Etica del Carcere – Prigionia senza etica

Intervento di Silvja Manzi al Convegno «L’etica è laica», organizzato dall’UAAR di Bari (*)

 

Parlare di carcere non è usuale, è un tema particolare, perché in realtà se ne parla molto poco, perché il carcere è un mondo parallelo ma sconosciuto ed è un mondo del quale, in realtà, non vorremmo sentir parlare. Intanto dagli interventi di questa mattina si è parlato molto di animali, di etica relativa agli animali e ho pensato che, in una scala ideale di relazione di noi esseri umani, quella con gli animali è sicuramente in uno dei gradini più bassi di questa dell’etica. I rapporti, le relazioni con il mondo carcerario, è addirittura fuori scala, perché i carcerati detenuti sono realmente gli ultimi degli ultimi. Come ci ha detto la dottoressa Carone questa mattina; seppur in modo molto tardivo e lento la legislazione comunque sta facendo dei passi avanti rispetto alla tutela degli animali… Per i carcerati, questo è ancora molto lontano da venire, anche se gli strumenti per fare dei passi avanti ci sarebbero. Di carcere però in realtà si dovrebbe parlare, perché il carcere riguarda intanto la nostra società, ma riguarda anche noi individui.

Dico questo perché leggevo qualche giorno fa di una ricerca di Antigone (Antigone è un’associazione che si occupa di carcere) secondo cui negli ultimi cinquant’anni sono stati incarcerati 4 milioni di persone ritenute poi innocenti: 4 milioni di individui in cinquant’anni è un numero enorme. Noi però possiamo pensare “4 milioni sono tanti, ma diluito in cinquant’anni forse non sono così tanti…”. Facendo una divisione, quindi un calcolo molto grezzo, questi 4 milioni sono 80.000 persone l’anno, che significa 220 persone al giorno. Questo significa che può capitare a ciascuno di noi, o qualcuno che ci è vicino, o ai nostri cari, o ai nostri conoscenti; può capitare di essere incarcerati ingiustamente. Beh, l’esperienza del carcere cambia la vita, perché cambia nella percezione degli altri, perché finché sei in carcere, seppur ingiustamente, normalmente le persone pensano che se ti hanno arrestato un motivo c’è, e quindi tendenzialmente c’è un pregiudizio di colpevolezza. Ma cambia soprattutto perché, quando si attraversa quella porta… beh, la tua vita non è più quella di prima. Sembra una frase fatta – forse lo è – ma io che vado spesso nelle carceri a visitarle posso dirvi che effettivamente è così. Non si tratta solo di privazione della libertà, che già è qualcosa di molto brutto, ma avere la libertà privata in un luogo estremamente degradato, e quindi degradante, è ancora più punitivo. Però nella percezione della cittadinanza, nella nostra percezione, il carcere è una giusta punizione, perché a un reato deve corrispondere una giusta pena e appunto, dicevo, nella percezione comune il carcere è una giusta pena. La domanda che ci dobbiamo fare è: è effettivamente giusto, cioè, è etico, così come oggi è concepito? Parlo in particolare dell’Italia. Quello che oggi, in questo brevissimo intervento io vorrei arrivare a dire (è il mio punto di vista, evidentemente) è che etico non è. Per un motivo molto semplice: il carcere è utile per il fine che si propone? No, perché l’unico fine che oggi ha è quello di risarcire un danno, cioè quello della “vendetta”, dell’occhio per occhio, cioè la vittima ha giustamente bisogno di una “ricompensa”.
La carcerazione di chi ha commesso un reato, oggi, non è la giusta pena, perché essenzialmente il carcere produce più criminalità di quella che dovrebbe reprimere. Lo dice la statistica: il 70% dei detenuti, quando esce dal carcere, ci ritorna, la percentuale di recidiva, di reiterazione del reato, è elevatissima; quindi sostanzialmente la punizione intesa come incarcerazione non raggiunge l’obiettivo che si prefigge. In particolare, in Italia, la situazione è abbastanza drammatica perché se, come io credo, è vera la frase di Voltaire

non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione

possiamo dire che il nostro Paese vive un grave deficit di democrazia, non è effettivamente un paese civile. Inoltre vi leggo un articolo della nostra Costituzione, che è molto osannata quanto disattesa… Dice nell’articolo 27:

