Sulla famiglia dopo Verona

Articolo di Antonella Soldo pubblicato su Gli Asini n.65, luglio 2019

 

“Le donne che abortiscono sono assassine che non possono trovare alcune felicità. Queste cannibali hanno bisogno di essere cancellate dalla faccia della terra” (Dimitrij Smirnov, Presidente della Commissione patriarcale per la famiglia e la maternità della Chiesa ortodossa russa)

L’omosessualità è degradante per la natura umana. Essere gay distrugge il senso stesso dell’essere umani (Brian Brown, Presidente dell’organizzazione internazionale per la famiglia)

“Il preservativo è una trappola, esportata in Africa per soffocare la vita” (Theresa Okafor, Presidente Foundation for African cultural Heritage)

“L’unico modo di far fronte al declino demografico è fare in modo che le donne ungheresi abbiano più figli, e non accogliere i migranti” (Katalin Novak, Segretario di Stato e ministro per la Famiglia ungherese)

Queste sono solo alcune tra delle citazioni – verificate – degli ospiti di spicco del Congresso Mondiale delle Famiglie che hanno cominciato a circolare nelle settimane precedenti l’evento di Verona ( svoltosi dal 29 al 31 marzo scorsi). Pochi enunciati, ma già sufficienti a rendere l’idea di che cosa fosse in gioco e a suscitare, di conseguenza, polemica nel dibattito pubblico. Ciononostante bisognava seguire il consiglio del ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, il quale invitava a non “giudicare senza conoscere”. I tre giorni di lavori, registrati integralmente, si possono riascoltare sul sito di Radio Radicale.

Ci vuole poco a rendersi conto che, sebbene sia forte la tentazione di liquidare il raduno come un’iniziativa folkloristica di qualche nostalgico, il tutto avviene non solo in una cornice istituzionale ma con il sostegno di una robusta rete internazionale. L’operazione italiana si inserisce in un piano di lavoro comune delle organizzazioni delle destre estreme di tutto il mondo. Il Congresso mondiale delle famiglie, infatti, fa capo all’associazione International Organization for the Families, con presidente il Brian Brown di cui sopra. Secondo un’inchiesta della Human Rights Campaign, il bilancio annuale dell’organizzazione ammonterebbe a circa 216 milioni di dollari, denaro che permette a questa di realizzare centinaia di eventi ogni anno. Una parte dei finanziamenti arriverebbe dalle chiese evangeliche americane, ma il principale sponsor di questo soggetto sarebbe la Russia di Vladimir Putin.

