La vicenda di Lodi e la necessità urgente di rilanciare una mobilitazione nazionale per la legge sullo Ius soli

La settimana scorsa il comune di Lodi ha avviato un progetto contro lo spreco alimentare nelle scuole, per donare ad altre mense sociali il cibo che avanza. Il comunicato che lo annuncia campeggia nella home page del sito del Comune, in quella pagina tanto cliccata in questi giorni da chi voglia rintracciare qualche informazione in più sul regolamento che impedisce ai bambini di origine straniera di avere accesso alla mensa e allo scuolabus della città.

“L’idea nasce dalla constatazione delle eccessive eccedenze alimentari riscontrate, in preoccupante e graduale crescita, nei plessi scolastici”. C’è scritto proprio così. Ed è un dettaglio di crudeltà aggiuntiva a quella che è già una inaccettabile misura di discriminazione. Come a dire: piuttosto lo buttiamo o regaliamo, ma mai quel cibo sarà disponibile – a parità di condizioni con i bambini italiani – per i bambini nati in famiglie regolarmente residenti, ma di origine straniera.

Il caso, come noto, riguarda le modifiche di un regolamento comunale che obbliga i cittadini provenienti da paesi extra Ue che intendano accedere alle agevolazioni sui servizi scolastici a presentare oltre all’ISEE anche un documento che certifichi l’assenza di redditi nei paesi di provenienza. Reperire questo documento è pressoché impossibile, non solo per ragioni legate alla sicurezza e alla stabilità dei paesi, ma anche per motivi relativi all’organizzazione burocratica e amministrativa di quegli stati stessi ( per esempio l’assenza di sistemi di digitalizzazione degli atti).

Così è accaduto che su 316 domande di accesso agevolato ai servizi di mensa, scuolabus, e asili nido, solo 6 o 7 siano state accolte: tutti gli altri hanno dovuto rinunciarvi e arrangiarsi di conseguenza.

La vicenda di Lodi rappresenta in tutta la sua feroce ottusità che cosa ha significato rinunciare alla legge sullo Ius soli, e perché sia urgente rilanciare una campagna di mobilitazione nazionale su questo. A Lodi risiedono 4200 cittadini non comunitari: la grande maggioranza dei bambini interessati da questo provvedimento sono nati e cresciuti in Italia. Sono a tutti gli effetti cittadini italiani, ma non lo sono per la legge.

Questa volta il caso sembra che si risolverà per il meglio: non solo per la mobilitazione straordinaria che è nata in risposta. Ma anche perché pende davanti al Tribunale di Milano un ricorso che sarà certamente accolto poiché basato su solidissimi fondamenti: innanzitutto sul fatto che la norma di riferimento (il DPCM 159/2013) è chiara e prevede che i redditi siano auto-dichiarati con il modulo ISEE, senza distinzione tra cittadini italiani e stranieri.

L’esito, verosimilmente, sarà noto già nell’udienza del prossimo 6 novembre. Ma nel frattempo aver costretto decine e decine di bambini a vari mesi di dolore e umiliazione è qualcosa di non risarcibile. E soprattutto, in assenza di una legge giusta per tutti, può capitare ancora, altrove. E all’orizzonte già si stagliano i provvedimenti di Monfalcone (che fissa un tetto massimo di presenza di bimbi stranieri nelle classi), Treviso (che li esclude dai buoni-libri) e quelli che sorgono qua e là in comuni piccoli e grandi. Per questo serve una rete di cittadini e sindaci che riprenda la battaglia per la riforma della cittadinanza. E che usi tutti gli strumenti a disposizione, forzandoli nella disobbedienza civile. A partire da un provvedimento simbolico, ma nemmeno troppo, come quello del conferimento della cittadinanza onoraria.

Anche di questo si parlerà nel prossimo congresso di Radicali italiani, che si terrà dall’1 al 3 novembre a Roma (via Palermo, 10) e al quale colgo l’occasione di invitare chi sia interessato al tema.

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