Il caso Mironov/Rocchelli e la vicenda giudiziaria Markiv

Silvja Manzi

1558223039La morte del dissidente russo, militante dei diritti umani e compagno radicale Andrej Mironov e del fotoreporter italiano Andrea Rocchelli, avvenuta il 24 maggio 2014 in Donbass, ha trovato in un’aula di giustizia italiana, perlomeno per la sentenza di primo grado, il colpevole: il cittadino italo-ucraino Vitaly Markiv, all’epoca membro della Guardia nazionale ucraina (il corrispettivo dei nostri Carabinieri).

Ma lo svolgimento del processo, e ancor di più le motivazioni della sentenza, lasciano molti dubbi. Di più. Questo è, a nostro avviso, un caso emblematico perché abbraccia più temi per noi centrali: la giustizia, l’informazione (e la disinformazione e la propaganda) e i rapporti con la Russia di Putin.

Nel Donbass si stava svolgendo all’epoca una guerra tra esercito ucraino e forze separatiste filo-russe. Una guerra che ha lasciato 13.000 morti. La tesi dell’accusa è che Markiv, nel suo ruolo di sentinella a protezione di una collina difesa dall’esercito ucraino in una zona nelle mani dei separatisti filorussi (in quel momento il comandante era tal Girkin, ex colonnello dei servizi segreti russi), avesse avvistato dei civili, identificandoli come giornalisti. Avrebbe cominciato a sparare con il suo kalashnikov, segnalato la presenza al suo comandante, consentendo quindi l’esplosione di colpi di mortaio che avrebbero ucciso le due vittime. Per il ruolo ricoperto in questa azione Markiv è stato condannato a 24 anni di carcere.

Una forte perplessità deriva dal fatto che l’accusa non si è mai recata sul posto sebbene non fosse più teatro di guerra, cosa invece fatta dalla difesa, coordinata dall’avvocato Raffaele Della Valle. Si è basata, l’accusa, sulle mappe fornite da Google; non ha così potuto valutare la distanza e la conseguente visibilità con le attrezzature militari in dotazione all’accusato. Non è stata in grado di trovare altri testimoni presenti in quel momento. Ha escluso categoricamente qualsiasi coinvolgimento delle forze separatiste filo-russe, che si trovavano molto più in prossimità delle vittime.

Un pool di giornalisti indipendenti sta realizzando un documentario/inchiesta (“The wrong place”, lo stiamo presentando in giro per l’Italia, prossimo appuntamento 6 marzo a Torino) proprio a partire dai dati reali – luoghi, gittata delle armi in dotazione, visione con gli strumenti ottici più precisi –, ha intervistato altri giornalisti presenti in quel periodo e sono stati trovati, e intervistati, testimoni diretti.

L’informazione in questa vicenda ha giocato un ruolo determinante. I pochi articoli sul processo – benché la Federazione nazionale della stampa si sia costituita parte civile – hanno spesso evidenziato la pericolosità non solo dell’imputato ma addirittura dei presenti alle udienze, perché “nazisti” ucraini. Come all’epoca della guerra in ex Jugoslavia i croati erano definiti, a loro volta, fascisti. E noi, come allora, veniamo da alcuni accusati di essere fiancheggiatori dei nazifascisti, perché poniamo dei dubbi. Ma porre dei dubbi non significa essere avversari di chi vuole giustizia.

La disinformazione russa è entrata pienamente nelle carte del processo, con fonti di propaganda utilizzati come elementi di prova, o addirittura con riscritture storiche, quando i giudici confondono le manifestazioni del Maidan del 2014 con l’indipendenza del 1991 e invertono i ruoli tra aggressori e aggrediti.

In primavera ci sarà l’appello di questo che è, ricordiamolo, un processo penale, non politico. E le responsabilità dell’imputato vanno dimostrate al di là di ogni ragionevole dubbio. L’uccisione del nostro compagno Mironov chiede giustizia. E noi vogliamo giustizia. Una giustizia giusta e scevra da pregiudizi e condizionamenti politici.

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