Il reddito di cittadinanza è un provvedimento frettoloso e gravemente compromesso da interessi elettorali

di Roberto Cicciomessere

 

Siamo favorevoli a misure di carattere universale volte all’eliminazione quasi completa della povertà assoluta, ma il reddito di cittadinanza è un provvedimento frettoloso e gravemente compromesso da interessi elettorali che non raggiungerà questo obiettivo, creando nuove ingiustizie

 

Se il governo non fosse stato accecato dal bisogno di annunciare menzogne propagandistiche, con l’obiettivo di sfruttarle dal punto di vista elettorale, il Parlamento avrebbe potuto, anche con il contributo delle opposizioni e delle tante associazioni che la lotta alla povertà la fanno veramente, evitare la partenza prematura di una misura come il cosiddetto reddito di cittadinanza, che si presenta con una visione esclusivamente lavorista dell’esclusione sociale. Si è persa così l’opportunità di varare un provvedimento capace effettivamente di cancellare la povertà assoluta in un numero limitato di anni, avendo il tempo di riformare e rafforzare tutti i servizi per il lavoro e quelli sociali dei Comuni che sono gli unici a possedere le competenze per affrontare le diverse dimensioni della povertà – che sono purtroppo sottodimensionati – e di rimodulare le prestazioni di welfare esistenti di cui spesso beneficiano, illegittimamente, le classi più abbienti. Questo tempo sarebbe anche servito utilmente a recepire i buoni risultati del Rei, riducendo di conseguenze la spesa corrente per il 2019 per indirizzarla verso investimenti con un alto moltiplicatore capaci di stimolare la crescita della ricchezza posseduta dalle famiglie e dalle imprese e dell’occupazione, anche per fronteggiare il ciclo recessivo che si annuncia per quest’anno.

Certo, per affrontare in modo serio e ragionato il grave problema dell’esclusione sociale e della povertà occorre guardare al bene e agli interessi dell’intero popolo di questo Paese, e non solamente ai propri destini elettorali e alle poltrone, come questo governo dimostra di fare, in perfetta continuità con molti di quelli passati.

Purtroppo, il provvedimento voluto dalla maggioranza gialloverde, frettoloso e malfatto, deluderà le aspettative di crescita del PIL e dell’occupazione, non potrà impedire che sia usato in modo fraudolento, e in definitiva allargherà ancora una volta la sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni.

Non funzionerà neppure la furbizia di limitare al massimo le persone che dovranno essere convocate dai Centri per l’impiego che sono sottodimensionati e inefficaci, escludendo una buona parte dei beneficiari occupabili: grazie a un trucco pensato proprio per mascherare questa obiettiva impossibilità, la norma prevede che, almeno il primo anno, sia convocata esclusivamente una piccola platea costituita solo dalle persone più facilmente occupabili (si escludono gli adulti e gli anziani con più di 26 anni e i disoccupati di lunga durata) e da quelle che devono essere comunque convocate in base al JobsAct, come i percettori dei sussidi di disoccupazione. Gran parte delle responsabilità dell’inefficacia del provvedimento ricadranno sui servizi sociali dei Comuni, anch’essi sottodimensionati e poco efficaci, anche per mancanza di risorse seguite ai tagli. Questo espediente è palesemente finalizzato a contenere e limitare il fallimento dei CpI e dell’obiettivo occupazionale, almeno fino alle elezioni di maggio, mentre tutti i problemi strutturali di questo provvedimento emergeranno sulla distanza, in particolare per quanto riguarda i casi di povertà multidimensionale, che prevede una teorica collaborazione tra Comuni e Centri per l’impiego per l’erogazione dei servizi più appropriati per ciascun nucleo familiare, con la convocazione anche dei beneficiari poco occupabili.