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Se noi rileggiamo alla lettera questo articolo sappiamo, vediamo, che il nostro Stato è letteralmente fuorilegge, perché le pene purtroppo consistono in trattamenti contrari al senso di umanità, e vedremo adesso perché. Non tendono alla rieducazione del condannato perché, come dicevo, con una percentuale di recidiva così alta è evidente che non c’è stata una rieducazione del condannato.
In Italia abbiamo una popolazione detenuta che è molto superiore al limite massimo di persone che possono essere detenute: abbiamo più o meno 55 mila detenuti, a fronte di 50.000 posti, che può sembrare poco ma in realtà vivere in uno spazio ristretto in più persone è già di per sé degradante. Inoltre, le strutture carcerarie sono nella maggior parte dei casi fatiscenti, il che peggiora la situazione; non sono previsti degli spazi cosiddetti di socialità, per cui la maggior parte del tempo, se è vero che oggi è molto aumentato il numero di ore che i detenuti possono trascorrere fuori dalle celle, è anche vero che non hanno spazi per vivere queste ore di “libertà” ed è anche vero che non hanno assolutamente nulla da fare, e il non fare nulla durante la giornata è qualcosa di avvilente, uccide la persona molto più che la pena stessa. Questo quindi cosa ci fa pensare? Che oggi il carcere viene vissuto come una discarica umana. È un termine brutto però obiettivamente è così, e quando io penso e parlo del mondo carcerario non mi riferisco soltanto alla popolazione detenuta, perché in un carcere vive anche un numero di persone che detenuta non è, ma di fatto lo è, penso agli agenti penitenziari…
Pensate che in Italia la professione con il più alto numero di suicidi è proprio quella dell’agente penitenziario, il che evidenzia che la situazione lavorativa vissuta è estremamente negativa, al punto da scegliere di privarsi della vita. Ma essenzialmente quello che volevo dire è che il concetto del carcere in Italia, com’è oggi, è che più che evitare nuova criminalità, la crea. È quello che dicevo all’inizio, cioè che per la percezione comune è quasi scontato che a una pena corrisponda un carcere, perché c’è una necessità di avere più sicurezza, e forse è opportuno dire che la percezione non corrisponde alla realtà, perché oggi tutte le statistiche ci dicono che i tassi di reati contro la persona, di omicidi e così via, sono molto più bassi rispetto al passato. Quindi si tratta effettivamente di una percezione che una politica malaccorta, ma anche un’informazione – mi spiace per la giornalista che c’è e che ci modera – cavalca in modo, se vogliamo dire, irresponsabile, perché c’è una richiesta di maggiore sicurezza e quindi di pene sempre più severe.
Però anche qui la statistica ci dice che in paesi dove c’è una gestione del crimine meno severa rispetto alla nostra, per esempio, i tassi di criminalità sono molto più bassi; pensiamo ai paesi del Nord Europa dove anche il sistema carcerario è molto meno drastico rispetto al nostro (per esempio sono previste pene inferiori per lo stesso tipo di reati) ma, soprattutto, il carcere è una misura estrema, molto spesso sono previste misure alternative. Oppure pensiamo a una democrazia come gli Stati Uniti d’America dove in molti Stati c’è addirittura la pena di morte, ma a questa estremizzazione della pena non corrisponde un minor tasso di criminalità, ma il più delle volte è esattamente contrario.
Come spesso accade io mi ero preparata un esempio da farvi sull’etica proprio del carcere, ve lo dico brevemente, ma poi l’attualità mi ha dato uno spunto per altro…

