Sulla Liberazione, nella ricorrenza del 25 Aprile

I radicali sono oggi nei luoghi dove si celebra il 25 aprile, con le bandiere blu stellate dell’Unione Europea.
Quel 25 Aprile abbiamo cominciato a liberarci innanzitutto da un passato in cui gli Stati europei nel corso dei secoli si erano ripetutamente combattuti in continue guerre, inaugurando per la prima volta – grazie a quel tanto di Unione Europea che siamo riusciti a realizzare – 70 ininterrotti anni di pace (escludendo l’atroce parentesi balcanica e la recente invasione della Crimea da parte della Russia di Putin).
Da cosa dobbiamo liberarci oggi? Dobbiamo liberarci dall’illusione del sovranismo che è in realtà l’invocazione di un ritorno al nazionalismo. Dobbiamo liberarci dalla tentazione di tornare indietro, dell’illusione, appunto, di una sovranità solo nazionale che in realtà significa la rinuncia a una reale sovranità: significa isolamento, debolezza, impoverimento economico e sociale; significa mettere a rischio la pace. Una sovranità condivisa, federale, è l’unica sovranità che possa oggi assicurare all’Europa e ai suoi popoli la capacità di competere con le grandi potenze continentali che altrimenti domineranno il mondo contro la nostra idea di democrazia. Un vero federalismo europeo è l’unico che possa garantirci la continuità del benessere che fa dell’Europa, ancora, il continente dove si vive meglio (in termini di benessere socio-economico, di aspettativa di vita, di livello di istruzione, di sanità, di welfare…). È l’unico che possa anche proteggerci, proteggere i settori più deboli della nostra società, dai contraccolpi che possono derivare dall’innovazione tecnologica, dalle conseguenze della globalizzazione, dai rischi della quarta rivoluzione industriale.
I nostalgici che contestano il 25 aprile non solo inneggiano alla fine della democrazia ma, guardando indietro ed esaltando un’epoca di dittatura e di guerra, preparano per l’Italia e per l’Europa, per il mondo, un avvenire fondato non sulla solidarietà ma sull’intolleranza, l’egoismo, la negazione della civiltà del diritto che faticosamente avevamo tentato di costruire.
All’Europa dobbiamo chiedere di trovare le risorse per investimenti che ci facciano fare balzi in avanti sul terreno della ricerca, della innovazione tecnologica e che ci consentano di assicurare a tutti i nostri popoli maggiore sviluppo e maggiore occupazione, maggiore partecipazione che significa migliore democrazia. Ma non possiamo illuderci che l’Europa possa risolvere problemi che appartengono esclusivamente alle nostre scelte e alle nostre responsabilità.
Dobbiamo liberarci dell’idea, falsa, che responsabili dei nostri problemi sono i vincoli che ci vengono dall’Europa e non la nostra incapacità e mancanza di volontà di affrontare le riforme per rimuovere gli ostacoli che soffocano la nostra economia e le impediscono di svilupparsi e di crescere. Il nostro debito pubblico che ha raggiunto il livello del 135% del nostro prodotto interno e si traduce ogni anno nel pagamento di oltre 70 miliardi di euro di interessi, sottratti alla nostra economia e al nostro sviluppo, non l’ha creato l’Europa; l’hanno creato i nostri governi e nessuno può sperare che noi facciamo i debiti e qualcun altro li paghi. I primi a condannarci e a penalizzarci quando avanziamo queste pretese sono proprio gli alleati sovranisti austriaci, ungheresi e polacchi, amici di Salvini e della Lega.
Dobbiamo liberarci, infine, dall’illusione che gli interventi assistenziali, anche quelli più sacrosanti, quelli più urgenti, possano essere assicurati solo attraverso un aumento del debito pubblico. Dobbiamo sapere che un aumento indefinito del debito porta, come sa qualsiasi imprenditore, solo al fallimento e alla bancarotta. E nessuno può davvero sperare per l’Italia una soluzione che negli ultimi due decenni solo l’Argentina ha conosciuto con conseguenze non certo auspicabili.

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