 

Ma non ci rassegniamo alla logica del “tanto peggio, tanto meglio” e non vogliamo aspettare che i danni laceranti di un provvedimento mal pensato e mal fatto disgreghino ulteriormente, insieme al tessuto socioeconomico del nostro Paese, il rapporto tra cittadini e istituzioni. Il lavoro portato avanti dal gruppo welfare di Radicali Italiani dimostra che noi siamo più che favorevoli, siamo favorevolissimi a provvedimenti di carattere universale che abbiano come obiettivo l’eliminazione quasi completa della povertà assoluta – oltre 5 milioni di persone nel 2017 – e il contenimento di quella relativa – 9,4 milioni sempre nel 2017 – attraverso misure di sostegno al reddito e interventi volti all’attivazione nel mercato del lavoro e all’inclusione sociale dei beneficiari. Non a caso, abbiamo elaborato una proposta di legge finalizzata ad abolire la povertà assoluta, ma che contestualmente riforma profondamente e complessivamente il sistema di welfare per rendere sostenibile il suo finanziamento, e che è stata depositata alla Camera a prima firma del deputato della lista +Europa Riccardo Magi[1]. Proprio perché sappiamo che non esistono e non possono esistere soluzioni facili e frettolose a un problema complesso come quello della povertà, che in Italia presenta profonde differenze a livello territoriale, dovute anche alle diversità del tessuto socio-economico e del mercato del lavoro, esprimiamo un profondo dissenso nei confronti della misura contenuta nel decreto-legge, impropriamente chiamata reddito di cittadinanza, sulla base di dieci principali ragioni.

 