A Verona è proprio Brian Brown a pronunciare uno dei discorsi di apertura. Tre minuti, tutti incentrati su un unico evocativo principio: “l’elementare verità e bellezza della famiglia”. Il triangolo madre padre figlio che attraversa la storia dell’uomo dalla sua origine e che accomuna persone di diversi paesi, culture e religioni. La necessità di essere “soldati morali” e difendere l’equazione tra umanità e famiglia: “essere umani vuol dire essere familiari”. Ad Antonio Brandi, presidente del XIII Congresso mondiale, si deve l’iniziativa che ha portato alla tappa italiana di questo appuntamento. Il suo intervento segue uno schema per così dire classico e ripreso anche da altri oratori: quello di una sorta di argomentazione scientifica a favore della famiglia naturale. “Vi è un dato scientifico ineludibile: la famiglia garantisce ad adulti e bambini il maggior benessere. Tutti gli indicatori di prosperità sono superiori nelle famiglie tradizionali rispetto alle altre forme di convivenze: meno violenza sulle donne, migliore salute e migliore salute mentale, disoccupazione meno frequente, maggior rendimento scolastico e tassi inferiori di criminalità nei figli, redditi più alti”. Brandi agita in una mano lo studio americano dal quale trae i suoi argomenti. Studio che certamente ignora alcuni parametri italiani: come per esempio quello che una grande quota di donne non lavora o lavora meno o ha un reddito inferiore. O ancora, che c’è un alto tasso di violenza nelle storie di separazione: per l’Eures sette omicidi su dieci avvengono in famiglia, la metà nei primi tre mesi dalla fine della relazione. L’attesissima Theresa Okafor, invece, sembra essere l’unica tra gli ospiti a non utilizzare alcun espediente retorico per smussare le sue tesi. Il suo intervento è il più schietto e ripercorre, senza aggiustamenti, tutto l’armamentario del conservatorismo radicale di cui è fiera esponente. Secondo la Okafor la famiglia e il matrimonio vivrebbero uno dei più feroci attacchi della storia. E ciò soprattutto in Europa e in quei paesi occidentali che vogliono importare anche in Africa i propri principi di progresso. Principi che, a ben vedere, sarebbero di decrescita. Il continente africano si trova in uno stato di prosperità e crescita demografica proprio perché ancora immune da alcuni dei mali che colpiscono l’Occidente, come la promiscuità sessuale. Le lobby omosessuali cercano di  corrompere le istituzioni, ma promuovere pratiche sessuali “radicalizzate” avrebbe come sola conseguenza un aumento delle malattie sessualmente trasmissibili. “È opinione medica che gli uomini che fanno sesso con altri uomini quando hanno il cancro vengono affetti da una forma più aggressiva di cancro”. Ancora, per Okafor malattie diffuse in Occidente come clamidia e gonorrea hanno un’incidenza nettamente inferiore in Africa proprio perché il continente è al riparo dalla promiscuità. Infine, la Okafor punta il dito contro la “mentalità contraccettiva” che aprirebbe a quello che chiama un “circolo vizioso”: laddove le persone usano contraccettivi entrano nella mentalità dell’aborto. Se i genitori sono disponibili a rinunciare ai figli quando non conviene, i figli assimilano questo sentimento di rifiuto. E quando non conviene più tenere i genitori, magari perché anziani e malati, i figli li rifiutano e considerano il ricorso all’eutanasia. Il tutto sostenuto con tanto di slide e grafici di supporto. Ma, in definitiva, è l’intervento di Katalin Novak, ministro della Famiglia ungherese, a dare la misura della portata delle possibilità di un movimento conservatore in Europa e nel mondo. La Novak, c’è poco da fare, è efficacissima. La sua immagine è perfetta: quella di una donna giovane, ferma, che padroneggia i temi, e rivendica il proprio conservatorismo facendolo sembrare qualcosa di nuovo. E usando argomenti robusti.  La ministra si definisce prima che come parlamentare o responsabile di uno dei dicasteri chiave di Victor Orban, come madre: “non sono genitore uno o genitore due. Sono la madre dei miei tre figli”. Più della retorica (“combattiamo per i nostri diritti ma diamo via il nostro privilegio di dare alla luce allattare e crescere un figlio”) contano i fatti. E i fatti sono i provvedimenti già approvati che elenca: le modifiche introdotte nella nuova costituzione del 2011 che definisce il matrimonio solo come unione tra uomo e donna e sancisce l’inizio della vita dal momento del suo concepimento. O ancora, tutte le misure a sostegno delle famiglie: 35mila euro per chi si sposa, 35mila euro per chi compra o costruisce casa (contributi che vanno restituiti pian piano tre anni dopo la nascita dei primi due figli e che diventano a fondo perduto se nasce un terzo figlio), le agevolazioni fiscali rapportate al numero di figli, l’esenzione fiscale a vita per le donne che mettono al mondo quattro figli. “L’Europa si sta suicidando lentamente, rinunciando ai valori cristiani e non aiutando i giovani ad avere famiglie. Invece di aiutare la nostra gente ad avere figli e famiglie si vuole che importiamo migranti”. In Ungheria è stata messa in moto una macchina potentissima di cui la Novak è un ingranaggio fondamentale. Al suo confronto, l’intervento di Matteo Salvini, che prende la parola proprio dopo di lei, è debole e pieno di retorica. Per sostenere gli stessi principi – addirittura con le stesse parole: “io sono un padre non genitore uno o due” – deve ricorrere agli strumenti base della sua propaganda. Dall’estremismo islamico “per cui la donna vale meno di zero” alla “lotta alla droga” nelle scuole dove, sostiene, “abbiamo sequestrato chili e chili di droga” (ndr il progetto Scuole sicure, costato 2,5 milioni di euro in sei mesi, ha impegnato circa 3200 agenti delle forze dell’ordine per blitz nelle scuole e ha portato al sequestro di circa 5kg di sostanze. Quantità che corrisponde allo 0,003% dei sequestri di sostanze effettuati ogni anno in Italia).

Il fatto che gli argomenti del conservatorismo nostrano, da Salvini a Pillon, appaiano ancora fiacchi non è sufficiente a farci tirare un sospiro di sollievo e a sentirci al riparo dalle sue minacce. Quello che preoccupa, infatti, è proprio il legame con una fortissima rete internazionale, che potrebbe far fare il “salto di qualità” ai suoi epigoni italiani. Il legame cioè con quelli che negli Stati uniti riescono a mettere in discussione, ormai in tre stati, le leggi sull’aborto, e con quelli che in Ungheria smantellano lo stato di diritto limitando le libertà individuali, di parola e di stampa, e mettendo in discussione l’indipendenza della magistratura. Infatti, quando un governo pretende di mettere le mani sui corpi degli individui, di disciplinarne la sessualità, la riproduzione, l’intimità e persino l’amore, quello che si annuncia è un rischio diretto per la democrazia. Quando un governo pretende di esercitare se stesso come potere vengono messe in discussioni le garanzie fondamentali non solo delle minoranze, ma di tutti i cittadini. È per questo che il raduno convocato a Verona non è stato una manifestazione come un’altra, ma rappresenta una tappa di un pericoloso disegno eversivo. Eversivo rispetto ai diritti e alle conquiste democratiche faticosamente ottenute con lunghe lotte nella storia della nostra Repubblica. A rendere più tangibile questa minaccia c’era il fatto che un tale evento ha ricevuto una cornice istituzionale. Poco importa la rocambolesca revoca del logo di Palazzo Chigi: a Verona c’era mezzo governo, tre ministri (Matteo Salvini, Lorenzo Fontana, Marco Bussetti), due presidenti di Regione (Luca Zaia e Attilio Fontana), vari parlamentari (da Simone Pillon a Giorgia Meloni) e il sindaco di Verona, Federico Sboarina, che invece il logo del Comune lo ha lasciato sull’evento. E che lo ha ospitato nella cornice più prestigiosa della città, quella del Palazzo della Gran Guardia. E c’è mancato poco che vi prendesse parte anche il presidente dell’Istat, Giancarlo Blangiardo. Tutto ciò conferma la preoccupazione che le idee e i principi retrogradi e liberticidi propagandati dagli ospiti della kermesse di Verona sono entrate a pieno titolo nel dibattito pubblico e istituzionale. Piano piano stiamo assistendo al farsi meno timide le uscite di chi, da posizioni di governo apicali a quelle più basse, avanza un racconto nuovo – ma tanto vecchio – sulle donne, sulle persone omosessuali, sulle famiglie. Così se Lorenzo Fontana esordisce nel suo dicastero dicendo “Perché, esistono le famiglie arcobaleno?”, dall’altra parte un assessore a Castiglione delle Stiviere gli fa eco “le donne nascono fertili o inutili”. Nel mezzo c’è un volantino della Lega di Crotone che elogia il ruolo naturale delle donne di cura della casa e della famiglia come augurio per l’8 marzo, una levata di scudi da ogni direzione su uno slogan come “Dio, Patria e Famiglia”, e una miriade di episodi piccoli e grandi di discriminazioni che emergono con sempre meno ritegno. E che ormai, messi insieme, non sono più episodi scollegati, ma manifestazioni di un’unica potente ondata conservatrice: omofoba, misogina e razzista.