Quello che vi volevo raccontare era un esperimento che uno psicologo americano agli inizi degli anni ’70, Philip Zimbardo, fece negli Stati Uniti, alla Stanford University, per verificare l’impatto della prigionia sulle persone: cioè, fece una selezione di un numero di studenti, una ventina; dopo alcuni test psicologici attitudinali divise questi studenti in due gruppi: un gruppo doveva recitare la parte di detenuti e un gruppo invece di agenti penitenziari, e avevano ricostruito delle celle nei sotterranei di questa università. Questo esperimento doveva durare 2 settimane, ma fu interrotto dopo meno di una settimana per gli episodi di violenza che cominciano a verificarsi dopo solo pochi giorni, perché si erano create delle dinamiche tra detenuti e agenti tali per cui erano cominciati casi di autolesionismo o di eccessiva violenza da parte dei detenuti. Volevo parlarvi di più di questo esempio perché fu interrotto proprio per lo scandalo che fece, anche dal punto di vista etico (perché era ritenuto non etico), è la dimostrazione di quanto non è etica la carcerazione e la prigionia come noi la vediamo oggi.

Ma, dicevo, è l’attualità che ci ha messo lo zampino, perché leggevo questa mattina di un caso in un carcere del Piemonte – io vivo in Piemonte -, nel carcere di Ivrea, dove ci sono stati degli episodi di estrema violenza. Io sono stata al carcere di Ivrea qualche mese fa, durante una visita di quelle che normalmente faccio, e in quel giorno, che è stato un giorno normale per quel carcere, ho assistito a tre o quattro episodi di autolesionismo molto duro: cioè, un detenuto ha tentato di impiccarsi, un altro si è tagliato le vene, un altro… molte cose molto brutte, e ho visto gli agenti in estrema difficoltà nella gestione quotidiana di questo carcere, di questi detenuti, e io ho visto in faccia la loro sofferenza nella gestione quotidiana di questo carcere che non ha niente di speciale, perché uguale a tanti altri, e loro dicevano “Questa non è una giornata speciale, non siete capitati…, è così tutti i giorni”. Perché? Perché è un carcere di quelli costruiti negli anni ’80, il periodo delle carceri d’oro, dove già c’erano le sentenze europee che dicevano che occorrevano gli spazi per i detenuti; in realtà è stato costruito come tanti altri perché ci sono carceri gemelle in tutta Italia dove ci sono corridoi, lunghi corridoi con le celle e basta. Non c’è altro. Quindi questi detenuti trascorrono il loro tempo in cella o nel corridoio senza fare assolutamente niente, senza avere spazi per incontrarsi, per incontrare i familiari, figli o fare appunto altro tipo di attività; vengono trasferiti continuamente quindi non riescono a fare attività di nessun tipo, non riescono a incontrare i familiari… Considerate che un terzo dei detenuti tendenzialmente è di origine straniera, e origine straniera significa che ci sono anche oltre 20 nazionalità in un carcere: questo significa anche avere difficoltà di comunicazione, di relazione, e poi questa difficoltà di relazione va a scontrarsi con chi in carcere ci lavora. È una situazione tendenzialmente esplosiva, il problema è che noi non possiamo non occuparcene, perché quello che accade lì, ci riguarda, intanto perché potrebbe capitare a chiunque di noi, purtroppo, ma soprattutto perché, come dicevo prima, il problema non viene risolto quando il colpevole viene messo in carcere; è troppo facile, troppo comodo pensare che sia così, perché quel problema viene riproposto in un secondo momento. Quindi è un investimento per la società proporre pene alternative (oltre che essere costituzionale), trattamenti umani e quindi, dico io, anche etici…

 

DomandaAbbiamo detto che l’obiettivo del detenuto, anzi l’obiettivo del carcere, è quello di rieducare: ne abbiamo parlato poco fa. Volevo parlare dell’obiettivo della pena: la rieducazione del detenuto. Ora, posto che nel carcere questo non si riesce a fare, ne hai parlato tu stessa prima, non si riesce a raggiungere questo obiettivo, bisognerebbe farlo fuori del carcere, formare, quindi culturalmente, e formare poi praticamente. Io immagino chi, però: le istituzioni, la società? io non dirò mai “società civile” perché spero che non esista mai al mondo una società incivile, quindi io mi auguro che esista sempre la società e le istituzioni. Chi potrebbe operare questa rieducazione dall’esterno?

