere il mese in attivo. Già solo questo sarebbe sufficiente per descrivere una situazione drammatica, drammaticissima. E la Tesoriera ve la esporrà nel dettaglio.
Ma non è solo questo. Non abbiamo avuto la capacità, come gruppo dirigente, di concentrare le nostre forze e le nostre energie per individuare gli strumenti, una strada da percorrere, per trovare un senso non per noi stessi ma per la politica che vogliamo realizzare.

Eppure, le iniziative in questi ultimi mesi, come dicevo, sono state numerose.

Sulla questione Stato di diritto, il Dossier ci ha consentito di intervenire pressoché quotidianamente nel dibattito politico, visto che, purtroppo, le occasioni non ci sono state fatte mancare.

Sulla ultraquarantennale lotta per la legalizzazione della Cannabis abbiamo lanciato la campagna WeeDo che dovrà vedere nelle prossime settimane nuove occasioni di mobilitazione. Anche qui, giorno dopo giorno registriamo passi indietro e una degenerazione del dibattito. Pensiamo alla Cannabis light: la nostra campagna, che sta coinvolgendo molti compagni e associazioni con i week-end di mobilitazione straordinaria, è senza neanche farlo apposta arrivata al momento giusto. Avremo qui ospite un operatore del settore. Ma dobbiamo individuare da subito una iniziativa, anche legislativa, su cui far convergere anche gli addetti del settore.

Aborto al sicuro. La proposta di legge di iniziativa popolare regionale è stata depositata in Lombardia, con un numero di firme di molto superiore a quello necessario, e sta per essere replicata in altre regioni, divenendo una campagna nazionale di Radicali italiani, esempio virtuoso del lavoro comune tra associazioni locali e Movimento nazionale.

Ero Straniero. È entrata nel vivo quella che è stata una delle iniziative politiche più importanti per noi negli ultimi anni, cui abbiamo dedicato tante energie ed entusiasmo, e dobbiamo ringraziare ancora tutti i compagni per quello sforzo che ha consentito, con altre associazioni del mondo laico e religioso, di raccogliere le sottoscrizioni di 90.000 cittadini italiani. Un’iniziativa centrale e, continuiamo a vederlo quotidianamente, assolutamente centrata.
Nel mese di aprile è stata avviata in Commissione affari costituzionali alla Camera la discussione, di cui relatore è Riccardo. Noi abbiamo creato un sito ad hoc proprio per poter seguire l’iter della pdl e tenere aggiornati tutti noi, pubblicando i video delle sedute e gli articoli sulla proposta.
Giovedì scorso, poi, sempre alla Camera abbiamo organizzato insieme agli altri promotori un convegno di altissimo livello pensato per mettere a confronto i parlamentari, che andranno a discutere e votare la proposta, con il mondo produttivo, Confindustria in primis, con Banca d’Italia, Inps e i principali istituti di statistica e ricerca, alla luce dei contributi in materia di immigrazione che tali organizzazioni e istituzioni hanno offerto in questi anni.
Sono due gli aspetti centrali della proposta legislativa su cui si sono concentrati i partecipanti al convegno: l’introduzione di canali di ingresso per lavoro che facilitino l’incontro dei datori di lavoro italiani con i lavoratori dei Paesi terzi; la possibilità di regolarizzare gli stranieri radicati nel territorio che si trovino in situazione di soggiorno irregolare a fronte della disponibilità di un lavoro o di legami familiari, sul modello di Spagna e Germania.
Tutto questo, poi, si inserisce in un quadro africano di grande fermento con da una parte l’avvio dell’accordo di libero scambio siglato da tutti gli Stati del Continente (tranne l’Eritrea), uno degli accordi di commercio internazionale più importanti della storia che farà dell’Africa l’area di libero scambio più vasta del pianeta; dall’altra la presenza sempre più massiccia del player cinese, con una Europa sempre più vecchia e che sta a guardare.
Con il convegno abbiamo provato, attraverso i dati, a dare concretezza al fatto che abbiamo bisogno di ingressi regolati di cittadini stranieri ogni anno per sostenere il nostro sistema produttivo e pensionistico; e abbiamo voluto evidenziare la necessità di introdurre meccanismi di regolarizzazione per quanti sono già in Italia, magari da tempo, ma che per questioni di reddito, impoverimento, o altro, sono diventati irregolari; oppure per i tanti richiedenti asilo diniegati che seppur formati e pronti a essere assunti, si ritrovano alla fine dell’iter senza un titolo e costretti alla marginalità e al lavoro nero. Ecco, la ragionevolezza radicale contro la propaganda di regime, concentrata a fare guerra alle ONG e a difendere i confini da presunti nemici della patria.