  1. Una misura universale che abbia la grande ambizione di abolire la povertà assoluta dal nostro Paese attraverso servizi efficaci ha un costo superiore a quello previsto dall’attuale provvedimento (5,9 miliardi di euro nel 2019, 7,8 miliardi a regime) ed è in ogni caso insostenibile per le finanze pubbliche e per i vincoli di bilancio, anche comunitari, aggravati dal debito: diventa compatibile solo attraverso una riforma complessiva di numerose misure di welfare che preveda l’eliminazione o la rimodulazione di alcune prestazioni esistenti e la loro sostituzione con nuove prestazioni fondate su princìpi di maggiore equità sociale, di corrispondenza ai bisogni reali e di migliore utilizzo delle risorse esistenti. Basti pensare, per esempio, alla confusione normativa che si crea tra la sovrapposizione della cosiddetta pensione di cittadinanza e le prestazioni già esistenti come l’integrazione al trattamento minimo delle pensioni e l’assegno sociale. Del resto, lo stesso ministro Tria era di questo parere non molti mesi fa, quando dichiarò in audizione nella commissione finanze del Senato che il reddito di cittadinanza dovrà sostituire e trasformare strumenti di protezione sociale già esistenti e il suo costo dovrà essere sostitutivo di altre misure e non aggiuntivo.
  2. Infatti, come è emerso dalle audizioni dell’Ufficio parlamentare di Bilancio e dell’Istat, il cosiddetto reddito di cittadinanza farà uscire dalla povertà assoluta, nella migliore ipotesi, meno di tre quarti delle persone che si trovano in questa condizione di esclusione sociale – 72,5% – con grandi differenze territoriali e un vantaggio immotivato per i residenti del Mezzogiorno e gravi discriminazioni nei confronti degli stranieri.
  3. La esclusione di più di un quarto dei poveri assoluti su base territoriale deriva da una scelta apparentemente incomprensibile, quella di fissare un’unica soglia di povertà esclusivamente monetaria (Eurostat) per tutto il paese (780 euro al mese), a prescindere dalla sua modificazione nel corso dell’anno e dal diverso costo della vita tra Nord e Sud, invece di utilizzare la soglia di povertà assoluta, calcolata dall’Istat, che varia ogni anno e prende in considerazione un paniere di beni e servizi essenziali per consentire una vita dignitosa, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza (area metropolitana, grande comune, piccolo comune). Per fare un esempio, 780 euro del reddito di cittadinanza per un single è superiore a 618 euro della soglia di povertà assoluta del Mezzogiorno, ma inferiore a 827 euro del Nord.
  4. Il requisito richiesto per gli stranieri extra-comunitari della residenza in Italia per almeno 10 anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo, è barbaro e anticostituzionale perché, come ha ribadito in diverse occasioni la Corte costituzionale, lo status di cittadino non è di per sé sufficiente al legislatore per operare nei suoi confronti erogazioni privilegiate di servizi sociali rispetto allo straniero legalmente risiedente da lungo periodo (5 anni) in particolare per quanto riguarda le esigenze di tutela di bisogni primari e che anche le previsioni di un più incisivo radicamento territoriale per prestazioni non essenziali devono essere contenute entro limiti non arbitrari e irragionevoli. È altamente probabile che la Corte costituzionale dichiari in contrasto con la legge fondamentale dello Stato questo limite odioso nei confronti degli immigrati sottopagati, ma per il governo è importante che ciò accada dopo le elezioni.
  5. Non è una misura universale perché se i costi per la misura saranno superiori agli stanziamenti previsti, com’è altamente probabile causa dell’inefficacia dei controlli previsti, si procederà a ridurre l’ammontare del reddito di cittadinanza. Non solo non è certo, alla luce del probabile sforamento del deficit di bilancio derivante dalla stagnazione dell’economia e dalle stime irrealistiche di crescita, se il reddito di cittadinanza potrà essere finanziato oltre il 2021, ma una percentuale ancora più bassa del 72,5% di italiani uscirà dalla povertà assoluta. Ma questo accadrà solo dopo le elezioni di maggio.
  6. La normativa che prevede l’attivazione nel mercato del lavoro dei beneficiari del reddito e le norme che condizionano l’erogazione dei sostegni monetari all’accettazione di offerte di lavoro è irrealistica perché i centri per l’impiego italiani, di competenza regionale, sono inefficaci (solo il 2,4% degli occupati ha trovato lavoro nel 2017 attraverso questo canale), sotto-finanziati e senza adeguato personale rispetto alle analoghe strutture – Public Employment Services – dei grandi paesi europei: a fronte dei quasi 8 mila operatori dei Centri pubblici per l’impiego italiani che costano annualmente circa 751 milioni di euro, in Germania operano quasi 100 mila addetti con un costo di circa 11 miliardi, in Francia 54 mila operatori con un costo di 5,5 miliardi e nel Regno Unito 74 mila operatori con un costo di circa 5,8 miliardi. Risulta evidente che l’assunzione programmata in Italia nel 2019 di 13 mila operatori aggiuntivi in gran parte precari (si passerebbe a 21 mila operatori complessivi) non modificherà sostanzialmente l’inadeguatezza del personale, ma soprattutto è improbabile che queste assunzioni possano essere fatte nel 2019 e che il personale possa essere formato adeguatamente per offrire offerte di lavoro ai beneficiari del reddito di cittadinanza: per quale ragione non si è prevista un’attuazione della legge scaglionata nel tempo, in modo da poter rafforzare adeguatamente i centri per l’impiego e i servizi sociali dei Comuni? Ancora una volta l’unico interesse del governo è la scadenza elettorale del prossimo maggio.
  7. In via più generale, ogni riforma unitaria dei servizi per l’impiego che determini livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi uniformi nel territorio, al fine di attuare misure per contrastare la povertà e più in generale un efficace ricollocamento dei disoccupati attraverso politiche attive, è resa impraticabile dalla competenza concorrente in questa materia tra Stato e Regioni, determinata dal titolo V della Costituzione, che la maggioranza del Paese non ha voluto modificare bocciando il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016: anche il reddito di cittadinanza subirà la stessa sorte di analoghi provvedimenti del passato che sono stati snaturati dalle leggi regionali, e l’ambiziosa volontà, ma velleitaria in questa condizione di mancata leale collaborazione tra Stato e Regioni, di creare le due Piattaforme digitali per l’attivazione e la gestione dei Patti farà la stessa fine della Borsa nazionale del Lavoro, voluta dal ministro Roberto Maroni.
  8. Per queste ragioni, è molto improbabile che i beneficiari del reddito di cittadinanza siano anche solo convocati dai centri per l’impiego entro trenta giorni dal riconoscimento del beneficio, al fine di sottoscrivere il patto per il lavoro, per l’assoluta carenza del personale, che solo nel 2020 sarà rafforzato in misura modesta e insufficiente, mentre è certo che solo una sparuta minoranza riceverà le tre offerte di lavoro, il cui rifiuto determinerebbe l’applicazione delle sanzioni, fino alla revoca del beneficio, persino retroattiva. Infatti, è sostanzialmente assente nei centri per l’impiego la capacità di raccogliere le domande di lavoro da parte delle imprese al fine di offrire opportunità di occupazione ai disoccupati, anche per la mancanza della figura del consulente aziendale nella maggior parte dei CpI, e, nel Mezzogiorno, a causa di un tasso di disoccupazione elevatissimo (19,4%), specie tra i giovani (51,4%), che evidenzia una generalizzata mancanza di opportunità di lavoro anche per le persone con elevate competenze professionali.
  9. Il rischio che il provvedimento incentivi fenomeni di azzardo morale, di utilizzo illegittimo della misura e di lavoro nero, derivante anche dal fatto che nel Mezzogiorno il reddito da lavoro è spesso inferiore al valore massimo del reddito di cittadinanza, per cui soggetti che lavorano e che percepiscono salari bassi avranno una disponibilità economica uguale a quelli che non lavorano, è determinato anche dallo stesso impianto della legge che esonera sostanzialmente dalla possibilità di subire controlli e di essere sanzionati circa tre quarti dei beneficiari del reddito di cittadinanza. Infatti, il decreto prevede un sistema complesso spesso contraddittorio di condizioni per definire i percorsi dei beneficiari del reddito di cittadinanza, che è stato quantificato dall’UPB:

a ) il 37% delle famiglie (circa 1,3 milioni di persone), costituite da persone che si trovano in condizioni di non poter essere occupate (minorenni, studenti o in formazione, anziani, disabili o con carichi di cura) è escluso da qualsiasi obbligo previsto dai percorsi lavorativi (patto per il lavoro) e di inclusione (patto per l’inclusione sociale) e percepisce il sussidio economico senza ulteriori vincoli;

b) il 26% delle famiglie (circa 900 mila persone), costituite da persone “prontamente attivabili” (giovani fino a 26 anni, non occupati da non più di 2 anni, percettori dei sussidi di disoccupazione, ecc.) ma non da tutte quelle che sono occupabili, dovrebbe essere preso in carico dai centri per l’impiego (compatibilmente con le sue capacità) ed è sottoposto teoricamente a tutti gli obblighi, condizionalità, controlli e sanzioni;

c) Il 37% delle restanti famiglie (circa 1,3 milioni di persone) dovrebbe essere preso in carico dai servizi sociali dei comuni con condizionalità assai meno gravose di quelle previste per il percorso lavorativo del precedente gruppo.

Questa ripartizione ha anche una sua logica e giustificazione, alla luce dell’inefficacia dei servizi per l’impiego e soprattutto dell’eterogeneità delle persone povere e in condizioni di esclusione sociale, ma smaschera la menzogna elettorale circa le finalità di una legge per contrastare la povertà che non può proporsi, se non come ricaduta accessoria, l’aumento dell’occupazione nel nostro paese e tantomeno quella del PIL.

10. Infatti, sempre secondo l’UPB, la ricaduta occupazionale del provvedimento sarà piuttosto modesta: si ipotizza un aumento della forza lavoro (occupati + disoccupati) di 300 mila persone e di circa il doppio nel 2020, con un conseguente aumento del tasso di occupazione di 0,1 punti percentuali nel 2019 e di 0,2 punti nel 2010, ma il tasso di disoccupazione salirebbe di circa 1 punto percentuale nel 2019 e di quasi 2 nel 2020. Altrettanto modesti saranno, nonostante i roboanti annunci del governo, gli effetti del reddito di cittadinanza sul PIL, pari a 0,2 punti percentuali quest’anno e di 0,4 punti nel 2020.

 

Per tutte queste ragioni, senza una riforma profonda e complessiva del sistema di welfare, come quella depositata alla Camera dai radicali italiani, non è pensabile “abolire la miseria”, la povertà assoluta e affrontare in modo serio e responsabile l’esclusione sociale che è cresciuta in Europa quasi esclusivamente nel nostro Paese.

Da persone serie, che sanno guardare alla realtà dei fatti e dei numeri, non ci facciamo abbindolare dalla propaganda e continueremo a offrire a questo Paese ragionamenti solidi, ragionevoli e responsabili e proposte alternative alle mistificazioni.

 

 

Roberto Cicciomessere

[1] http://documenti.camera.it/leg18/pdl/pdf/leg.18.pdl.camera.671.18PDL0019020.pdf

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