 

Risposta. Questa è una interpretazione più corretta. Anziché carcere, è una cosa molto interessante dell’articolo 27 della Costituzione che prima citavo, e che rileggo: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Come vedete, in Costituzione non si parla di carcere, perché i padri costituenti sono stati lungimiranti: pur avendo provato per lo più il carcere sulle proprie spalle, non hanno ritenuto di specificare il tipo di pena, lasciando poi al legislatore la possibilità di specificare quale tipo di pena, consapevoli forse che nel tempo, con il cambiamento che interviene nella società, cambia anche il modo di pensare il tipo di pena, tant’è che in altre società, non voglio dire più evolute di noi, ma forse più avanti, su questo percorso si sono messe in atto modalità diverse di pena, lasciando il carcere a una quota residuale di alcuni tipi di reati, e si adottano misure alternative. Questo significa che è possibile, non è un’utopia, è un cambiamento che occorre fare, e visto che ci sono già degli esempi positivi non è impossibile raggiungerli, bisogna però lavorarci. Vi consiglio, per chi è interessato, un libro molto recente di Luigi Manconi e altri, che si chiama proprio Abolire il carcere, che sembra un paradosso, in realtà, come recita se ricordo bene il sottotitolo, è una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini, proprio perché, come dicevo prima, è un investimento della società quello di superare l’istituzione carceraria, trovare misure alternative, perché se come avviene oggi il carcere produce criminalità, è una punizione sia per il condannato ma paradossalmente una punizione per lo Stato, perché non solo non si risolve il problema, ma se ne creano altri.

 

DAnche per i comuni cittadini, dire “marcisse in carcere!”, è uno dei luoghi comuni: “deve marcire in carcere”, no? perché si esce dal carcere ma poi si rientra nella società e quindi dobbiamo essere tutti lungimiranti, capire che rieducare e reintegrare è l’obiettivo.

 

R. Paradossalmente il carcere non rieduca, ma educa alla criminalità; il piccolo criminale che entra in carcere entra in una scuola della criminalità, perché come sapete la pena del carcere è prevista per reati che vanno dai più piccoli ai più ampi, quindi in carcere ci vanno detenuti che devono scontare dai 15 giorni ai 30 anni. Questo significa mettere insieme vari tipi di criminalità, e visto che, come dicevo all’inizio, il carcere “segna”, è un marchio che rimane sulle persone che ci vanno, è quasi inevitabile che non avendo gli strumenti poi per superare quella esperienza, una volta usciti quella scuola è fatta, e con le conoscenze fatte all’interno del carcere, poi, la cosa più semplice purtroppo è quella di delinquere nuovamente. Dico soprattutto agli studenti che ci sono qui: c’è la possibilità, concordando con i direttori di carcere, di fare delle visite, che è una cosa molto toccante ma che io consiglio, perché solo andando a vedere di persona già solo la struttura, ma anche parlare magari con chi ci lavora, o anche con i detenuti, se possibile, è qualcosa che io ritengo essere altamente formativo.

 

DA tuo parere, come possiamo affrontare questa specie di tabù, perché noi sappiamo che la tortura viene praticata ma non si può parlare di reato di tortura, non esiste reato di tortura; e prendo spunto un attimo ancora una volta dalle diapositive: c’è stato diverse volte il riferimento ad Amnesty International. Noi come UAAR di Bari abbiamo un ottimo rapporto con Amnesty International e abbiamo anche realizzato a volte delle iniziative in comune. Una iniziativa che avremmo in programma con i responsabili locali di Amnesty è proprio sulla tortura: ecco, volevo un tuo parere su cosa si può fare.