Ci tengo poi ancora a ricordare i numerosi tentativi che abbiamo compiuto per contrastare la putinizzazione del nostro Paese. Ultimo esempio, il divieto a manifestare durante la visita di Vladimir Putin – che con Certi Diritti abbiamo orgogliosamente infranto – è stato paradigmatico. Le ultime rivelazioni sui contatti strettissimi, politici e finanziari, tra Russia Unita e Lega, dimostrano in modo limpido quanto la nostra lettura sulla minaccia all’Europa sia stata e sia corretta. Ma anche la vergognosa sentenza di condanna per Vitaliy Markiv, difeso da Raffaele Della Valle con cui sono in contatto, per l’omicidio di Andrea Rocchelli e dell’amico e compagno Andrej Mironov. Su questo interverrò nelle prossime ore con una dichiarazione.

Sono segnali di debolezza dell’Europa. Un’Europa, lo ripeto ancora, che vogliamo divenga Europa politica e federale e possa avere nelle proprie mani una politica estera e di difesa comuni per arginare le spinte espansionistiche che arrivano da est e da ovest.

Non dimentico poi le attività quotidiane dei nostri “pungoli” nelle istituzioni, Lorenzo Lipparini, Michele Usuelli, Alessandro Capriccioli, Riccardo Magi, Emma Bonino.
Così come le iniziative messe in campo localmente dalle associazioni territoriali.
Pensiamo alla consegna, avvenuta ieri, delle 7mila firme raccolte da Radicali Roma sulla delibera popolare sui rifiuti, o la partecipazione straordinaria dei compagni milanesi con un proprio carro al Pride di Milano.
E, importantissimo, abbiamo finalmente ottenuto, grazie all’Associazione per il Mezzogiorno europeo, il Garante cittadino dei detenuti a Napoli.
Poi ci sono le iniziative dei compagni sui territori. Segnalo, brevemente e su tutte, le azioni popolari avviate dalla nostra Laura Di Napoli, che hanno già portato alle dimissioni il governatore della Sardegna che non voleva lasciare lo scranno al Senato; analoga iniziativa ha preso, con il nostro aiuto, in particolare di Giulio Manfredi, nei confronti del sindaco di Cagliari. Su questi temi avremo ospite un’attivista della Fondazione Openpolis.

Voglio poi ringraziare chi, pur nelle difficoltà enormi del momento politico e le evidenti difficoltà interne, ha scelto di sostenere +Europa alle scorse elezioni europee e regionali in Piemonte, e in particolare gli oltre 90.000 elettori che hanno espresso la preferenza per i candidati radicali nelle sue liste.

Sono, questi, tutti segnali di vitalità. Ma, come dicevo, una vitalità assolutamente non sufficiente a tenere in vita il nostro Movimento. Drammatizzo? Non credo. È arrivato per noi il momento di chiederci se e come proseguire la nostra sfida.