Nel 1977 Christofer Lasch scrive Rifugio in un mondo senza cuore. La famiglia in stato d’assedio, un testo di difesa dell’istituzione e dei valori della famiglia tradizionale. Le femministe americane del tempo lo massacrarono, liquidando la sua come una finzione nostalgica: la famiglia tradizionale non era mai stata così idilliaca, soprattutto per le donne. Lasch poteva solo essere un esponente del patriarcato, un reazionario difensore dell’autorità maschile. In realtà quella di Larsch era piuttosto una critica al sistema produttivo: nella sua analisi il passaggio dalla produzione familiare alla produzione di massa inaugurava un nuovo mondo, senza cuore, di fronte al quale l’ideologia della famiglia come rifugio avrebbe potuto rappresentare una risposta. Infatti, in quanto principale agenzia di “socializzazione”, la famiglia riproduce modelli culturali nell’individuo: impartisce norme etiche, fornisce al bambino le sue prime istruzioni sulle regole sociali prevalenti, e plasma profondamente il suo carattere. Ma se, da una parte, famiglie sono il mezzo attraverso il quale le società formano personalità, dall’altra la struttura e le dinamiche della famiglia si modificano in risposta al cambiamento sociale. I cambiamenti nella vita economica e politica, come l’ascesa del capitalismo e dello stato-nazione, “si riverberano nell’essere interiore dell’individuo”. Per rafforzare la famiglia, occorre dunque riconsiderare la divisione del lavoro, il che significa rivalutare la produttività, l’efficienza e la crescita, e persino sfidare la distribuzione del potere economico e della ricchezza. Le sua era una richiesta di ristrutturazione del lavoro, piuttosto che il perseguimento di un “carrierismo” che con l’equa distribuzione di quote di uomini e donne, di bianchi e neri, sarebbe stato utile solo all’obiettivo della gestione di una società “tossica”. Che cosa è ancora utile e interessante recuperare da quell’analisi? Il fatto che oggi i difensori della famiglia naturale, coincidono con i difensori di un certo tipo di organizzazione della società e del lavoro. Sono le élite minacciate dalla crisi economica, e sono i maschi bianchi arrabbiati – archetipo dei sostenitori di Donald Trump – emarginati dalla globalizzazione, come ad esempio gli operai che hanno perso il lavoro nell’America di mezzo. Frustrati dal sentirsi minacciati nel proprio status dalle donne – concorrenti sul lavoro come mai prima nella storia – e dalle nuove generazioni.

Tornando a Verona, in definitiva, l’operazione in atto si inserisce in una sorta di processo di controllo e “normalizzazione”: una normalizzazione di tutti concetti che hanno a che fare con l’idea di famiglia, di intimità di unione e di amore stesso. E in un tentativo di criminalizzare e vietare ogni tipo di unione che non sia quella consacrata tra uomo e donna, con figli. Il messaggio è che tutte le unioni al di fuori di questa siano da impedire con ogni mezzo. Ma una famiglia siffatta, lungi dall’essere un rifugio è una trappola. E allora bisognerà ricordarsi di Shakespeare, che a Verona ambienta Romeo e Giulietta: “ama, ama follemente, ama più che puoi e se ti dicono che è peccato, ama il tuo peccato e sarai innocente.” L’alternativa dei diritti e delle libertà e dell’intangibilità di ogni tipo d’amore e scelta individuale indica una forza che scardina. Ma è proprio questa forza che occorre oggi difendere.

 

(Illustrazione di John Kenn)

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