 

R. Ma allora io rubo ancora a Luigi Manconi, che è una grande esperto di carcere, una frase secondo me molto significativa che dice: “Se non esiste la pena di morte, esiste la morte per pena”, perché appunto in Italia c’è un numero di suicidi in carcere molto elevato. Già questo è un indice di qualcosa che non va. Prima parlavo dei suicidi da parte degli agenti penitenziari; ma poi spesso le cronache riportano di detenuti che si tolgono la vita, e sempre per citare Manconi c’è una proposta di legge che lui sta cercando da più tempo di fare approvare, che viene sempre rimandata e che deve necessariamente essere approvata, anche perché è una necessità, perché l’Italia ha firmato dei trattati internazionali, deve necessariamente dotarsi di una legge sul reato di tortura e trattamenti degradanti, e però non lo fa, ma deve necessariamente percorrere questo iter parlamentare. Per fortuna ci sono parlamentari come appunto Manconi che ci lavorano costantemente. Come pure, sicuramente quando si parla di amnistia, indulto: sono temi che per rincorrere l’opinione pubblica, che come dicevo prima ha una sensibilità esasperata sul tema, perché c’è la convinzione che c’è poca sicurezza e questo quindi deve essere accompagnato da – come dire – risposte più dure, più severe da parte dello Stato, ecco che la politica non vuole affrontare questo argomento, perché non è un argomento popolare, è un argomento altamente impopolare, e questo già di per sé è un errore, perché la politica deve essere un passo avanti, non deve seguire la pancia dei cittadini, perché altrimenti non facciamo passi avanti sulla tortura. La tortura secondo me ha molte sfumature, perché è tortura il fatto che un detenuto viene continuamente trasferito. Io per esempio ultimamente ne ho visto uno: lui diceva – non ricordo la nazionalità, non era italiano – lui diceva: io ero a Genova dove erano riusciti ad arrivare i miei parenti; mi hanno trasferito prima a Ivrea, poi a Torino, poi a Vercelli, ho chiesto il trasferimento a Genova e mi hanno mandato a Novara, perché sono pratiche burocratiche che non tengono conto della necessità di un individuo. Allora il fatto che una persona che ha i familiari a Genova venga trasferito a Novara, poi ovviamente sono persone che hanno poca disponibilità, significa che questa persona non vedrà i figli, non vedrai familiari per chissà quanto tempo. Anche questo è tortura. E queste sono norme internazionali che vengono disattese dallo Stato italiano, che paga.
Quindi il sistema carcere italiano costa alla società non solo in termini di nuova criminalità, ma anche in termini proprio di costo economico, perché deve pagare sanzioni. Ancora: le dimensioni della cella. Ci sono delle misure che devono essere rispettate e in Italia per lo più non lo sono, quindi i detenuti che riescono a farlo, perché hanno la conoscenza, perché hanno degli avvocati buoni, perché hanno associazioni che magari li seguono, fanno dei ricorsi, e poi sono ricorsi che vincono perché se ci sono leggi che dicono che una persona deve vivere in tot metri quadri e invece in quei metri quadri c’è il letto a castello, e sul letto a castello non si può aprire la finestra, e ci sono 3 persone nella stanza, anche quella è tortura. E poi i casi di autolesionismo. E quelli di sciopero della fame…: io devo dire che in tutte le situazioni che ho personalmente conosciuto non c’è stata una reazione negativa da parte dell’amministrazione penitenziaria, c’è proprio difficoltà di gestire una situazione che tendenzialmente è molto esplosiva.

 

(*) Testo non rivisto dal Relatore

 

Gli atti del Convegno

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