La settimana scorsa, lo ricordavo all’inizio, c’è stato il Congresso del Partito Radicale. Un appuntamento che avrebbe dovuto portare a una chiarezza e a una sorta di normalizzazione della situazione di straordinarietà che il Partito sta vivendo da molti anni, e non solo dal Congresso del 2016. Il Partito si è dotato di un nuovo Statuto, nuove regole. Potrebbe essere l’occasione per riprendere la strada del dialogo? Purtroppo, ancora oggi, non se ne vedono le condizioni né, tantomeno, la volontà, decisi come sono, quei dirigenti, a non riconoscerci e a volerci annullare. Vedono – o, meglio, lasciano intendere, trasmettono il messaggio – in Radicali italiani un disegno usurpatore, non-radicale, anti-pannelliano. Dimenticano, o fingono di dimenticare, che Radicali italiani nasce per volontà di Marco Pannella ed è stato per lunghi anni, gli anni dell’inattività forzata del partito transnazionale (ma su questo occorrerebbe un dibattito a parte), l’unico mezzo, l’unico strumento della politica radicale. Tant’è che chi ha chiesto per vie giudiziarie la restituzione di un credito che si è andato consolidando – per passaggi contabili da un soggetto a un altro – nella prima metà degli anni 2000, all’epoca occupava posizioni di massima dirigenza proprio in Radicali italiani. E questo non vuol dir nulla? Non vuol dire niente che la commistione tra tutti i soggetti dell’area era tale, per una precisa volontà politica? Valerio Federico, quando era tesoriere di Radicali italiani, propose di arrivare a un bilancio consolidato dei soggetti d’area, per razionalizzare una situazione eccessivamente ingarbugliata, e sempre per precisa volontà politica non si diede seguito a quella misura di buon senso. È cosa nota per noi qui dentro, ma non abbiamo altri strumenti che i nostri miseri mezzi per far conoscere questa che è storia della nostra galassia, avremmo detto un tempo.
Veniamo quindi, di fatto, esclusi dalla possibilità di ricostruire un percorso comune. Di questo, per quel che vale, personalmente me ne dispiaccio perché credo che continuare su questa strada non sarà utile per nessuno.

Quindi poche parole anche su +Europa, unicamente su un punto che è quello che qui rileva, cioè i rapporti formali e sostanziali non tra i radicali e +Europa, ma tra il soggetto politico Radicali italiani e il soggetto politico +Europa. Dopo la fase “costituente” e la trasformazione di +Europa in un partito politico, Radicali italiani ha dismesso il ruolo di soggetto fondatore e non ha assunto quello di soggetto federato. È un fatto che ha tante motivazioni, sulla cui analisi difficilmente qui dentro troveremmo un accordo, ma è un fatto.
Radicali italiani non fa più parte di +Europa come soggetto politico. Oggi gli iscritti e i dirigenti di Radicali italiani che sono anche parte degli organismi dirigenti di +Europa rappresentano certo una presenza radicale, ma non “in quota Radicali italiani”. D’altra parte, è un fatto anche che tutti gli eletti radicali – Emma, Riccardo, Alessandro e Michele, persino Alessandro Fusacchia che da Radicali italiani è stato candidato – sono stati eletti come radicali nelle liste di +Europa.
Sinceramente, a questo punto, io penso che non abbia molto senso discutere nelle nostre riunioni del perché o del percome questo o quell’altro radicale sceglie di stare o non stare in +Europa.
Ha invece senso, a mio parere, domandarsi quali iniziative comuni con +Europa abbia senso promuovere o sollecitare, essendo chiaro che come soggetto politico non possiamo delegare nessuna iniziativa a un altro partito, ma che dobbiamo cercare di realizzare il più ampio schieramento di sostegni alle iniziative che ci stanno a cuore. E se lo facciamo con altri partiti o associazioni, sarebbe surreale non provarci con una forza politica che i nostri eletti radicali rappresentano nelle istituzioni.

E vengo alla lettera firmata da molti compagni che richiede un seminario di area. Questa esigenza non solo la condivido ma l’ho espressa più volte io stessa al punto che l’avevo inserita nella Mozione dello scorso Comitato come una delle priorità. Per questo ho scritto, tra gli altri, a Marco Cappato e a Filomena Gallo proponendo un’ipotesi di date tra fine luglio e inizio agosto. La risposta, di Filomena e Marco, è stata che non parteciperanno poiché si sono “manifestate profonde e esplicite differenze su ciò che si debba intendere oggi come “metodo radicale”, o comunque (non avendo la pretesa di essere interpreti del metodo radicale) sui metodi che rispettivamente ciascuno di noi ha applicato nei fatti”, seguiranno “con interesse il dibattito e le iniziative di Radicali italiani” augurandosi “di saper unire le forze su obiettivi comuni”, immagino però con la prossima dirigenza.
Questa mattina poi è arrivata una risposta alla lettera dei compagni di Cappato, che condivideremo nella mailing-list del Comitato, cui risponderò nei prossimi giorni.
Al di là delle volontà e delle disponibilità dei singoli io ribadisco che, proprio per approfondire anche queste divergenze, sia una iniziativa da fissare da subito perché occorre un confronto tra tutti, tra chi lo vuole naturalmente, per verificare se sia possibile – come spero – ritrovare il filo di un’azione comune, di collaborazione positiva, mettendo insieme le poche forze che abbiamo, anziché disperderle. Lavorerò, quindi, con chi vorrà darmi una mano, per un primo appuntamento tra fine luglio e inizio agosto, e un secondo a settembre.

Mi avvio alla conclusione non prima di aver trattato ancora due temi: Statuto e Congresso.

Anche sullo Statuto ho, nelle direzioni dei mesi scorsi e allo scorso Comitato persino nella Mozione, indicato la riflessione sulla sua riforma come una priorità e già da tempo abbiamo riattivato la Commissione online per alimentare un dibattito tra noi che credo non più rinviabile. Proprio per tutto quanto già detto, per le difficoltà interne ed esterne che viviamo, ripensare e aggiornare le nostre regole – visti anche i cambiamenti occorsi nel frattempo nel Partito Radicale – è necessario per trovare nuovi assetti, nuove energie, nuove forme per stare insieme. Perché, diciamocelo, occorre avere il coraggio di rimettersi in discussione, senza dogmi o tabù, abbandonando le strade più confortevoli delle consuetudini. E allora, ripensiamo al modello di Movimento che vogliamo e pensiamo sia necessario oggi. Ragioniamo sulle nostre regole e sul metodo del nostro agire comune. E ragioniamo anche, laicamente, sulla questione del Registro dei partiti. Sull’assurdità che una legge dello Stato debba stabilire cosa sia un partito e cosa no, penso siamo tutti d’accordo. Soprattutto in un momento nel quale – a parte rare eccezioni – tutte le formazioni politiche non hanno nulla a che vedere con quanto previsto dalla nostra Costituzione e dove i processi decisionali interni in molti casi non sono certo nelle mani degli iscritti. Anche in questo noi rivendichiamo la nostra diversità, il nostro essere altro, la nostra alternativa. Sull’opportunità, per noi, di richiedere l’iscrizione al Registro, penso possiamo e dobbiamo parlarne. Diamo corpo tutti insieme a questa discussione, con franchezza e fantasia. Essendo, come suggeriva Mike Ballini l’ultima volta, anche un po’ più eretici oltre che un po’ più erotici.

Infine, il nostro Congresso. Abbiamo due mesi e poco più per organizzarlo. Non possiamo pensare, come l’anno scorso, di caricare sulle spalle di sole due persone anche questo impegno. Io sono convinta non debba essere un mero passaggio di consegne. Penso che dovremo dare massimo risalto politico a questo evento con quello che più ci caratterizza, più ci distingue dagli altri. Per questo, oltre a individuare un luogo politicamente significativo per la sua tenuta, come indicato dalla Mozione congressuale, anche cogliendo alcune sollecitazioni giunte dalle scorse riunioni di Direzione credo dovremo provare a organizzare – come già accaduto nel recente passato – una prima giornata a tema chiamando alla discussione e al confronto esponenti della politica, della cultura, della giurisprudenza… sullo stato della nostra democrazia.

E allora, nell’aprire i lavori di questa terza riunione del nostro Comitato nazionale, l’invito è a concentrarci innanzitutto sulle nostre priorità, quindi sulla nostra stessa sopravvivenza.

Buon lavoro.

 

Silvja Manzi

Segretaria Radicali italiani

 

Link all’intervento audiovideo.

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